(ASI) Trieste - "Non è mai piacevole accostarsi alla ricorrenza del 10 Febbraio, giorno in cui nel 1947 a Parigi l’Italia firmò un severo Trattato di pace che strappò alla Patria gran parte delle conquiste al confine orientale giunte al termine di una Prima guerra mondiale che per le terre irredente ed i reduci del fronte rappresentò il coronamento del Risorgimento.

Significa, infatti, riaprire ferite vecchie di oltre settant’anni, tornare ai lutti e alle violenze subiti dalla comunità italiana a Trieste, Gorizia, Fiume ed in Istria e Dalmazia nelle due ondate di uccisioni nelle foibe e nell’ambito delle deportazioni compiute dalle truppe di Tito (settembre-ottobre 1943, maggio-giugno 1945).

Vuol dire andare col ricordo alle varie fasi in cui 350.000 istriani, fiumani e dalmati lasciarono le regioni in cui erano radicati da secoli: dall’abbandono di Zara devastata dai bombardamenti angloamericani (1943-’44) agli ultimi esuli dalla Zona B del mai costituito Territorio Libero di Trieste (dopo il 1954), passando per l’abbandono in massa di Fiume e di Pola (tra il 1945 ed il 1947).

È anche ricordare gli oltre 100 morti e le decine di feriti di Vergarolla, nell’attentato del 18 agosto 1946 perpetrato da esperti in esplosivi provenienti dall’OZNA, la polizia segreta di Tito che già era stata protagonista delle precedentemente ricordate stragi (almeno 10.000 vittime nel complesso) e dell’annientamento del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, il quale tentava di mantenere in vita la speranza dell’italianità nella vasta porzione della penisola istriana affidata in seguito all’accordo di Belgrado del 9 giugno 1945 all’amministrazione militare jugoslava in attesa delle decisioni della Conferenza di pace.

E sempre in quella Zona B delineata dalla Linea Morgan ed in cui le truppe jugoslave dovevano solamente garantire l’ordine ed il rispetto delle leggi precedentemente vigenti (quelle italiane) e invece avviarono una strisciante annessione al nascente regime di Belgrado, ricordiamo Don Bonifacio, martirizzato in odium fidei. Così come ricordiamo l’efferata uccisione di Don Tarticchio nell’autunno ’43 ed i rischi che corse Monsignor Santin allorché tentò di raggiungere Capodistria per celebrare la ricorrenza del patrono il 19 giugno 1947.

Dopo tanta crudeltà patita nella terra in cui affondava le proprie radici, il 90% della comunità italiana, atterrita e abbandonata da chi vinse la guerra promettendo l’autodeterminazione dei popoli, intraprese il cammino dell’Esodo e nuove furono le sofferenze.

Il treno della vergogna che non poté fermarsi alla stazione di Bologna, le terrificanti condizioni igienico-sanitarie nei 109 Centri Raccolta Profughi sparpagliati per lo Stivale ed in cui una neonata poteva morire di freddo, i picchetti e le offese dei militanti comunisti fuori dai CRP, il silenzio calato su queste tragedie per non intaccare la figura di Tito (ambiguo interlocutore occidentale nelle logiche della Guerra fredda) e l’ulteriore sacrificio di chi poi emigrò al di fuori dei patri confini verso un mondo ancora più ignoto.

L’istituzione della Giornata del Ricordo il 30 marzo 2004 sembrò consegnare finalmente le Foibe, l’Esodo e la complessa vicenda del confine orientale italiano al patrimonio della comunità nazionale, invece oggi gli Esuli e di loro discendenti sono di nuovo soli.

Certo, curiosità e interesse nei confronti di queste pagine di storia patria sono aumentati in tutta Italia, ma le istituzioni latitano. Lo Stato è ancora assente nell’indennizzare i beni espropriati agli esuli e nazionalizzati dal regime di Tito, ma che sono serviti a sanare il debito di guerra nei confronti della Jugoslavia, andando così a violare le garanzie contenute nel Trattato di pace riguardo le proprietà di chi optava per la cittadinanza italiana. Lo Stato non riunisce più il tavolo di lavoro Esuli-Governo e si appiglia a cavilli burocratici per non versare i finanziamenti alle nostre associazioni che una legge prevede (ci sono anni di arretrati da saldare) affinché svolgano attività di testimonianza, ricerca storica e approfondimento della storia e della cultura italiana nell’Adriatico orientale. Il Capo dello Stato, nella ricorrenza simbolica dei 70 anni da quel tragico 10 febbraio, è assente alla commemorazione ufficiale di Roma ed alla cerimonia presso la Foiba di Basovizza, luogo simbolo della tragedia giuliano-dalmata.

Dopo 70 anni l’Italia, che non concedette ai giuliano-dalmati di votare al Referendum del 2 giugno 1946, negò una loro rappresentanza all’Assemblea Costituente e non seppe difenderli al cospetto delle tracotanti richieste territoriali di Tito, che andavano a suggellare un progetto espansionista jugoslavo risalente a fine Ottocento, si è di nuovo dimenticata di noi.

Ringraziamo tuttavia le scuole, le associazioni ed i Comuni che in questi giorni in tutta Italia aprono le loro porte ai testimoni ed agli storici provenienti dall’associazionismo della diaspora adriatica, affinché si sappia ciò che accadde a guerra finita in province che erano italiane a tutti gli effetti".

Perseveriamo nella testimonianza, rinnoviamo il Ricordo e attendiamo giustizia.".

Lo dichiara con una nota Renzo Codarin,  Presidente nazionale Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

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