Alla ricerca della verità sulla tragedia ferroviaria di Balvano (Pz) a oltre settantanni di distanza

(ASI) Potenza – Stiamo portando avanti una serie di speciali su pagine della storia italiana su cui ci sono ancora dei coni d'ombra, magari celati dietro la cosiddetta ragione di Stato.

Come ad esempio le tragedie del secondo conflitto mondiale dovute a responsabilità degli eserciti vincitori Alleati.
E' noto che è sempre chi vince a scrivere la storia e a strappare o censurare quelle pagine che sono compromettenti.

In un precedente articolo, abbiamo parlato delle vittime da avvelenamento da iprite nel bombardamento del porto di Bari del 2 Dicembre 1943, dovuto alla presenza del venefico gas nelle stive di una nave della flotta statunitense, nonostante che l'iprite sia considerato un gas vietato in guerra dalla Convenzione di Ginevra del 1925.

Questa volta, parleremo di una delle più grande tragedie ferroviaria della storia, cioè quella avvenuta nella notte fra il 2 e il 3 marzo 1944, sempre nel Sud Italia, e nota anche come la strage di Balvano o del treno 8017.

Una tragedia, su cui permangono dei misteri, in primis, sul numero esatto delle vittime, secondo le cifre ufficiali c'erano 432 cittadini, riconoscibili tramite documenti, periti in questa immane tragedia, ma, in realtà testimonianze dirette di chi ha prestato soccorso, parla addirittura di 642 vittime (molti senza documenti di identità, alcuni irriconoscibili, poiché finiti sui binari e maciullati dal treno, nelle fasi di recupero del convoglio e di ripristino della viabilità sulla linea).

Della tragedia di Balvano, le fotografie dei corpi allineati lungo le rotaie appena fuori dalla "Galleria delle Armi", è una delle rare foto e anche una delle più famose.

Balvano è un paesino tra Basilicata e Campania, in Provincia di Potenza. Dove, il 3 marzo del 1944, avvenne il più grave incidente della storia delle ferrovie italiane, ma anche il meno conosciuto, perché avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale, nel periodo della guerra civile 1943-45: con al Centro - Nord la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, alleata dei Tedeschi, e al Centro - Sud Italia, il Regno di Vittorio Emanuele III e di Badoglio, sotto l'amministrazione militare Alleata (anglo – americana).

I bombardamenti Alleati, avevano distrutto molte tratte ferroviarie e per far arrivare il treno in certi centri, ci volevano anche dei giorni. Lunghi ed estenuanti i viaggi di chi cercava in campagna i generi di prima necessità che scarseggiavano nelle città, oppure di chi sbandato dal fronte di guerra, cercava di tornare disperatamente, anche con mezzi di fortuna, nel suo paese di residenza.

Per alleviare la fame e / o acquistare generi di prima necessità, si doveva ricorrere al baratto e al mercato nero . Così, carretti, camion e soprattutto treni venivano letteralmente presi d'assalto. Il treno merci 8017, partì da Napoli, nel pomeriggio del 2 marzo 1944 e, durante il suo viaggio verso la Basilica, aumentó progressivamente i suoi passeggeri. Il convoglio era composto da vagoni scoperti su cui era facile salirci. A Battipaglia la polizia militare americana, fece scendere alcuni dei clandestini a manganellate.

Fu inutile. Pochi minuti dopo la mezzanotte il merci entrò nella stazione di Balvano con circa seicentocinquanta persone a bordo, poiché i clandestini, se da una parte scendevano, dall'altra salivano.

