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(ASI) Qualunque forestiero che si avventuri a Roma, in questi giorni, avvertirà un clima surreale. La primavera indugia a farsi largo tra i Sette Colli, il cielo è prevalentemente grigio e la temperatura freddina. Uno scenario che evoca l’autunno, benché sia fine maggio.

Non è però il prolungato letargo della mitezza primaverile a colpire di più, piuttosto l’atmosfera di tensione tipica di un’attesa concitata. Se a scaldare gli animi dei romani non ci pensa il sole, ecco subentrare un evento di quelli destinati a segnare la storia calcistica della Capitale. L’aria che aleggia sull’Urbe è pesante, si taglia a fette, neanche l’anomala tramontana che spira in queste serate riesce minimamente a scuoterla. È alle porte, del resto, il 26 maggio, data che ogni tifoso di Roma e Lazio ha segnato da tempo sul proprio calendario. Fin dal giorno in cui si è appreso che le due squadre capitoline si sarebbero affrontate per contendersi la Coppa Italia.

Una partita da dentro o fuori. Una posta in palio altissima, che racchiude il trofeo, la qualificazione alla prossima Europa League, il riscatto dopo una stagione mediocre, la supremazia cittadina. Un evento unico nella storia del calcio italiano. Che diventa raro se si estende la ricerca storica oltre il Raccordo. In passato è capitato già due volte, infatti, che una stracittadina corrispondesse alla finale del torneo nazionale. Nel lontano 1938 il palcoscenico fu lo Stadio Filadelfia di Torino, dove la Juventus si impose sugli eterni rivali granata per 3-1 e alzò la coppa. Qualche decennio più tardi, nel 1977, i riflettori si spostarono sul Meazza di Milano, per illuminare le due reti che permisero al Milan di sconfiggere l’Inter ed aggiudicarsi la 30esima edizione del trofeo.

Oggi tuttavia è diverso. Quelli erano altri tempi: le gesta dei giocatori non catturavano così tanto le preoccupazioni della gente, il calcio non era ancora diventato l’odierno ricettacolo di tensioni collettive. Soprattutto, erano altre le città protagoniste della finale. Roma, con la sua pletora di radio che quotidianamente si fanno portavoce - ampliandole sino all’eccesso - delle aspettative e delle ansie dei tifosi, rappresenta un luogo simbolo, in Europa occidentale, dell’esasperazione del tifo. E il derby, da queste parti, mette da sempre a dura prova le coronarie degli accesi sostenitori romani.

Esasperazione che durante questa settimana, in casa romanista, ha raggiunto picchi molto alti. Come se l’attesa di domenica non bastasse. La società, nella persona del presidente americano James Pallotta, ha deciso, inopinatamente, di presentare il nuovo stemma della squadra a pochi giorni da questo storico derby. L’innovazione ha mietuto però ben pochi consensi. Gran parte dei tifosi romanisti reputa l’eliminazione dell’acronimo ASR come un vero e proprio oltraggio. La contestazione, partita dai social network, si è fatta rovente come forse mai era successo in questi due anni di gestione americana, pur segnati da deludenti risultati della squadra. C’è da credere che prossimamente i tifosi giallorossi non mancheranno di manifestare ancora il proprio attaccamento al simbolo appena accantonato dalla proprietà.

Ma a poche ore dal calcio d’inizio, le attenzioni dei sostenitori della Lupa si stanno catalizzando verso un solo obiettivo. La speranza è che la delusione per il nuovo stemma venga rinfrancata dalla conquista della decima Coppa Italia della storia romanista. Un traguardo che segnerebbe un record nazionale, viepiù suggestivo se conquistato a scapito dei rivali laziali.

Questi ultimi, per volere del presidente Claudio Lotito, hanno preparato il derby fuggendo dal trambusto romano verso un meno rumoroso e finora propiziatorio per i colori biancocelesti luogo: la cittadina di Norcia. I tifosi dell’Aquila confidano nella voglia di rivalsa dei propri giocatori, che hanno concluso il campionato finendo alle spalle della Roma.

Il derby capitolino, dunque, riconsegna alla Coppa Italia quel prestigio che qualche esterofilo, ossessionato dal provincialismo italiano, ha voluto misconoscerle negli ultimi anni. Per la squadra che la alzerà al cielo e per i suoi tifosi, domenica sera, quella elegante coppa assumerà il valore di un calice pieno di dolcissima mistura. Dinnanzi ai vincitori si apriranno le porte della gloria calcistica. Gli sconfitti, invece, dovranno sopportare mesi grigi come quest’atipico cielo sopra Roma. Per loro, la primavera tarderà molto a lungo ad arrivare.

Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia

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