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(ASI) Solo pochi giorni fa, il 13 gennaio, si celebrava la "Giornata del migrante". Le parole pronunciate dagli esponenti ecclesiastici e di Governo, hanno avuto una certa risonanza. Da ricordare, ad esempio, il monito «Siamo tutti viandanti, stranieri, ospiti su questa terra alla ricerca di una meta», pronunciato dall'Arcivescovo della Diocesi di Bari - Bitonto, Monsignor Francesco Cacucci, durante l'omelia nella Cattedrale di Bari. Oppure quello del Papa, indicante che «I migranti sono portatori di fede e di speranza nel mondo». Nel concordare o meno con queste affermazioni, nessuno ha saputo ricordare una figura che si profila come "la mamma degli emigranti", un'italiana tutta particolare: Francesca Saverio Cabrini. Già dal 1938, a New York, esiste una Pizza che si chiama Cabrini Circle, per onorare la Santa. Nell'impossibilità di accennare qui, sia pur sommariamente, a tutte le suore missionarie che in qualsiasi parte del mondo, tra i ghiacci polari come nelle foreste tropicali, si prodigano nel diffondere il Vangelo, soccorrendo indigenti e infelici, è d'uopo ricordare questa italiana, di carattere umile, pia, forte nella sua modestia, che ha voluto e saputo recare i doni della misericordia nelle più diverse località del Nuovo Mondo.

Di buon sangue lombardo, la piccola Maria Francesca Cabrini (il nome Saverio verrà assunto in seguito, in memoria del grande apostolo delle Indie), nata nel 1850 e cresciuta nella casa paterna di Sant'Angelo Lodigiano, fantasticava sin dai primi anni sulle contrade più remote e chiuse alla civiltà, quasi già presentisse che sarebbe stata un giorno chiamata a svolgere appassionatamente, sotto lontani orizzonti, un apostolato evangelico. La fanciulla dai capelli biondi e ricci, ultima di tredici fratelli, trascorreva ore ed ore sugli atlanti geografici, immersa in deliziosi vagabondaggi ideali. Un giorno veniva vista tutta affaccendata intorno ad una sua minuscola squadra di barchette di carta, che galleggiavano cariche di viole mammole su un corso d'acqua, ed erano, nella sua fantasia, altrettante navi missionarie destinate alla Cina. Questo gioco la dilettava parecchio, e vi si appassionava a tal punto che finiva per cadere nel canale, rischiando di prendersi una polmonite. Da qui, la leggenda vuole che la piccola sviluppasse un'avversione per l'acqua stessa. In un'altra occasione, quando in Paese passava un frate in cerca di compagni per le missioni estere, si offriva subito volontaria, subendo un brusco rimprovero dalla sorella maggiore. Contro questa incomprensione da parte del prossimo dovrà poi spesso lottare, lei, la santina. Così infatti veniva chiamata dai compagni di scuola, per la sua devozione e per la pietà che provava nei confronti dei poveri. Compiuti gli studi, diveniva insegnante, esercitando in diverse scuole lombarde, reprimendo lungamente, per quel dovere di obbedienza cui non veniva mai meno, il suo sempre contrastato desiderio di farsi religiosa; finché un giorno il Vescovo di Lodi, Monsignor Gelmini, le diceva: «Tu vuoi diventare missionaria e il tempo è ormai maturo. Io non conosco Istituti di missionarie. Fondane tu uno». Così nasceva nel 1880, a Codogno, la casa madre dell'Istituto delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, ove le prime suore, fra cui la Cabrini, intente all'educazione della gioventù, lasciavano ben poco margine per la propria esistenza e vivevano quindi in una povertà tanto squallida, che sarebbe risultata insopportabile se lei non fosse stata sempre mossa da elevatissimi ideali. Seguivano le fondazioni di Milano, Casalpusterlengo, Borghetto Lodigiano. Cugina di Agostino Depretis, Madre Cabrini avrebbe potuto ottenere ogni sorta di aiuti politici, ma non ha mai voluto, contando unicamente nella provvidenza. Roma, per il momento, rappresentava la sua massima aspirazione, occorrendole procurarsi l'approvazione pontificia alle regole del suo Istituto e avere una base nel centro della cattolicità. Tentavano di dissuaderla, spiegandole che sarebbe stata un'impresa da santi. Ed effettivamente a Roma incontrava diverse difficoltà, tant'è che voleva ripiegare a Codogno. Tuttavia, ottenuto ciò che voleva, rimaneva nella Capitale, pur senza veder ancora realizzarsi i suoi meravigliosi sogni d'oltremare.

Il Vescovo di Piacenza la aveva già esortata ad istituire un orfanotrofio a Nuova York, ma lei, esitava, pensando maggiormente alla Cina come luogo. La metropoli americana infatti, le sembrava un campo eccessivamente ristretto. Sarà poi Leone XIII, quando la piccola suora veniva ammessa alla sua presenza, a toglierle ogni dubbio: «Non all'oriente, ma all'occidente. Andate negli Stati Uniti: vi troverete un gran lavoro».

