(ASI) Il Kazakhstan ha un ruolo centrale nel processo di connessione dell'Asia con un pianeta in evoluzione, presenta crescenti opportunità d'investimento e gode di una posizione strategica nell'apertura commerciale tra Oriente e Occidente.

Questo, in sintesi, il contenuto del discorso col quale Takehiko Nakao, presidente dell'Asian Development Bank, ha salutato l'apertura dell'ultimo incontro annuale del Consiglio di Amministrazione di questa importante istituzione finanziaria, tenutosi ad Astana tra il 2 e il 5 maggio scorsi.

Secondo le stime pubblicate da ADB, alla fine di quest'anno il tasso di crescita del PIL kazako dovrebbe confermare il dato del 6%, già registrato nel 2013, per poi raggiungere il 6,4% nel 2015.

Dopo l'implosione dell'URSS, la neonata repubblica indipendente del Kazakhstan ha attraversato una fase estremamente critica in termini economici, malgrado la forte stabilità politica garantita dalla leadership del presidente Nursultan Nazarbayev. Il programma Kazakhstan-2030, lanciato nel 1997 contemporaneamente all'avvio dei lavori per la costruzione della nuova capitale, rappresenta ancora oggi uno dei programmi a lungo termine più importanti pubblicati nel mondo lungo il corso degli ultimi venti anni. Ambizioso e pieno di sfide, questo piano ha mantenuto un approccio elastico e mutevole che consentisse al Paese di adattarsi ai contraccolpi di vario genere imposti in ogni nuova fase internazionale.

Come cuore pulsante dell'antica Via della Seta, l'odierno territorio nazionale kazako è, nella mente di Nazarbayev e dei suoi più stretti collaboratori, il perno sul quale dovrà poggiare buona parte del processo di trasformazione degli equilibri globali in senso multipolare. Il ruolo egemonico assunto dall'Occidente, ed in particolare dagli Stati Uniti, nel corso degli anni Novanta, deve oggi confrontarsi con il dinamismo delle cosiddette economie emergenti, a partire dai BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Di queste cinque potenze emergenti, quelle per ora più imponenti dal punto di vista geografico, demografico e produttivo fanno parte del mondo orientale. Quale nazione più estesa dell'Asia Centrale, il Kazakhstan può così cavalcare questo progressivo spostamento dell'asse politico-economico mondiale verso Est, cercando di ritagliarsi un ruolo pacifico ed inclusivo di potenza regionale, al pari di altri Paesi di spessore come l'Iran e la Turchia.

Tesoro di petrolio, gas e risorse minerarie di vario genere, il Kazakhstan si estende lungo la mitica Steppa in una superficie di 2,724 milioni di km2, frapponendosi tra la Cina e la Russia occidentale come un enorme connettore.

Incrementate le fortune grazie all'industria pesante, da anni il Paese è alla ricerca di una propria capacità di diversificazione economica che lo tenga lontano dalle sabbie mobili dell'affossamento produttivo unisettoriale. L'industria leggera, l'edilizia, l'alta tecnologia e i servizi conoscono oggi un'inedita fase di sviluppo nella regione centrasiatica proprio grazie al Kazakhstan, sempre alla ricerca di investimenti stranieri per integrare il suo know-how e raggiungere nei prossimi venti anni il rank dei primi 30 Paesi al mondo per sviluppo e tenore di vita.

Nonostante le gravi conseguenze economiche causate dalla crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti nel 2007, il Kazakhstan ha saputo resistere, prima impattando il tasso di crescita del PIL al 2,4% nel 2008 e all'1,2% nel 2009 e poi tornando a procedere speditamente negli anni a seguire. Resta ancora irraggiungibile il dato a due cifre più volte raggiunto tra il 2000 e il 2006, ma dal 2010 il ritmo produttivo è tornato a livelli che per diversi Paesi europei sembrano diventare sempre più utopici.

Evitando un rigido protezionismo, fuori dal tempo in epoca di globalizzazione economica, il Kazakhstan ha saputo mantenere un programma di garanzie nel mercato del lavoro capace di abbattere progressivamente la disoccupazione, che dal 1998 è calata di 8,3 punti percentuali, registrando una diminuzione specifica anche nel periodo immediatamente successivo alla crisi internazionale. Grazie anche ad una bilancia commerciale in ottima salute (nel 2013 in attivo di 35,2 miliardi di dollari), oggi l'economia kazaka può dirsi relativamente al sicuro, a dimostrazione del successo ottenuto dalla ponderata sintesi tra la pianificazione statale e l'apertura ai mercati internazionali che contraddistingue la formula del “capitalismo del popolo”, recentemente coniata da Nazarbayev. Su queste solide certezze, alla fine del 2012 il piano generale di sviluppo è stato ampliato dal progetto Kazakhstan-2050, annunciato in un lungo documento dove emergono parole chiave che segneranno necessariamente il XXI secolo: il dialogo tra le civiltà, la modernizzazione compatibile e sostenibile nel mondo islamico e l'era digitale come “terza rivoluzione industriale”. 

L'Unione Economica Eurasiatica, pensata dal presidente kazako nel 1994, costituisce uno degli spazi economici più promettenti per gli assetti del pianeta nel prossimo futuro. Come sottolineato dal Viceministro degli Esteri kazako Samat Ordabayev in un recente articolo, non si tratta banalmente e semplicemente di ricostruire l'URSS, ma di dare vita ad una nuova integrazione economica che, sulla base della comunanza storica dei popoli di Russia, Bielorussa e Kazakhstan, darà vita ad un mercato comune compreso tra Brest (la vecchia Brest-Litovsk) e Vladivostok, tra l'Europa orientale e la regione Asia-Pacifico, con numerosi vantaggi anche per gli investimenti italiani.

Fino al 2012 l'Italia era, subito dopo la Cina, il principale partner commerciale mondiale del Kazakhstan, che destinava al nostro Paese il 18,1% del suo intero volume di esportazione. Non solo l'ENI e le sue importantissime commesse sui giacimenti del Mar Caspio, ma anche ENEL, Saipem, Impregilo, Finmeccanica, Ansaldo e tante altre grandi e medie aziende italiane sono sbarcate nel Paese centrasiatico nel corso degli anni. Purtroppo a seguito dell'incidente diplomatico avvenuto nel 2013, che ha coinvolto il nostro Paese nella criticata vicenda del latitante kazako Muxtar Äblyazov, i rapporti bilaterali hanno subito alcuni contraccolpi negativi. Al di là della vicenda giudiziaria in sé, su cui sarà la giustizia a fare luce, è il clima mediatico costruitovi attorno ad avere ancora una volta evidenziato l'incapacità dell'opinione pubblica occidentale di fuoriuscire da una concezione ambigua, distorta e strumentale del tema delle libertà personali e dei diritti umani.

Questa confusione tra soft-power e ingerenza negli affari interni degli altri Stati ha portato spesso l'Occidente ad entrare in crisi con le altre regioni del pianeta, poco conosciute da un pubblico per nulla propenso all'approfondimento geografico-culturale, e disorientato da quei mass-media sempre meno capaci di informare in modo scientifico e rigoroso.

Tale situazione costituisce un fattore di rischio enorme, soprattutto alla luce della crisi che l'Europa sta vivendo. Il Vecchio Continente, traballante in mezzo a numerosi pericoli economici e sociali, non può perdere l'occasione di rinnovarsi e deve al più presto integrarsi in un sistema di relazioni internazionali che in futuro non sarà più fondato sull'egemonia ma sulla coesistenza.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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