Luciano Vassallo 1968(ASI) Questa è la storia di un eroe, di un uomo intelligente, integro, di un campione dentro e soprattutto fuori dal campo, che nonostante le mille avversità che la vita gli ha messo di fronte, ha sempre viaggiato a testa alta, fino a diventare stella e simbolo di una nazione che lo ripudiava per il colore della pelle, per il nome e per i suoi principi. Una storia ricca di paradossi la sua, perché è assurdo pensare che il più forte giocatore di tutti i tempi del calcio etiope ed eritreo, colui che ha portato la sua nazione al punto più alto della sua storia, sia sempre stato osteggiato, represso e rifiutato dal suo stesso stato.

Luciano Vassallo, nome italianissimo il suo, figlio di Vittorio Vassallo, militare italiano e di Mebrak, donna indigena. Ecco perché Luciano è meticcio. Nasce in Eritrea nel 1935, in un’epoca nella quale i meticci subivano razzismo sia da parte dei bianchi, che dei neri, un destino a dir poco crudele. Ma Vassallo sa giocare a calcio, lo fa divinamente, e anche quando l’Eritrea viene annessa all’Etiopia, pur essendo mal visto dagli organi politici e federali etiopi per il suo colore, viene convocato in nazionale. Ben presto di quella selezione diviene la stella indiscussa, capocannoniere e capitano. Gioca a centrocampo, ha una classe sopraffina, segna valanghe di gol, la sua presenza potrebbe permettere all’Etiopia di vincere qualcosa per la prima volta nella sua storia. Ciò nonostante lafederazione fa di tutto per osteggiarlo, gli impone persino di cambiare nome, lui ovviamente rifiuta minacciando di abbandonare la nazionale, consapevole che quella selezione non può fare a meno di lui.

A ridosso della coppa d’Africa del 1962, il presidente della federazione in accordo con i vertici politici toglie a Luciano la fascia di capitano, perché intuendo che quella forte nazionale (nella quale giocava anche il fratello Italo Vassallo e il forte attaccante Menghistu Worku) potesse vincere la competizione, è terrorizzato all’idea che a sollevare la coppa possa essere un meticcio.

L’Etiopia la vince quella coppa d’Africa, raggiungendo il punto più alto della propria storia, ovviamente trascinata dalla “Stella d’Africa” (verrà soprannominato così Luciano Vassallo), che di quella competizione risulta capocannoniere con 3 reti e miglior giocatore, tanto che alcuni giornalisti, in particolare francesi cominciano a chiamarlo il Di Stefano d’Africa e a paragonarlo a Didì e a Suarez. Ma nonostante abbia trascinato la sua nazionale al trionfo, la federazione gli sferra l’ennesimo attacco, cancellando ogni sua traccia da tabellini, referti e carta stampata, il suo nome non compare da nessuna parte, la sua partecipazione a quella competizione non ha più certificazioni. Ovviamente a distanza di tempo i suoi onori gli saranno restituiti.

Nonostante le frizioni coi vertici di stato continuino senza sosta, Luciano diventa allenatore-giocatore della sua nazionale.

Per svolgere al meglio il nuovo ruolo, Vassallo si reca a Coverciano dove studia dai grandi maestri del calcio italiano. Conosce Valcareggi, ai corsi insieme a lui c’è gente del calibro di Cesare Maldini. Durante le lezioni si siede sempre in prima fila, ama studiare il calcio, vuole conoscerne tutte le sfaccettature (dalla tattica, alla preparazione tecnica eatletica, fino alla medicina sportiva), tanto che, terminato il corso e ottenuto l’attestato di partecipazione, fa ritorno in Etiopia con una quantità notevole di libri. In quei libri c’erano le regole, la burocrazia, i diritti e i doveri del gioco del calcio. Vuole cambiare la mentalità dei suoi compagni e della sua nazionale, vuole infondere a tutti le nozioni imparate in Italia, vuole trasmettere quella visione scientifica del suo sport finora sconosciuta in Africa.

Ma questa accezione intellettuale che Vassallo sta dando al mestiere di allenatore, tanto per cambiare alla politica non piace.

Nel frattempo la “stella d’Africa” ha smesso di giocare per dedicarsi completamente al ruolo di commissario tecnico, sta facendo crescere i suoi ragazzi, il gruppo che ha creato sta diventando sempre più coeso, acquisendo consapevolezza grazie alle nozione da lui trasmesse. Luciano ha tutto ciò che ha sempre desiderato, una bella casa, un’officina, una moglie e dei figli che ama.

