138830878 15829918486151n(ASI) Riparte, lentamente, la città di Wuhan, divenuta il drammatico epicentro dell'epidemia da nuovo coronavirus a partire dal mese di Dicembre. Dal prossimo 8 aprile, infatti, le stazioni ferroviarie e l'aeroporto, già sanificati la settimana scorsa, riprenderanno le attività come avvenuto qualche giorno fa nel resto della provincia dello Hubei. In tutto il Paese sono ancora forti le misure di sicurezza, malgrado il notevole allentamento delle restrizioni agli spostamenti e il riavvio di grandissima parte della produzione industriale.

La metropoli cinese da 12 milioni di abitanti, simbolo di una sfida senza precedenti contro un'emergenza sanitaria, sta cercando di tornare alla normalità perduta tre mesi fa, quando Pechino lanciò il primo allarme all'OMS per una serie di polmoniti sospette concentratesi nell'area urbana della città. A quel tempo c'erano ancora soltanto 41 persone ricoverate con gravi sintomi simil-influenzali, che tuttavia non rispondevano alle normali terapie farmacologiche. Nel giro di poco tempo i medici cinesi compresero, dunque, di essere alle prese con un agente patogeno sconosciuto.

Qualche giorno prima, il Dr. Li Wenliang, medico oculista, aveva condiviso i suoi dubbi con altri colleghi su un gruppo WeChat, popolarissima app cinese simile a Whatsapp. Temeva un ritorno della SARS, comparsa per la prima volta nel Paese asiatico tra il 2002 e il 2003. Di lì a breve avremmo saputo che l'intuizione di Li era impropria, ma non del tutto sbagliata. Il primo gennaio, però, le autorità locali - poi punite e silurate dal governo centrale - decisero di redarguirlo per aver diffuso "allarmismo". Tornò in servizio soltanto dopo alcuni giorni, cadendo poi a Febbraio sul "campo di battaglia" dell'Ospedale di Wuhan, ma i colleghi epidemiologi e virologi, anche sulla base delle sue ipotesi, erano comunque al lavoro nei laboratori ed il 9 gennaio isolarono per la prima volta quello che oggi conosciamo universalmente come il microrganismo responsabile della pandemia da Covid-19. Il nome scelto dagli scienziati cinesi fu inizialmente quello di 2019-nCoV, cioè "nuovo coronavirus", poi sostituito dall'OMS con la dicitura SARS-CoV-2. La sostanzia, tuttavia, non cambia: il 10 gennaio, la sequenza genetica e le caratteristiche del nuovo virus furono comunicate al resto del mondo.

Il SARS-CoV-2 è un parente lontano e piuttosto diverso dal SARS-CoV (meno contagioso ma più letale) isolato nel 2003 dal celebre pneumologo Zhong Nanshan, lo stesso medico che oggi, pubblicamente, nutre dubbi sull'origine di questo virus, sottolineando che nessuna evidenza scientifica dimostra che sia nato a Wuhan. Gli studi condotti nel corso di questi tre mesi e mezzo, sia nel Paese asiatico che all'estero, hanno identificato tra Ottobre e Novembre il possibile arco temporale in cui si è probabilmente verificato lo spillover, ovvero il salto di specie dal pipistrello all'uomo. Restano comunque dubbi sulle modalità di trasmissione zoonotica. Come ha sottolineato un rapporto congiunto di scienziati statunitensi, britannici e australiani, pubblicato lo scorso 17 marzo sull'autorevole rivista "Nature" col titolo The proximal origin of SARS-CoV-2, che conferma sostanzialmente le tesi dei colleghi cinesi, due sono le possibilità: trasmissione diretta pipistrello-uomo o trasmissione intermediata pipistrello-animale 2-uomo, dove l'animale 2 sembrerebbe essere il pangolino, un mammifero che tuttavia in Cina è già da anni bandito dal commercio.

La difficoltà di controllare il mercato clandestino di alcune specie selvatiche illegali in Cina (ma non in altri Paesi) e, soprattutto, la frequente presenza di contagiati asintomatici rende di fatto impossibile risalire al paziente zero nel Paese asiatico. L'ipotesi di studio dei cinesi è che il primo caso assoluto di Covid-19 possa risalire all'inizio del mese di Novembre. Si tratterebbe di un uomo colpito da polmonite che però non ha mai frequentato il mercato del pesce di Wuhan, indicato inizialmente con relativa certezza come luogo d'origine del virus, dal momento che 27 dei primi 41 ricoverati vi erano transitati.

Ciò che sappiamo senza tema di smentita è che, purtroppo, Wuhan ha fatto quanto meno da "cassa di risonanza" per la diffusione di questo virus molto "subdolo". Inizialmente, infatti, pare essersi insinuato nell'uomo molto lentamente, colpendo poche persone, probabilmente più fragili o compromesse, per poi accelerare ed improvvisamente accrescere la sua capacità di contagio. Se lasciato libero ed indisturbato, infatti, il suo numero netto di riproduzione (R0) può aumentare a vista d'occhio.

