(ASI) Senigallia – Leggerezza e freschezza, dovrebbero essere queste le parole dei giorni di un'estate lontana dai banchi di scuola dei ragazzi. Le cronache, invece, raccontano di ben altri fatti.

Dettati dall'impulsività e dal mancato giudizio critico. L'ultimo riporta una vicenda drammatica: un ragazzo di soli 17 anni muore ad Acquasparta, un paese vicino a Terni, perché asseconda un gioco assurdo, che consiste nel riprendere da sdraiato a terra sull'asfalto l'amico che passa facendo qualche peripezia con lo scooter. A oggi, le forze dell'ordine stanno cercando di capire cos'è successo mentre il cordoglio, l'indignazione e i facili giudizi sui social aumentano.

C'è un altro fatto che non deve passare inosservato: se anni addietro le bravate dei ragazzi, che esistono da che mondo e mondo, venivano tenute nascoste, oggi hanno sempre più bisogno di essere documentate e postate su un canale social. Succede così anche nel caso dei selfie estremi, quando i giovani si immortalano su una gru di un cantiere, o su palazzi altissimi (urban climbing). A tal proposito, stando ai dati raccolti dall'Università Carnegie Mellon della Pennsylvania, i morti per un selfie sono 170 all'anno e il numero è destinato ad aumentare. Succede così, quando colgono una sfida lanciata su un social, come lo è l'ultima tendenza dell'Ice Cube Challenge (si spalmano sale su una parte del corpo e pigiano la zona con l'aiuto di un cubetto di ghiaccio fino a procurarsi un'ustione). E ancora quando decidono di attraversare i binari di una ferrovia mentre un treno sta arrivando in stazione. «Non si tratta solo di narcisismo. Dobbiamo vedere questi fenomeni sotto una luce più ampia e considerare che il sistema limbico dei ragazzi, sede tra l'altro dell'emotività e dei comportamenti, si forma completamente intorno ai 20 anni. Anche per questo non hanno l'esatta contezza del pericolo che stanno correndo», spiega Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell'Associazione Nazionale Di.Te., che si occupa di Dipendenze Tecnologiche, GAP, e Cyberbullismo.

E allora di che si tratta? «L'identità dei ragazzi è fragile. Non riescono più a raccontare attraverso le parole ciò che provano. Lo fanno attraverso le immagini. Hanno bisogno di essere riconosciuti e tentano di mostrare attraverso i canali social una parte di loro che può identificarsi con il sogno di un altro ragazzo della loro età. Perché così, magari, vengono imitati e si sentono importanti. Dovremmo aiutarli non incutendogli timore, ma interessandoci a loro, a quello che fanno e chiedendo cosa provano. Nessun ragazzo dirà dell'intenzione di fare un selfie estremo o un video che mostra una bravata, ma i grandi lo sanno che potrebbero farlo. Ecco perché dobbiamo tornare quanto prima a conoscere davvero le loro emozioni e a trasmettere il senso del limite. E questo si fa ricominciando dalla parola, dal confronto, e con l'interesse da parte degli adulti. Tutti gli adulti», sostiene Giuseppe Lavenia.

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