Ma in quel periodo in Etiopia ci sono moti rivoluzionari che portano a stravolgimenti politici, è un periodo di battaglie interne, conflitti a fuoco che portano ad uno stravolgimento al potere. L’esercito si rivolta trainato dal Derg (una giunta militare comunista) capeggiato da Menghistu Hailè Mariàm, che mette alle strette l’imperatore Hailè Selassiè, che qualche mese dopo sarà assassinato. Menghistu Hailè Marià prende così Addis Abeba e il potere. L’impronta militare del nuovo regimeè fortissima, tanti civili vengo uccisi ogni giorno, la situazione diventa invivibile.

Il governo sente inoltre l’esigenza di affidare l’Etiopia ad un allenatore europeo e silura Luciano a favore di un tecnico tedesco, Peter Schnittger.

Per lui è un duro colpo, quella nazionale l’aveva plasmata lui, la sentiva sua, ma si rimbocca le maniche e comincia ad allenare alcune squadre di club tra le principali in Etiopia.

Ma la goccia che fa traboccare il vaso arriva quando vedendo alcune amichevoli della nazionale etiope, Vassallo nota che alcuni dei ragazzi da lui allenati in precedenza correvano molto di più rispetto a prima, rendevano oltre le loro forze; a Coverciano la “stella d’Africa” aveva approfondito il tema delle sostanze dopanti e di fronte a quelle prestazioni anomale di alcuni giocatori si insospettisce. Chiama alcuni ragazzi della nazionale e gli chiede se il nuovo allenatore ed il suo staff gli dessero delle medicine, loro confermano che gliene venivano fatte prendere ben 7. Lui si fa portare quelle medicine, le fa analizzare ed emerge che una di queste è una sostanza dopante. Schifato dalla situazione e preoccupato per i suoi ragazzi, convoca i media nazionali e fa uscire la notizia.

E’ l’inizio della fine.

Diventa oggetto di attacchi e minacce quotidiane e terrorizzato da quel clima di odio che si è creato nei suoi confronti e verso la sua famiglia, spedisce i figli all’estero e comincia a pianificare la fuga dal paese. Ma una mattina viene prelevato dalle autorità segrete e portato in carcere. Il suo destino sembra ormai segnato, Luciano attende ormai inerme la fucilazione, sembra che nulla possa sottrarle a quell’inevitabile fine. E invece accade un miracolo, perché dopo tanto seminare, Vassallo raccoglie finalmente i frutti della sua onestà e della sua splendida carriera; il boia, l’uomo deputato a farlo fuori, è un suo grande tifoso e lo risparmia. Perché il nostro campione era amato odiato dalle autorità, ma amato alla follia dai suoi tifosi, dalla popolazione.

Uscito di prigione capisce che in Etiopia non ha più futuro, deve andarsene. Comincia a pianificare la fuga e consapevole delle difficoltà alle quali sta andando incontro, sperimenta il digiuno, dorme sul pavimento, trascorre molto tempo al freddo, in previsione di ciò che sarebbe potuto accadere. Il tutto dissimulando la massima normalità, per non far sospettare nessuno delle sue intenzioni. Finché, una mattina, mette in atto la fuga, lasciando la sua casa, la sua officina, i suoi averi e tutto il suo passato e si avventura nel deserto.

 

Terminato il deserto, dopo chilometri e chilometri di camminata in condizioni disumane, Vassallo raggiunge stremato le montagne e scopre che sono presidiate da posti di blocco, con forze armate preposte a controllare i confini, col mandato di sparare a vista a chiunque si avvicini in maniera sospetta, sia in entrata chee in uscita. Ma anche stavolta a salvarlo è la sua carriera. Un commilitone di un posto di blocco lo riconosce, fa presente al suo capo che si tratta del grande campione e Vassallo viene accolto in tenda, sfamato, accompagnato nel Gibuti. Dal Gibuti Luciano entra in Italia, la sua meta.

Finalmente ha raggiunto la terra promessa.
Qui comincerà per lui una nuova vita, senza ricchezze, ricominciando da zero, ma all’insegna della libertà e sempre con l’umiltà e l’intelligenza che hanno sempre caratterizzato questo grande uomo.

Alessandro Antoniacci - Agenzia Stampa Italia

 

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