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(ASI) Vorrei, nel momento dell’estremo commiato, che gli aquilani tenessero a mente non solo quanto di Luciano Fabiani piú o meno tutti sanno oppure non hanno dimenticato. Vorrei non pensassero solo all’impegno generoso, cristallino e innovatore nell’azione politica, culturale e sociale e nelle istituzioni democratiche dell’Aquila e dell’Abruzzo.

 Vorrei non pensassero solo alla rigorosa dedizione all’interesse pubblico espressa come Consigliere Comunale nei suoi due mandati a distanza di un quarto di secolo l’uno dall’altro, come Consigliere Regionale, come Vice Presidente della Giunta Regionale e come Segretario Provinciale della Democrazia Cristiana delle stagioni tra le piú limpide. Vorrei non pensassero solo alla determinante azione ispiratrice di iniziative che hanno rifondato il rapporto di fiducia tra cittadini e Municipalità, come il Piano Regolatore Generale degli anni Settanta e la creazione delle aziende municipali per l’estensione all’intero territorio comunale di basilari servizi pubblici. Vorrei non pensassero solo all’avventura, da molti considerata folle, che con lui condividemmo Peppino Giampaola e io: l’avventura della creazione del Teatro Stabile dell’Aquila e della caparbia conduzione nei vent’anni che ne hanno fatto uno dei piú osannati casi artistico-culturali dello spettacolo italiano. Vorrei non pensassero solo all’ingegno profuso per inventare e condurre ai massimi livelli qualitativi l’Accademia di Belle Arti, per contribuire alla conduzione di alcuni tra i piú fascinosi anni dell’Aquila Rugby, per accompagnare il prestigioso lavoro della Società Aquilana dei Concerti, per guidare la Fondazione Carispaq a farsi protagonista nella tutela del nostro patrimonio di beni e attività culturali. Vorrei che gli aquilani non pensassero solo a tutto questo e richiamassero invece, dalle profondità della memoria, il dono piú grande tra i tanti e preziosi che Luciano Fabiani ha lasciato alla propria comunità. Le ragioni dell’aritmetica e dei rapporti politici erano tutte inesorabilmente contro di noi, eppure, grazie alla saggezza politica, alla sapienza diplomatica e all’implacabile potenza dell’argomentare, fu Luciano Fabiani, insieme con l’altro mio indimenticabile amico Federico Brini, a ottenere che nello Statuto della nascente Regione venisse riconosciuto alla nostra città, una volta per tutte, il ruolo di capitale dell’Abruzzo. Molti aquilani non capirono, molti non vollero capire e i piú s’accomodarono a lasciarsi convincere, da chi ne ebbe il vile interesse, che il corollario di quel successo fosse un tradimento. A Luciano Fabiani venne fatto pagare un prezzo efferato e inaudito, che ne ha segnato, dolorosamente quanto ingiustamente, tutto il resto della vita. Ora, nel momento dell’estremo commiato, vorrei che gli aquilani, finalmente consapevoli, esprimessero il commosso omaggio di affetto e gratitudine che Luciano Fabiani ha meritato con l’indefettibile servizio reso alla comunità in ogni atto e istante della sua vita. La Municipalità lo ha già fatto, con immediatezza e solennità, accogliendo tra le mura della casa di noi tutti le spoglie di Luciano Fabiani per tutto il tempo che le separa dall’ultima dimora. Vorrei adesso che gli aquilani tributassero l’omaggio supremo che ogni comunità degna di questo nome rivolge a chi ha contribuito a segnarne felicemente tutto il corso degli eventi futuri: l’omaggio del riconoscerlo “Padre della Patria”.

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