Dall’ideale di Borsellino all’azzardo di Nordio: il fallimento del Referendum raccontato dal magistrato Mignini

(ASI) Riceviamo e Pubblichiamo - L'esito clamoroso del Referendum del 22 e 23 marzo 2026. Si è parlato molto di questo referendum sulla giustizia, ma sento la necessità di dare un contributo personale per svariati motivi.

Il primo motivo è che sono un magistrato a riposo, in pensione dal 2020, ma uno di quelli che sentono la toga come una seconda pelle. Non siamo tutti così. Ce ne sono diversi che non avvertono, e non hanno mai avvertito, questo legame profondo.

Il secondo punto è che non sono e non sono mai stato una "toga rossa"; se qualcuno mi rivolgesse questo epiteto, lo querelerei per diffamazione aggravata. Sia chiaro. Anzi, a vent’anni ero iscritto al FUAN; me ne sono andato dopo alcuni anni, ma conosco quell'ambiente, ne conosco i pregi e i difetti. Con il proprio ex ambiente spesso non si è indulgenti, bensì intransigenti se non rispetta il modello di comportamento che noi pretendiamo da esso.

Fatte queste premesse, doverose, mi chiedo: "È vero che questa riforma era nel programma elettorale, ma chi glielo ha fatto fare al governo di attuarla, e di farlo con i quesiti sui quali abbiamo dovuto votare?".

Non solo: questa riforma è stata fatta d'impeto e senza discussione. Una riforma costituzionale non si fa così. È una riforma imposta dal governo in maniera perentoria e, diciamolo, arrogante. Perché? È ciò che ha insospettito me e tanti italiani. Cosa c'era sotto questa fretta? Una riforma arrogante non è normale. C'era un sapore "vendicativo" in questa iniziativa; ho percepito in modo nettissimo questa sensazione.

E poi, era chiaro che questa riforma non avrebbe risolto i problemi della giustizia. Nel modo più assoluto, anche se la Meloni si è affannata a farlo credere. Torneremo alla Presidente del Consiglio, ma è innegabile che, nonostante gli avvertimenti della stessa Bongiorno e dello stesso Nordio, la Meloni abbia continuato a insistere sull'utilità della riforma per scongiurare altri "casi Garlasco" e per risolvere tutti i problemi, reali o presunti, della Giustizia. Il tutto condito da una miriade di insulti contro le "toghe rosse" e, spesso, contro l'intera magistratura. Un'utilità che era evidente non ci fosse.

E allora, a cosa serviva questa riforma che ai politici appariva così urgente e indilazionabile? I cittadini, che non sono fessi, se lo sono chiesto. La riforma interessava soprattutto ai politici. È un dato indiscutibile. Gli elettori lo hanno capito e, dato che la popolarità dei politici è indubbiamente ben al di sotto di quella dei magistrati, hanno votato NO perché non si fidano né del governo né del potere legislativo, che ormai non ha più una sua identità distinta da quella dell'esecutivo.

C'è un altro elemento che ha acuito i sospetti: il "voltagabbanismo" di politici e magistrati che, da posizioni giustizialiste, sono passati al "SÌ". Il caso più clamoroso, e che mi ha più colpito a livello personale, è quello del sottosegretario Alfredo Mantovano, una persona peraltro stimabilissima e irreprensibile. Lo conosco da decenni: siamo stati insieme nel gruppo "Magistratura Indipendente" e in Alleanza Cattolica, da cui io mi sono distaccato da anni perché una cosa è il tradizionalismo cattolico, altra cosa è il neoconservatorismo evangelico statunitense verso cui letteralmente inorridisco.

Magistratura Indipendente era, specie negli anni '90, un gruppo fortemente apolitico con un orientamento tradizionale, che difendeva l'assetto ormai consolidato della magistratura. Riforme come questa sarebbero state decisamente respinte da quella corrente; allora sarebbero state più consone ai settori "liberal" della magistratura, della sinistra moderata e riformista. Con Mantovano abbiamo condiviso le battaglie in MI. Poi il "virus" della politica ha inquinato anche quel gruppo e io sono passato ad "Autonomia e Indipendenza" di Piercamillo Davigo.

Ho ritenuto necessarie queste considerazioni personali perché contribuiscono a fornire un quadro più preciso di quanto avvenuto. La Meloni e lo sconcertante Nordio sono gli autori di questo "capolavoro" di riforma, ed entrambi sono personaggi che cambiano posizione e orientamento con una disinvoltura che impressiona.

La prima viene dal vecchio MSI e dall'ala più giustizialista del partito, quella che si richiamava a Paolo Borsellino, il valoroso e indimenticabile magistrato massacrato dalla mafia (e non solo) insieme alla sua scorta il 19 luglio 1992. Anche Borsellino, in gioventù, era iscritto al FUAN. I sostenitori del SÌ hanno tentato di far passare Falcone come un fautore della separazione delle carriere; non l'avevo mai saputo e ne dubito, ma certamente di Borsellino si sono guardati bene dal dirlo.

Ebbene, la Meloni è passata dal mito di Borsellino a un personaggio che potrebbe definirsi surreale, completamente isolato dal corpo giudiziario e con un'ideologia di riferimento di tipo liberale "anglosassone": Nordio. Un uomo con un riferimento storico "esotico" come Winston Churchill, passato dal sostegno al PM imparziale a quello "accusatore" a causa del suicidio di un suo imputato. Se avessero chiesto a Paolo Borsellino quale magistrato considerasse più lontano da sé, avrebbe indicato proprio Nordio. Eppure la Meloni è passata da Borsellino a Nordio.