Secondo l'OMS, di base, ogni persona infetta può contagiarne in media altre 2,6. Uno studio italiano congiunto dal titolo The early phase of the covid-19 outbreak in Lombardy, Italy, pubblicato di recente per la Cornell University di New York, sostiene che in Lombardia, nella fase di massima circolazione, il numero netto di riproduzione del SARS-CoV-2 abbia raggiunto un valore massimo pari a 3,1. Un dato letteralmente spaventoso che lascia supporre che il virus abbia presumibilmente cominciato ad aggirarsi tra la bassa Lombardia e il piacentino già da gennaio, lavorando sotto traccia e contagiando pazienti in piccole unità, per poi esplodere nel periodo immediatamente successivo all'identificazione del paziente 1 all'Ospedale di Codogno.

Oggi che l'Italia comincia a vedere i primissimi risultati del blocco quasi completo della mobilità personale sancito dal DPCM dell'11 marzo, è ricominciata con forza la fase delle polemiche riguardo i ritardi e le responsabilità. Ci sarà tempo e modo di valutare se ci siano realmente stati pazienti da Covid-19 già tra Gennaio e Febbraio che le autorità sanitarie italiane abbiano eventualmente evitato di comunicare pubblicamente.

Fatto sta che tirare ancora in ballo la Cina, che ha dovuto anzitutto scoprire un patogeno completamente ignoto, a tre mesi di distanza dal primo allarme lanciato all'OMS servirebbe probabilmente a scaricare sull'estero responsabilità che, nel caso, sarebbero tutte nostrane. La sfida per l'Italia era oggettivamente estrema e proprio per questo tale esperienza, del tutto inedita per il nostro Paese in epoca contemporanea, dovrà rafforzare ancora di più la consapevolezza della necessità di un maggior coordinamento tra i sistemi sanitari nazionali di tutto il mondo ed in particolare con quelli più avanzati dell'Asia: non solo la Cina e la sua regione speciale di Hong Kong ma anche Giappone, Corea del Sud e Singapore.

In tutte queste realtà, sebbene con sistemi sanitari di vario ordinamento (pubblici, misti e assicurativi), la risposta precoce ha funzionato in modo nettamente migliore rispetto alla nostra, anche in virtù dell'esperienza pregressa accumulata in passato. Del tutto improbabile che tutti questi Paesi mentano e forniscano cifre inattendibili. Sarebbe presuntuoso, oltre che scarsamente rispettoso, continuare ad insinuarlo. Il numero dei contagi e, soprattutto, il tasso di mortalità fin qui registrati in Italia sono sicuramente dati intollerabili per un Paese del G7 ed evidenziano che, nonostante un personale sanitario straordinario ed altamente qualificato, le risorse a disposizione rendono l'Italia ancora troppo vulnerabile ad emergenze che pure erano state, sulla carta, previste in tempi non sospetti. Con soli 5.324 posti di terapia intensiva e 2.974 posti di malattie infettive a livello nazionale, il nostro sistema sanitario ha dovuto far fronte ad uno tsunami senza precedenti costringendo medici e infermieri a turni disumani e rendendo difficilissimo riuscire a curare tutti con accortezza e dedizione.

Quasi tutti i farmaci oggi in sperimentazione - forse tardivamente - nel nostro Paese erano già stati sperimentati in Cina e comunicati all'OMS nel pieno dell'epidemia di Wuhan ed oggi, stando ai primi responsi, sembrano avere efficacia anche nei nostri pazienti più gravi, purché si intervenga nei tempi e nei modi opportuni. Big data, intelligenza artificiale, droni, controllo degli spostamenti, utilizzo generale delle mascherine, ingressi scaglionati nei supermercati: modalità e immagini che abbiamo visto in televisione fino ad un mese fa, stupiti e quasi indifferenti a quanto stava avvenendo dall'altra parte del mondo, e che oggi costituiscono la nostra quotidianità.

Abbiamo ritenuto che i nuovi virus fossero un'esclusiva dell'Asia, dell'Africa o dei Caraibi, vaneggiando di presunti esperimenti di laboratorio e puntando il dito contro certe stravaganze alimentari o contro certi deficit in tema igienico-sanitario - problemi indubbiamente da risolvere al più presto, specie in Africa, India e alcuni Paesi del Sud-est asiatico - ma abbiamo dimenticato che da molti anni, sempre più spesso, veicolo di diffusione di nuovi agenti patogeni sono normali animali da allevamento come suini, bovini, polli e ovini. Basti pensare all'A/H1N1, la famigerata influenza suina comparsa nel 2009 negli Stati Uniti e in Messico che continua, seppure sporadicamente, a mietere vittime nel mondo. La prossima volta, fosse anche tra trent'anni, non potremo permetterci di farci trovare impreparati.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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