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Speciale

Addio made in Italy. Aziende del Bel Paese sempre più in mano agli stranieri

Di Francesco Rosati 3 Maggio 2015 – 21:25 4 min di lettura

(ASI) L’Italia sempre più terra di conquista. Troppe aziende storiche italiane finiscono nelle mani di holding straniere, finendo così per perdere la loro identità. L’Italia è diventato il Paese dello shopping, negli ultimi quattro anni i saldi all’italiana hanno portato quasi 500 marchi nostrani in mano straniera.

  Purtroppo il Made in Italy non sta morendo, sta soltanto cambiando pelle e soprattutto proprietà. Dal primo gennaio 2008 a oggi sono passate in mani straniere ben 830 aziende italiane per una valore complessivo di poco superiore ai 101 miliardi di euro. Cifra che arriva tranquillamente a 115 miliardi, dal momento che nelle operazioni più piccole gli importi della cessione non sono dichiarati.  I Paesi che più stanno scommettendo sull’Italia sono Francia, Usa, Germania, Russia, Corea del Sud e la galassia emiratina. Più del 40% delle acquisizioni ha toccato il mondo del retail, lusso, moda, design, alimentari, grande distribuzione. A seguire il manifatturiero e solo in fondo le partecipazioni in banche e nel mondo dei servizi finanziari. La moda risulta la più pagata. Bulgari è stata acquistata da Lvmh per 4,4 miliardi di euro. Per l’83% di Parmalat, con 4,3 miliardi il giro d’affari, la francese Lactalis ha stanziato 3,7 miliardi. Per l’80% di Loro Piana (630 milioni di fatturato) Lvmh ha investito due miliardi. Poi 1,9 miliardi stanziati da General Electric per Avio, 1,6 miliardi da Edf per Edison, oltre un miliardo dall’americana First Reserve per la minoranza di Ansaldo Energia. A seguire Valentino, Pomellato, Krizia, Pal Zilieri. Per tutti c’è stato o si prospetta un rilancio. Ovviamente non finisce qui. Il perdurare della crisi espone sempre più l’Italia allo shopping estero.

Recentemente la casa automobilistica Audi, controllata dal gruppo Volkswagen ha raggiunto l’accordo per acquistare la marca bolognese di motociclette Ducati dal fondo Investindustrial per un prezzo di circa 860 milioni di euro al quale bisogna aggiungersi l’accollo dei debiti. Oltre a Investindustrial anche gli altri azionisti di Ducati – Hospitals of Ontario Pension Plan (che ha il 10% circa) e BS Investimenti, con il 20%  venderanno ad Audi le rispettive partecipazioni. 

Altri esempi ? L’Hines Italia Sgr ha stretto un accordo con Qatar Holding per l’acquisto di Port Nuova, l’area di Milano con grattacieli più alti d’Italia. Il colosso giapponese Hitachi ha comprato i Frecciarossa e si prepara a diventare il quarto produttore mondiale di treni, l’affare è stato pari a 36 milioni di euro. Inoltre l’azienda nipponica si è aggiudicata il 100% della Andaldo Breda, che si occupa della produzione di treni ad alta velocità e dei convogli per la metropolitana senza conducente.  Qualche tempo fa aveva destato scalpore la cessione di Telecom, il principale gruppo italiano di telecomunicazioni, in mano spagnola dopo l’accordo tra Telefonica e le banche italiane azioniste.

Un caso recente è quello dei cioccolatini Pernigotti, ceduti dai Fratelli Averna ai turchi Toksoz, azienda privata con sede in Istanbul. Altro esempio è la Pirelli, il colosso chimico cinese ChemChina avrà la maggioranza dell’azienda leader del settore degli pneumatici. La svizzera Dufry ha comprato Worls Duty Free, i Benetton l’hanno venduta per 1,3 miliardi di euro.  L’azienda americana Whirlpool ha raggiunto un accordo con Fineldo holding di Merloni per acquisire l’Indesit per 758 milioni di euro. L’Ethihad, compagnia aerea degli Emirati Arabi Uniti, invece controlla il 49% dell’Alitalia, ottenuta per una spesa minima di non più di 350 milioni di euro.

La vendita dei marchi del Made in Italy può essere visto come una svendita a discapito dell’economia nazionale, però non sempre lo stesso discorso vale per l’azienda stessa. Infatti, c’è chi dalla vendita agli stranieri e dall’emigrazione all’estero riesce a trarre vantaggio, Non sempre vendere equivale a perdere valore, dalla fine degli anni Novanta ad oggi le imprese acquisite da gruppi stranieri hanno ottenuto performance positive, Questo significa crescita del fatturato, dell’occupazione e della produttività.

Vendere è forse la cosa più importante per gli imprenditori , ma in tutto questo discorso si sente l’assenza dello Stato, che nulla sembra volere e potere fare per arrestare la scomparsa del Made in Italy. In tutto il mondo ci vantiamo della nostra moda, dei nostri cibi, ma ormai tutto è al servizio degli stranieri. Le strategie di queste holding straniere ? semplice, attendere il momento di difficoltà economica per poi fiondarsi con i loro “salvadanai” e appropriarsi così di aziende prestigiose a prezzi stracciati. Purtroppo il primato sul bel vivere e vestire non ci appartiene più, meglio farsene una ragione, in un modo o nell’altro.

Francesco Rosati - Agenzia Stampa Italia

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