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(ASI) Nel maggio 2012, una notizia scuote l’opinione pubblica mondiale. Ad Hula, città situata a 200 chilometri a nord di Damasco, in una Siria teatro di duri combattimenti, si consuma una tragedia orribile. Le immagini che fanno il giro dei notiziari sono agghiaccianti. Le telecamere indugiano su una lunga fila di piccoli corpi inermi, di bambini. Le macchie di sangue e i visi dagli occhi chiusi sono malcelati da pezzi di stoffa che sembrano esser stati raccolti alla buona. Si tratta delle 25 più giovani vittime di una strage perpetrata ai danni di 110 civili. Una strage - l’ennesima, la più efferata e ingiustificabile - compiuta dall’esercito del regime di Bashar al-Assad.

O almeno, questa è la versione degli Osservatori dell’Onu e delle maggiori agenzie di stampa. Una versione che convince i leader politici di Stati Uniti e Unione europea, impegnati nelle ore subito successive a rilasciare dichiarazioni di pesante condanna nei confronti del regime siriano. Assad viene definito un «criminale», un «sanguinario». La strage di Hula assurge a simbolo della sua brutalità. “Il massacro dei bambini” è il nome che le viene assegnato dai giornali. Un nome sin troppo evocativo per lasciare adito ad atteggiamenti di indulgenza verso lo “Stato canaglia” di turno.

Tuttavia, dopo qualche settimana dai fatti, si scopre una verità diversa. Rainer Hermann, inviato di guerra tedesco, pubblica sul Frankfurter Allgemeine Zeitung un’inchiesta scrupolosa e particolareggiata. Rivela che sono stati i ribelli sunniti a compiere il massacro, e non le truppe del regime siriano. Il motivo è presto detto: le vittime appartengono tutte a famiglie alawite e sciite, comunità che sostengono Assad.

Una rivelazione importante. Il rapporto di Hermann scompiglia il quadro emerso dai media nelle ore immediatamente successive alla strage. Ciononostante, nessuno o quasi si preoccupa di concedere alla nuova versione dei fatti un degno risalto. L’idea del «criminale», del «sanguinario» Assad è ormai cristallizzata nell’opinione pubblica. Qualche trafiletto non è sufficiente a scalfirla.

Raccontare la guerra di Siria in modo arbitrario, del resto, corrisponde a una precisa strategia che i media di massa hanno abilmente orchestrato sin dagli inizi delle tensioni. Questa è l’opinione di Raimondo Schiavone, Alessandro Aramu, Talal Khrais e Antonio Picasso, autori del libro “Syria – Quello che i media non dicono” (Arkadia, 2013). «Per mesi si è taciuto in modo sistematico sulle stragi commesse dai ribelli - denuncia Aramu -. Spesso sono stati presi di mira anche i cristiani e non solo i gruppi politici e sociali vicini al presidente Assad. Nessuno ha voluto vedere questa realtà». Al contrario, spiega l’autore, sono stati enfatizzati i crimini «veri o presunti, perpetrati da Assad nei confronti della popolazione e dei suoi oppositori».

Pilastro di questa strategia mediatica è al-Jazeera. Nel libro viene dedicato uno spazio ai più marchiani casi di manipolazione mediatica orditi da questa emittente satellitare, per nulla disinteressata a ciò che avviene in Siria. È ormai un segreto di pulcinella, d’altronde, che ingenti rifornimenti di armi e danaro giungano ai ribelli dalle ricche fonti del Qatar, che di al-Jazeera è proprietario. Non stupisce, quindi, la disinvoltura con cui quest’emittente ha pubblicato vere e proprie bufale pur di diffamare l’esercito siriano. «Incredibile», semmai, è «come i media internazionali abbiano ripreso buona parte di tali bufale».

Un libro come questo si innesta invece in quella scia di controinformazione che gli stessi autori definiscono «coraggioso baluardo contro l’ondata di “propaganda” che i media hanno condotto in Siria sin dall’inizio del conflitto». Un libro che ha dato voce a chi non trova nei media main stream il veicolo per denunciare i torti subiti. Per esempio, la deputata siriana indipendente Maria Saadeh, che insieme ad altri due suoi colleghi sarebbe dovuta venire in Italia nell’autunno scorso con l’obiettivo di trovare una soluzione diplomatica al conflitto, ma che si è vista negare il visto dal Governo Monti senza alcuna spiegazione.

È lei che, a Damasco, accompagna gli autori del libro all’incontro con il presidente Assad, la cui preziosa relazione è presente nel volume. È sempre lei, appartenente alla minoranza cristiana, che li conduce ad ascoltare le testimonianze disperate di alcuni religiosi greco-ortodossi e siro-ortodossi. Tasselli di un mosaico inter-religioso tipico della Siria che il conflitto rischia oggi di demolire. Un fatto fondamentale, tra quelli che “i media non dicono”.

Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia

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