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(ASI) Se non ci fossero di mezzo prevaricazione e minacce, finanche un fine occulto, soltanto l'ironia troverebbe posto in questa assurda vicenda avvenuta su un ramo del lago di Como. D'altronde deve essere oltremisura beffardo - avrà pensato l'assessore provinciale di Como alla caccia - fare di cognome Colombo e venire aggredito dagli animalisti.

Un Colombo senza piume, becco e ali; dunque - secondo gli animalisti - meritorio di subire quegli oltraggi che devono, al contrario, essere risparmiati a tutti gli esseri viventi salvo appunto il genere umano.

La storia ha inizio una decina di giorni fa, quando questo assessore leghista propone di difendere le semine presenti nella provincia comasca dalle torme di piccioni. Il suo impegno a risparmiare le colture dai danni provocati dagli uccelli non è una bizzarria, bensì il dovere che il suo ruolo governativo gli impone al fine di debellare una problematica atavica dell'agricoltura di quel territorio. Da anni, infatti, l'amministrazione provinciale si batte per tutelare questo importante aspetto della cultura della terra dalle devastazioni perpetrate dai pennuti. Tuttavia, nessun risultato è stato raggiunto dagli strumenti dissuasivi messi in atto contro i piccioni durante il passato: l'esperienza ha dimostrato che gli ostinati uccelli migratori non imbeccano le molliche di pane avvelenate preparate per loro con solerzia - cinica, ma evidentemente necessaria - dalla Provincia, né sembrano intimorirsi di fronte ai potenti dissuasori acustici (rivelatisi, invece, degli efficaci disturbatori di quiete pubblica).

Al che Mario Colombo ha escogitato quella che lui stesso definisce "ultima ratio", ovvero una proposta la quale, sebbene assolutamente in linea con quanto previsto dalle norme di legge, gli è costata il ludibrio di una certa stampa e di qualche giullare che si esibisce in tv, ma - ben più preoccupante - ciò ha scatenato verso di lui l'avversione dell'animalismo più fanatico.

Quale l'atroce proposta di Colombo? Organizzare un corso per operatori faunistici volontari da affiancare alle guardie provinciali per allontanare i piccioni dai campi. "Se li uccidono è meglio, ma va bene pure se li spaventano e li dissuadono a tornare nei terreni", questa la forse fin troppo audace affermazione dell'assessore una volta presa la decisione. E a chi nutre dei pur legittimi dubbi circa la liceità di un simile comportamento verso i piccioni, Colombo risponde senza indugio: "Quando ci sono troppi scarafaggi o topi non si fanno le disinfestazioni? Perché stupirsi di questa iniziativa che ha nel mirino i piccioni, razza infestante e difficilmente controllabile in altro modo?".

Colombo sembra dunque capace di difendersi abilmente dalle legittime critiche pervenutegli mediante un confronto diretto ma civile. Tuttavia, quando fa il suo ingresso nella vicenda il fanatismo del fronte animalista, la civiltà lascia il posto alle aggressioni. Gli animalisti passano ben presto da meramente propagandistiche denunce per "maltrattamenti" e "uccisione di fauna protetta" ad incalzare la tranquillità di Colombo mediante lo strumento vile dei biglietti con minacce di morte affissi sulla porta dello studio dell'Università di Milano, dove Colombo insegna.

I principi della protezione assolutistica degli animali stavolta però non travalicano solo il buon senso (questo sconosciuto, verrebbe da dire, in seno a larga parte dell’opinione pubblica), ma si collocano in aperta contraddizione con gli interventi previsti dalla legge - e attuati da molte province - per proteggere i campi coltivati dalle devastazioni dei volatili. In questo senso si rivela utile citare la legge numero 157 dell’11 febbraio 1992, l’articolo 19 recita che tra le competenze delle amministrazioni locali “rientra la previsione di abbattimento selettivo di specie nocive o l'adozione di misure atte a determinare la riduzione numerica di alcune specie”. Piuttosto eloquente anche quanto recita la legge regionale lombarda numero 26 del 16 agosto 1993, l’articolo 41 afferma che “le province, per comprovate ragioni di protezione dei fondi coltivati e degli allevamenti, possono autorizzare (…) piani di abbattimento”.

Le manifestazioni di intimidazione come quelle di Como, basate su di un’ipocrisia animalista che è aliena al buon senso, irriguardosa del lavoro dei contadini e noncurante delle disposizioni legislative, sono la quintessenza di un ossessivo progetto che mira a sovvertire le leggi ancestrali dell’ecosistema. Le associazioni animaliste agiscono per ottenere una folle inversione di ruoli, quella per cui l’uomo è in funzione della natura circostante e non viceversa. Un progetto che si pone in antitesi con quell’armonia che nei secoli si è sempre mantenuta attraverso un rapporto di subordinazione della natura all’uomo, il quale presuppone da parte di quest’ultimo - è ovvio - il rispetto dell’ambiente e degli animali. Rispetto che è lungi da simili scellerate teorie di sovversione, che mirano a relegare noi tutti alla stregua dei selvaggi, esseri ben più manovrabili di uomini con coscienza individuale e dignità. Ecco spiegato il fine occulto (di controllo) che si cela dietro queste associazioni. Como è solo una battaglia della guerra che stanno effettuando contro il genere umano.

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