(ASI) In tempo di crisi ci sono certi settori che la crisi non dovrebbero conoscerla. Nell’Italia, maglia nera dell’Europa occidentale per corruzione, burocrazia, e libertà di stampa, che strangolano i cittadini e acuiscono una crisi economica che sembra non finire mai; si riteneva che il politico fosse una garanzia di benessere e di potere. Ebbene a quanto pare non è così.

Il paradosso

Certamente è d’obbligo supporre che il politico diviene tale nel momento in cui decide di porre la sua esperienza, e le sue capacità, al servizio della comunità, seguendo un filo ideologico che ne contraddistingue l’operato. Fare il politico insomma dovrebbe essere una vocazione. Al pari del prelato, del medico o del magistrato, il politico si suppone che decida di agire sulla scorta di un mandato popolare per il bene della comunità. In accordo con il mandato popolare, egli dovrebbe disporre del potere necessario per portarlo a termine secondo quanto pattuito con gli elettori che gli hanno conferito il potere di rappresentarli. Ebbene pare proprio che la teoria sia quanto mai lontana dalla realtà. Senza soffermarsi su “certe voci” popolari che indicano nel politico la categoria corrotta per eccellenza; è però un fatto innegabile che sempre più spesso, negli ultimi anni, molti sono stati i politici che hanno rimesso, o hanno tentato di liberarsi dal mandato popolare.

La classifica e i nomi eccellenti

Dall’inizio della legislatura dell’esecutivo di Matteo Renzi, ben in 43 che hanno abbandonato gli scranni del parlamento. L’emorragia più consistente riguarda il gruppo parlamentare del Pd che rappresenta il 45% delle perdite, seguono Forza Italia e Lega Nord con rispettivamente il 23% e il 14%. Le perdite tra le fila grilline sono invece difficilmente quantificabili in quanto spesso le fuoriuscite dei parlamentari cinque stelle sono posteriori alle espulsioni decise dai vertici del partito di Grillo. La classifica in termini qualitativi vede ancora in testa il Pd che tra tutti lamenta le maggiori perdite di figure di spicco del partito. Il nome forse più importante è quello di Enrico Letta. L’ex premier “stai sereno”, dopo le vicende che ne decretarono la fine della legislatura, ha infatti deciso di rassegnare le dimissioni dal mandato popolare per dedicarsi alla cattedra ottenuta presso l’università di Parigi. Come Letta, anche Lapo Pistelli, ha rassegnato le dimissioni dal mandato popolare in favore della poltrona di vicepresidente Eni. Anche l’ex ministro Massimo Bray ha preferito la direzione dell’istituto dell’Enciclopedia Italiana.

Consigliere regionale e manager d’impresa: il sogno dei fuggiaschi

Ma dove fuggono i parlamentari italiani? A cosa ambiscono e perché fuggono dal parlamento? A quest’ultima domanda forse dette risposta un film di Don Camillo. In “Don Camillo e L’Onorevole Peppone”, il celebre personaggio di Fernandel cercava di dissuadere il proprio storico avversario dall’accettare uno scranno a Roma dicendogli che sarebbe “solo una pallina da gettare nell’urna”. Il riferimento era al fatto che Peppone, il personaggio di Gino Cervi antagonista di don Camillo, nel loro paesino era un autorità riconosciuta e rispettata e il capo del partito, mentre a Roma sarebbe divenuto solo una pedina in mano ai propri dirigenti. Questo parrebbe essere esattamente il motivo alla base delle numerose fughe che stanno tormentando il parlamento italiano negli ultimi anni. Con l’eccezione infatti di Silvio Berlusconi e di Giancarlo Galan, decaduti in seguito a vicende indipendenti dalla loro volontà, tutti gli altri avrebbero deciso la “fuga” dal parlamento proprio per sottrarsi ai giochi delle segreterie di partito. Una conferma di questo scenario è giunta in seguito ad un intercettazione dell’On. Antonio Marotta nell’ambito dell’inchiesta che ha travolto Raffaele Pizza. In tale occasione il parlamentare Ncd avrebbe affermato che al Csm, suo precedente incarico come consigliere, “si amministrava un potere pieno ed immenso, mentre come parlamentare si è solo una mano che si alza nei giochi delle segreterie”. E ancora – “Se potevo, me ne fottevo di venire qua a perdere tempo”. Secondo Openpolis,i parlamentari preferiscono “migrare” verso occasioni più “appetitose” che garantiscano loro potere ed autonomia decisionale. Parrebbe insomma, come riportato da Openpolis, che l’obbiettivo sia quello della creazione di feudi personali da gestire a piacimento e grazie ai quali avere peso nei giochi di potere delle segreterie di partito. In tal senso l’incarico più ambito è il consigliere regionale, e quello provinciale o comunale nelle aere urbane di grande importanza. Questi incarichi sul territorio consentono infatti notevoli autonomie decisionali e anche poteri di veto e amministrazione dei fondi pubblici e privati che in ultima analisi garantiscono una marcata indipendenza dalle segreterie di partito. Il fatto poi che la “retrocessione” da parlamentare a consigliere nelle amministrazioni locali non comporti la perdita del vitalizio, costituisce un ulteriore incentivo al “downgrade”. Molto ambiti risultano anche gli incarichi manageriali in importanti gruppi economici e legali, così come le consulenze sia esterne, che interne. Da notare inoltre che la maggior parte dei “fuggiaschi” proviene da Palazzo Madama. Il dato potrebbe non essere casuale in quanto per il senato è stato da tempo disposto il progressivo depotenziamento al fine del previsto superamento del bicameralismo perfetto italiano.

I prigionieri del parlamento e il curioso caso dell’On. Vacciano

Molti però sono i politici che, pur desiderando cambiare aria non riescono nell’impresa. Questi si ritrovano pertanto “condannati” al percepimento del vitalizio parlamentare e “all’alzata di mano” in accordo con gli obbiettivi delle segreterie. Alle volte la permanenza forzata in parlamento potrebbe esser data dal fatto della mancanza di “sbocchi”, ma sembrerebbe proprio che alcuni siano “prigionieri” dei loro stessi partiti. Normalmente le dimissioni presentate dai parlamentari vengono sempre respinte dalle segreterie la prima volta in quanto tale diniego costituisce “un atto di cortesia e di fiducia” nei confronti del compagno di partito. Di solito però ci si aspetterebbe che alla seconda richiesta di dimissioni queste vengano accettate. Eppure alle volte capita che non sia così come nel caso dell’On. Giuseppe Vacciano, senatore del movimento Cinque Stelle. Vacciano era stato espulso dal partito di Grillo in seguito all’epurazione del febbraio 2015. Da quell’istante l’ex pentastellato aveva deciso di rassegnare le dimissioni in quanto “la permanenza in parlamento rappresenta un atto incoerente con il mandato dei cittadini”. Ad un anno e mezzo di distanza la richiesta dimissioni è stata respinta già volte dagli ex-colleghi di partito.

In buona sostanza, aldilà del rispetto delle scelte di ciascuno, non ci si può non chiedere come mai siano in atto questi cambiamenti. Gli elettori certamente si chiedono come mai l’impegno preso non viene portato a compimento nei tempi e nei modi stabiliti dai programmi politici. A questa, e ad altre domande, potrebbe essere il caso di cercare di dare una risposta.

Alexandru Rares Cenusa – Agenzia Stampa Italia

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