(ASI) Vi sarà capitato di uscire da una lunga e gioiosa astinenza dalla televisione italiana e poi, improvvisamente, magari a casa di amici, di capitare proprio sotto uno degli apparecchi accesi e, volenti o nolenti, di ascoltare una delle tante trasmissioni che attraversano l’aria. È terribile. La chiacchiera più demenziale viaggia come se fosse normale conversazione.

Il Nulla si affaccia minaccioso dallo schermo, ed è difficile salvarsi. Spegnere, in casa d’altri, non sempre è possibile e, allora, al vostro cuore  può succedere di tutto.

 

A me è successo, appunto, di dover ascoltare, minuto dopo minuto, un personaggio della Lega Nord e la sua blaterazione sul vuoto. Orribile quel senso di impotenza, quando non si ha la possibilità di entrare nell’apparecchio e dare all’ospite (o al conduttore) del momento un calcione in quel posto. Ho dovuto aspettare fino a quando un vicino pietoso, possessore del telecomando, ha abbassato perlomeno il volume.

 

Non ce l’ho in particolare con la Lega nord. Gran parte della classe politica italiana è così.  Ignoranza crassa che si esprime, tra l’altro, nell’uso sgangherato dei congiuntivi, dei condizionali, dei trapassati, persino degli imperfetti. Viene da chiedersi, talvolta, se l’italiano non sia una lingua troppo complicata per gli italiani.

 

Ma c’è un’altra domanda che  mi angoscia. Perché lo spettatore (e l’elettore)  tollerano tanta ottusità. Perché invece di cercare (e votare) qualcuno che possa risolvere i problemi enormi che il Paese ha, gli italiani siedono in poltrona davanti a una birra e a un televisore ad ascoltare gente che grida?

 

Questo rimane il grande mistero. Vuoi vedere che aveva ragione Churchill, quando diceva che ogni popolo ha la classe politica che si merita? O, peggio, vuoi vedere che aveva ragione Ennio Flaiano quando diceva che gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura?

 

Non vogliamo crederlo, anche perché un dittatore come Benito Mussolini si dimostrava egli stesso sconcertato dal popolo che pur lo osannava. Sua la celebra frase: „Governare gli italiani non è né facile né difficile. È  inutile!“

 

Lo stesso deve aver pensato l’ex vicepremier e ministro della Cultura, Sandro Bondi. Leggo ora sul Corriere della Sera online che „L’ex ministro è deluso dalla politica. Da settembre non va più al Senato.“

 

Cosa? Non va più al Senato? Ma lo stipendio da senatore lo prende lo stesso? Anch’io sono deluso da parecchie cose, ma se non vado al lavoro mi licenziano. Da rimanere a bocca aperta. Ma la notizia passa come l’acqua fresca. Poverino, è deluso... che ci va a fare al Senato? Meglio che si metta in mutua! Salvo poi gridare dallo sconcerto quando arrivano le tasse. Perché i senatori dovremo pur pagarli, o no?

 

Nella furbizia degli italiani c’è tanta ingenuità e tanta dabbenaggine. Siamo il popolo più cattolico, ma anche quello che in Europa frequenta di più maghi e stregoni. Il giro di affari dei maghi supera in Italia quello della Fiat. Un giorno al famoso Mago di Forcella alcuni ignoti rubarono la Mercedes. Il mago si limitò a mettere il giorno dopo un piccolo annuncio sul giornale Il mattino, in cui minacciava una „fattura“ -cioè un procedimento magico- se i ladri non avessero riportato l’auto. La quale, il giorno dopo, era di nuovo al suo posto davanti all’abitazione del mago. Poi dicono che la magia non funziona!

 

Parlando del Senato, poco fa, mi veniva in mente il senatore Antonio Razzi, la cui lapidaria frase „Io mi faccio i cazzi miei“ ha oltrepassato i confini nazionali come la quintessenza della cultura italica. Perché -diciamolo- l’ideale degli italiani è tutto lì. Mussolini, che gli italiani li conosceva come pochi, pur tuttavia si sbagliava di grosso quando affermava che: „Noi siamo contro la vita comoda“. Noi, chi? Forse parlava di un altro popolo, perché, per gli italiani, il vertice di una carriera è sempre una poltrona. L’italiano non vuole un lavoro. Vuole un posto. Possibilmente statale, per farsi, appunto, i „cazzi suoi“ e prendere lo stipendio lo stesso. Pochi statisti, insomma, e molti statali. Soltanto quando il „posto“ non ce l’ha, l’italiano si arrabbia contro la lentezza della Pubblica amministrazione. Gli italiani sono scandalizzati unicamente dai privilegi degli altri.

 

Allora si capisce meglio tutto il succedere di questi ultimi anni. Non si capisce, però,  perché l’Italia stia ancora in piedi. Perché non sa da che parte cadere! - diceva Roberto Gervaso. Forse! Sta in piedi perché non sa di essere a terra. Speriamo soltanto allora che l’illusione duri.

 

Ma, chiederete voi, è sempre stato così? Difficile dirlo. Nel 1824 scriveva il poeta Giacomo Leopardi: „Gli usi e i costumi in Italia si riducono generalmente a questo: che ciascuno segue l’uso e il costume proprio“. Accidenti. Sembra una citazione ante litteram di Antonio Razzi

 

 

Mauro Montanari *

 

*L’autore è il direttore de Il Corriere d’Italia, giornale italiano in Germania

 

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