A Salerno, finiva la linea elettrificata, e quindi la locomotiva iniziò ad andare a vapore con le caldaie alimentate a carbone. Dopo cinquanta minuti il treno ripartì dalla stazione di Balvano: era composto da 45 carri più due locomotive in testa e non una davanti e una di dietro come nella composizione classica del treno. Poco dopo, nella «Galleria delle armi» (chiamata così perché i briganti ci nascondevano il loro arsenale), il treno perse aderenza sui binari e slittó, poi si bloccò a 800 mt dall'inizio del tunnel, lungo quasi due chilometri. Tutti rimasero intrappolati, tranne i due vagoni di coda, mentre il fumo del carbone continuava a uscire. In pochi secondi i gas venefici invasero tutto.

E proprio in questa galleria, si consumò l'immane tragedia, una vera e propria carneficina. Le locomotive, nell'intendo di riprendere la marcia, svilupparono un'altissima quantità di acido carbonico e monossido di carbonio, e il tunnel, in assenza di aerazione, si trasformò in pochissimo tempo in una vera e propria camera a gas.

La posizione delle due locomotive, entrambe davanti al convoglio, non permisero ai macchinisti né di superare la galleria, né di retrocedere, poiché il personale di bordo perse rapidamente i sensi.

Infine, ci fu l'atto dovuto, del frenatore del carro di coda che non sapendo cosa stesse realmente succedendo, vedendo il treno prima avanzare e poi retrocedere bruscamente, decise di tirare il freno, salvando almeno la vita di coloro che erano negli ultimi due vagoni rimasti fuori dalla galleria. Egli, poi corse, camminando lungo i binari, ad avvertire, alle ore 5,10, il capostazione di Balvano.

L'inchiesta fu fatta in fretta e furia, senza nessun responsabile. Fu tutto insabbiato, come documentato anche dal verbale del Consiglio dei Ministri del 7 marzo 1944, che marchiò come clandestini i passeggeri del treno, anche se la polizia militare americana (MP), accertò che fu preteso il pagamento del biglietto del viaggio. Tra l'altro, secondo testimonianze di addetti ai lavori, nel treno c'erano anche militari sbandati, di ritorno a casa dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.

I cadaveri furono sepolti, senza funerali, in alcune fosse comuni, in un pezzo di terra fuori dal recinto perimetrale del cimitero di Balvano.

Alla fine, l'inchiesta della Procura del Re di Potenza, addossò la responsabilità della tragedia alla scarsa qualità del carbone fornito dagli anglo-americani, incapace di dare potenza a quelle locomotive nelle gallerie in salita, e produttore di grandi quantità di gas venefico che velocemente avevano invaso la galleria.

Vennero addotte come responsabili, cause di forza maggiore: "una combinazione di cause materiali, quali densa nebbia, foschia atmosferica, mancanza completa di vento, che non ha mantenuto la naturale ventilazione della galleria, rotaie umide, ecc., cause che malauguratamente si sono presentate tutte insieme e in rapida successione. Il treno si è fermato a causa del fatto che scivolava sulle rotaie e il personale delle macchine era stato sopraffatto dall'avvelenamento prodotto dal gas, prima che avesse potuto agire per condurre il treno fuori del tunnel. A causa della presenza dell'acido carbonico, straordinariamente velenoso, si è prodotta l'asfissia dei passeggeri clandestini. L'azione di questo gas è così rapida, che la tragedia è avvenuta prima che alcun soccorso dall'esterno potesse essere portato."

Alla fine,i parenti delle vittime ottennero dal Ministero un sommario risarcimento come vittime di guerra.

Ma, oggi, a distanza di tutto questo tempo, l'opinione pubblica si chiede, dopo che alcuni storici hanno tentato di riaprire l'inchiesta nel 2012: perché tutta questa fretta nel seppellire i cadaveri e nel chiudere l'inchiesta? Cosa c'è veramente sotto questa immane tragedia?

Solo alcuni storici, scrittori e giornalisti, nel corso dei decenni cercarono di mantenere il ricordo di vittime innocenti che non trovano pace, e di una tragedia, su cui non ci sono ancora certezze (e forse non ci saranno mai) a distanza di oltre settantanni.

Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia

 

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