(ASI) Bologna - Sulla vicenda criminale della Banda della Uno Bianca (103 crimini, 24 omicidi e 102 feriti, tra il 19 giugno 1987 e il 24 maggio 1994), l'associazione delle vittime della banda spera di poter avere nuove verità che non sono ancora venute a galla durante i vari procedimenti penali incardinati dalle Procure presso i Tribunali di Bologna, Rimini e Pesaro, attraverso la digitalizzazione degli atti che può collegare in una visione di insieme i vari episodi criminali che si sono susseguiti targati Uno Bianca.
Collegare i vari fili di questa trama instrinsecabile sarebbe potuto già succedere già negli anni Novanta se si fosse seguita la proposta dell'allora Presidente dell'Associazione delle vittime della Banda della Uno Bianca, Vito Tocci, di fare un processo unico che avrebbe sicuramente favorito il lavoro della magistratura e la ricerca della verità che i sopravvissuti e i parenti delle vittime del commando della Uno Bianca si affannano ancora a trovare. 
Quello su cui in particolare si dovrebbe fare luce, è, ad esempio, il reale motivo di alcuni fatti delittuosi avvenuti fra la fine del 1990 e il 1991 che non hanno apparentemente alcuna  giustificazione logica nella ricerca di guadagni facili frutto inizialmente delle rapine dei componenti della banda ai caselli autostradali, alle Coop e successivamente agli istituti di credito.
 
Questa fase criminale della Banda della Uno Bianca compresa fra il 1990 e il 1991,  considerata dai giornalisti e dagli inquirenti "eversiva", riguarda i maggiori efferati delitti di sangue ammessi dai fratelli Savi, tra cui:
- L' assalto al Campo Nomadi di Via Gobetti del 23 dicembre 1990, giustificato ufficialmente con l'ideologia razzista dei componenti della banda, mai confermata dai fratelli Roberto e Fabio Savi, la cui utilità è indecifrabile, se non quella di commettere atti terroristici che sviassero l'attenzione della magistratura e dell'opinione pubblica da vicende giudiziarie e politiche di rilevanza nazionale. Dello stesso tenore dell'assalto al Campo Nomadi può essere considerato l'assassinio dei Senegalesi a San Mauro Mare il 18 agosto 1991. 
- L'eccidio del Pilastro del 4 gennaio 1991, il più efferato delitto di sangue rivendicato dalla Banda della Uno Bianca che costò la vita in uno scontro a fuoco,avvenuto nel quartiere popolare alla periferia di Bologna, a tre giovani carabinieri, Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, capitati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Al di là del movente ufficiale dell'eccidio dichiarato dai fratelli Savi, cioè quello di non farsi identificare alla guida di una Fiat Uno bianca rubata, c'è quello che hanno teorizzato gli inquirenti, ma che non si è mai potuto provare totalmente con certezza, di un traffico di armi esistente fra l'Est Europa dopo la Caduta del Muro di Berlino e la malavita organizzata italiana, in cui la Banda della Uno Bianca avrebbe svolto un ruolo di intermediario. Potrebbe essere questo il movente dell'uccisione dei tre giovani carabinieri al Pilastro o un gesto avente una finalità meramente terroristica. 
- Uno scopo terroristico, di sviamento dell'attenzione degli inquirenti e dell'opinione pubblica dalle vicende politiche e giudiziarie legate al passaggio fra la Prima e la Seconda Repubblica, ha sicuramente l'agguato alla Fiat Ritmo con a bordo altri  tre carabinieri nei pressi di un cavalcavia a Marebello di Rimini, il 30 aprile 1991, a cui seguirà pochi giorni dopo a Bologna la rapina all'Armeria di Via Volturno del 2 maggio 1991, durante la quale  vennero uccisi la titolare dell'armeria Licia Ansaloni e il commesso Pietro Capolungo, carabiniere in congedo, eliminati ufficialmente per non lasciare testimoni di una rapina che aveva portato al misero bottino di due pistole, ma secondo una tesi degli inquirenti, fatti fuori per nascondere chissà quale verità che sarebbe potuta venire a galla con la loro testimonianza.
Ma, perché uccidere i due commercianti? Sul movente sicuro, indagini e processi nelle aule dei tribunali non sono riusciti a fare luce con certezza. Unico collegamento con molti altri fatti criminosi commessi dalla Banda della Uno Bianca, la rivendicazione telefonica di un misterioso gruppo, la Falange Armata, nella quale si dichiara di aver voluto "evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei meccanismi dell'organizzazione".
 La rivendicazione della Falange Armata compare in quegli anni fra il 1991 e il 1994 in numerosi fatti di sangue collegati non solo alla  Banda Uno Bianca (tra cui anche la Strage del Pilastro), ma anche in attentati di Cosa Nostra, tra i quali la Strage di Capaci e di Via D'Amelio in cui persero la vita i Giudici Falcone e Borsellino. 
Al massacro dell'armeria di Via Volturno seguono una ventina di azioni omicide della Banda della Uno Bianca con tre morti, nove feriti a fronte di un bottino irrisorio, finché il 28 agosto del 1991 un nuovo messaggio della Falange Armata che, guarda caso, coincide sostanzialmente con la fine della fase dell'attività della banda considerata eversiva. 
Oltre la rivendicazione della voce falangista con accento tedesco che accomuna alcuni delitti della Uno Bianca, ci sono i due fucili Beretta Ar70 posseduti legalmente da Roberto Savi, uno dei quali ha sparato in diversi omicidi della banda che non verranno mai controllati, a dovere. 
Infatti, il 14 gennaio 1991, all'indomani della strade del Pilastro vennero controllati tutti i nomi dei 31 cittadini che possedevano in Emilia - Romagna questi fucili, tra cui comparve anche Roberto Savi che in quanto collega poliziotto fu contattato dagli inquirenti che portavano avanti le indagini per portare uno dei suoi fucili in Questura per essere esaminato. Ovviamente il Savi portò quello che non aveva sparato al Pilastro! L'allora dirigente della Squadra Mobile Giovanni Preziosa aveva chiesto di fare effettuare una perizia balistica su tutti i fucili Beretta Ar70, ma ciò non avvenne e le cose andarono diversamente, così la Banda della Uno Bianca poté continuare indisturbata la sua attività criminale per ancora oltre tre anni, fino all'autunno del 1994. 
 
Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia 
 

 

Le foto dei portici di Via Volturno e del monumento commemorativo ai tre carabinieri caduti al Pilastro  sono state riprese da Google Earth. 

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