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Speciale

Karim El Sadi (GPdI): “Palestina non è solo il concetto della terra, ma anche un modo di vivere quotidiano”

Di Fabrizio Di Ernesto 12 Ottobre 2020 – 10:44 3 min di lettura

gpi(ASI) Abbiamo incontrato Karim El Sadi, dirigente dei Giovani Palestinesi d’Italia che ci ha parlato dell’associazione, dei loro progetti e del loro rapporto con la Palestina.

Chi sono i Giovani Palestinesi d’Italia e di cosa si occupano?

Siamo un'associazione di giovani attivisti nata nel 2016, dopo il vuoto lasciato dallo sfaldamento negli anni ‘90 del GUPS, i gruppi di studenti palestinesi. Il nostro gruppo è composto da palestinesi e italo-palestinesi nati e cresciuti in Italia, ma anche studenti appena arrivati. Per via della diaspora palestinese, molti di noi provengono non solo dalla Palestina e dai Territori del 1948 (“Israele”), ma anche dalla Giordania, Libano e Siria. L’apartiticità e la laicità del gruppo garantiscono il coinvolgimento di tutti i membri senza differenze. Le attività che svolgiamo sono molteplici, tra le più importanti l’organizzazione di mobilitazioni e manifestazioni, e le iniziative di beneficenza anche direttamente in territorio palestinese.

 

Qual è il vostro rapporto con la Palestina e le istituzioni palestinesi?

Il legame con la Palestina è viscerale, soprattutto per noi che viviamo lontani da essa. Tra l’altro, a causa dell’occupazione israeliana, molti di noi non hanno potuto ancora recarsi in Palestina. Per questo, Palestina non è solo il concetto della terra, ma diventa anche un modo di vivere quotidiano che sentiamo attraverso il nostro attivismo, il confrontarci con la nostra identità palestinese qui in Italia, lontani da “casa”. Le istituzioni palestinesi rappresentano esclusivamente la popolazione delle zone A e B, a loro volta divise tra Cisgiordania e Gaza per problematiche politiche, e non rappresentano i 7 milioni di palestinesi della diaspora nel mondo così come gli oltre 1.3 milioni di palestinesi che vivono nei Territori del 1948. Di conseguenza da parte del popolo palestinese, inteso nella sua interezza, non risiede grande speranza nelle istituzioni palestinesi. Le grandi battaglie dei palestinesi non sono state combattute nei palazzi del potere ma per strada, tra la gente. Lì dove l’identità palestinese non è mai stata corrotta da interessi personali e compromessi politici.

 

Qual è il grado di integrazione della vostra comunità nel nostro paese?

I palestinesi sono una delle comunità più integrate in Italia, probabilmente grazie ad una migrazione iniziata molti decenni di anni fa, in particolare tra gli anni 60 e 80, quasi esclusivamente per motivi di studio. A distanza di decenni, siamo completamente inseriti nel tessuto sociale italiano.

 

Spesso i media italiani quando si occupano della questione palestinese utilizzano due pesi e due misure per commentare ciò che accade. Come giudicate questo atteggiamento?

Purtroppo, i media tendono a parlare veramente poco della “Questione Palestinese” e quando lo fanno spesso distorcono la realtà dei fatti a favore dell’occupazione israeliana. Molto spesso viene spostato il focus dal contesto politico a quello religioso, facendo così cadere la questione nella trappola dell’antisemitismo. Soprattutto la voce dei palestinesi viene presa raramente in considerazione, e quando lo è si ritiene sempre necessaria la presenza della nostra controparte, come se oppresso e oppressore possano essere messi sullo stesso piano. Noi come Giovani Palestinesi riteniamo che sia fondamentale raccontare ciò che realmente accade quotidianamente in Palestina e far conoscere la vera storia della nostra terra, appunto raccontata con una narrativa errata, preservando così la memoria della nostra cultura e l’eredità delle nostre tradizioni, che spesso l’occupazione sionista ha cercato di cancellare o peggio di appropriarsene.

 

Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia

    

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