(ASI) Roma – Il 28 luglio ci ha lasciato Enzo Bettiza, ultima testimonianza di un mondo scomparso. Era nato a Spalato novant’anni fa, quando la città perla romana della Dalmazia era ancora simbolo di italianità. Non certo ai nostri giorni, quando una giornalista RAI, nel commentare la sua morte, lo ha definito (con totale ignoranza) uno “slavo di Spalato”.

Italianissimo, invece, fu uno dei primi scrittori a raccontare l’esodo giuliano – dalmata. Testimone acuto, mai banale di ciò che fu il suo mondo. In gioventù fu comunista, ma poi divenne uno dei più spietati critici dell’URSS. Il suo libro più noto, Esilio, premio Campiello nel 1996, definì per la prima volta per il grande pubblico la città di Zara la “Dresda dell’adriatico”.

Intellettuale mitteleuropeo, nel segno di Niccolò Tommaseo e di quella Dalmazia pluridentitaria di cui era perfetto interprete, fu maestro di giornalismo. Corrispondente da Vienna e da Mosca, fu grande narratore delle vicende dell’Europa orientale come pochi altri.

Fu firma de il Corriere della Sera, direttore del Resto del Carlino e de La Nazione, fondò assieme ad Indro Montanelli “Il Giornale” e divenne, negli ultimi tempi, editorialista de La Stampa. Bettiza ha provato anche la vita parlamentare, sedendo in Senato dal 1976 al 1979 eletto nelle file del Partito Liberale e nel Parlamento Europeo dal 1979 al 1994 (per il PLI fino al 1989, poi per il Partito Socialista Italiano, con Bettino Craxi), per poi tornare nei panni di giornalista ed editorialista, la sua vera vita, intensificando anche la produzione letteraria. Esule, uomo libero, di cultura, narrò l’Europa orientale come maestria, e fu interprete della coscienza civile dell’Italia del dopoguerra. Poiché egli, come moltissimi altri, scappò via dalla sua Dalmazia, invasa dalle truppe di Tito.

Valentino Quintana – Agenzia Stampa Italia

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