Partiva così nella primavera del 1889, varcando la prima volta con un gruppo di compagne, quel mare che le faceva così paura. A Nuova York, nella babelica sconosciuta metropoli, quelle pioniere dell'apostolato missionario si sentivano paurosamente sole, soprattutto quando, udito il loro progetto di aprire un orfanatrofio, l'Arcivescovo Corrigan, quasi pentito di averle chiamate, dichiarò candidamente a Suor Cabrini: «Io non vedo soluzione migliore di questa: che lei, Madre, se ne torni in Italia con le sue suore». Eppure, neppure in quella circostanza la pia donna seguiva il consiglio di allontanarsi. Con il suo pronto intuito, capiva che vi era più da far del bene lì che in Africa o in Cina, lì ove migliaia di nostri connazionali dell'epoca, dimenticati o ignorati dalla Madrepatria, vivevano nella miseria e nell'abiezione. Da quel momento la via sarà chiara per Francesca Cabrini. Penetrava con le compagne nelle più sordide abitazioni degli emigranti, dove neppure i poliziotti, si diceva, avrebbero osato avventurarsi; raccoglieva i piccoli lustrascarpe per via; portava un sorriso e un conforto alle famiglie angosciate; riconduceva alle chiese cattoliche uomini che da molti anni non le frequentavano più. Teneva sempre alto il nome del nostro Paese in terra americana.

La modesta abitazione alla 59° Strada, asilo per le orfanelle abbandonate, diveniva il primo nucleo americano di quell'Istituto che doveva, in breve tempo, abbracciare con ospedali, scuole, collegi, orfanotrofi, tutto il continente americano, oltre all'Italia, Francia, Spagna, Inghilterra. Molti concedevano un obolo, al sorriso dagli occhi luminosi di Suor Cabrini. Quando si doveva difendere gli interessi dei suoi ricoverati, l'umile suora sapeva tenera testa ai più esperti businessmen. Abilissima organizzatrice, la fondatrice e superiora generale dell'Istituto ad ogni nuova fondazione studiava le aree, gli edifici, i piani regolatori e manovrava opportunamente il suo esercito di missionarie, che cresceva di mese in mese. Riusciva così a creare donne forti, laboriose ed istruite, un vero traguardo per gli inizi del secolo scorso.

Seppur delicata di costituzione e spesso febbricitante, Madre Cabrini si prodigava nella sua grandiosa opera di rigenerazione. Valicava i mari con i piroscafi più celeri (attraversava ben 24 volte l'atlantico) e le terre con le grandi ferrovie transcontinentali. Contraeva il vaiolo in Italia, la malaria in Brasile e miracolosamente non prendeva la febbre gialla ai tropici. Conosceva i calori asfissianti di Panama, le zanzare di New Orleans, i deserti dell'Arizona. Discendeva nelle miniere del Colorado, e percorreva animosamente le piantagioni della Luisiana, come le sconfinate Pampas dell'Argentina. Nel suo frequente viaggiare, aveva più volte occasione di metter alla prova il suo coraggio: come quando, in pieno Atlantico, il piroscafo Normandia, con le macchine guaste, si trovava bloccato tra i ghiacci; o in quella terribile notte burrascosa durante la quale, recandosi in Nicaragua, era sul punto di far naufragio; o quando alcuni malviventi prendevano a revolverate il treno sul quale viaggiava; o peggio ancora durante il passaggio a dorso di un mulo tra le nevi della Cordigliera delle Ande, allorché si trovava in una posizione disperata, sull'orlo di un crepaccio. Neppure le ostilità degli uomini, l'anticlericalismo, i torbidi delle Repubbliche del centro America riuscivano a piegarla. A Nuova York come a Bilbao, o a Parigi, le fondazioni riuscivano particolarmente difficili. Grandi forze si erano coalizzate per schiacciare la piccola suora italiana, che implorava solo del bene per i poveri emigrati. E come sempre, gli umili sembravano comprenderla meglio. Pendevano sul suo capo le benedizioni di chi languiva nelle corsie degli ospedali; i carcerati di Chicago facevano tra loro una sottoscrizione per donarle una carrozzella con un cavallo; i detenuti di Sing - Sing le dedicarono un opuscolo stampato e redatto da loro. Anche gli animali provavano per lei simpatia. Già alla sua nascita si dice che uno stormo di colombe bianche era venuto intorno a svolazzarle. Quasi al termine della sua vita, un giorno che stava attraversando i giardini delle Tuilleries a Parigi, i passeri festosi la circondavano in gran numero, posandosi sulla sua veste. Suo non era nemmeno il titolo di fondatrice dell'Istituto, perché ne era unica fondatrice, secondo la sua ingenua espressione la Madonna delle Grazie.

Quest'umile "mamma degli emigranti" riposa per sempre, dal 1917, in una cappellina di West Park, nell'Hudson. Il Columbus Hospital di Nuova York, la maggiore delle sue fondazioni, le dedicava un libro ricco di interessanti particolari biografici, ma nulla è in confronto agli ammalati e che si curavano nella struttura. Madre Francesca Saverio Cabrini è stata definita da personalità politiche ed ecclesiastiche "un generale", "un eccellente ministro", un "grand'uomo". Tuttavia, il miglior giudizio è quello espresso da Leone XIII: «E' Santa vera, la Madre Cabrini, è Santa!». Nel 1938 veniva proclamata beata, nel 1946 santa (la prima della Chiesa cattolica americana), nel 1950 "Patrona degli emigranti". La festa liturgica ricorre il 22 dicembre, giorno della sua morte. Sarebbe stato bello, se fosse stata nominata in una delle tante omelie di domenica 13 gennaio, invece di subire un ingiusto oblio.

 

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

 

 

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