Ma di giravolte ce ne sono altre, la più clamorosa delle quali è quella di Di Pietro, che rappresentava l'anima giustizialista del pool di Mani Pulite e oggi è stato uno degli animatori del SÌ.

È necessario però soffermarsi su Giorgia Meloni. La sua padronanza dell'inglese le è molto servita per ottenere consensi internazionali, quasi fosse un attestato di competenza. È importante, ma da qui a farne un titolo di credibilità superiore ce ne corre. Grandi statisti del passato come Moro avevano una cultura più classica, fatta di studi giuridici e umanistici. La Meloni è intelligente, non c'è dubbio, ma il suo patrimonio culturale poggia molto su competenze linguistiche; di studi giuridici ne ha fatti pochi, eppure erano quelli che contavano. Nella riforma della magistratura l'inglese non serviva a nulla, e così ha dovuto affidarsi a un personaggio "intermittente" e stravagante come Nordio. Un grosso pericolo, come si immaginava.

Ho seguito i discorsi della Premier e soprattutto il suo linguaggio non verbale: labbra serrate, braccia conserte, gesti di autocontatto. Si vede che questa donna vive in una perenne situazione di stress, per la necessità di controllare una rabbia che sembra sempre sul punto di esplodere. E poi quel tono presuntuoso e quel sorriso beffardo alla "Marchese del Grillo".

La reazione alla pesantissima sconfitta si è espressa con il solito video frettoloso in cui, con sguardo beffardo, ha dichiarato di "rispettare" chi ha votato contro la sua proposta. E poi con l'allontanamento di Delmastro e della Bartolozzi, ma anche della Santanchè, che sarà pure antipatica, ma col referendum non c'entrava nulla.

Non ho mai condiviso gli entusiasmi "pro Meloni". Ha dei limiti culturali, caratteriali e, soprattutto, di coerenza che si sono rivelati vistosi. Ricordo la sua passione per Tolkien, una mitologia fatta propria dalla destra post-missina per ritrovare radici ideali; ma mi domando: a chi apparterrebbero gli odierni alleati della Meloni, Trump e Netanyahu, nel mondo della Terra di Mezzo? Alla Compagnia dell'Anello o a Mordor? La risposta mi pare negativa. Lo stesso è accaduto per Borsellino, dimenticato per far posto all'ambiguo Nordio.

Dal 2021 la Meloni fa parte dell'Aspen Institute, uno di quei think tank internazionali di matrice statunitense e "globalista" in cui ritroviamo i soliti nomi: Tremonti, Amato, Monti e Letta. Il mondo di Giorgia Meloni cerca di rimanere legato a un rifugio mitico, ma nel contempo è immerso in un ambiente di potere nel quale è stata cooptata. In particolare, il rapporto con Trump e Netanyahu, e la neutralità di fronte a violazioni del diritto internazionale, non hanno certo favorito i sentimenti del popolo italiano verso la "statista della Garbatella".

È una strana dicotomia, una schizofrenia in cui non è facile sopravvivere. Lei ci prova, ma ora è arrivata la tremenda "botta" del referendum. Ha giocato d'azzardo e ha perso.

Il centrodestra sembra imploso, entrato in uno stato confusionale ma sempre tentato dal proverbiale vittimismo: "Non hanno votato nel merito, ma contro la politica". Zero autocritica. La loro soluzione sembra essere un rimpasto parziale, lasciando inalterato il maggiore responsabile, Nordio, che la Meloni ha seguito ciecamente. La sinistra, dal canto suo, ha dimostrato di non essere interessata alla riforma, iniziando subito a parlare di primarie.

C'è stata poi quella disdicevole manifestazione a base di "Bella Ciao" in cui si è distinto un gruppetto di magistrati (e non di Napoli). La canzone era sconosciuta ai partigiani durante la guerra civile; la melodia è stata identificata da Fausto Giovannardi come di origine yiddish (canzone Koilen), registrata dal fisarmonicista klezmer Mishka Ziganoff nel 1919 a New York. Ma ai magistrati "cantori" questo interessava poco. Si può comprendere la tensione del momento, ma non giustificarla: hanno dato adito alle solite accuse di "politicizzazione", che sono la croce dell'associazionismo giudiziario. Pessima manifestazione.

Che fare? Chto delat?, si chiedeva Lenin. I vincitori devono godere della vittoria, ma mettersi subito al lavoro con sobrietà. Il Ministero della Giustizia dovrà farsi carico delle necessità organizzative senza scaricarle sulla magistratura.

La magistratura, d'altro canto, dovrà ricordarsi di essere l'unica componente del processo con un dovere di imparzialità. Questo vale anche per il Pubblico Ministero, che non deve essere un accusatore a prescindere. Si sono sentiti esempi calcistici superficiali: i due giocatori (PM e difesa) e l'arbitro (giudice). Ma il PM è un organo di giustizia che vince un concorso, è espressione dello Stato e deve cercare la verità. Il difensore è un libero professionista legato da un contratto al cliente, di cui deve fare l'interesse. Il paragone caro a Di Pietro è fuorviante. Chi scrive, in tante occasioni, ha chiesto l'archiviazione o l'assoluzione dell'indagato perché il nostro unico interesse deve essere la verità.

Giuliano Mignini

 

 

*immagine generata da AI Nicrosoft Copilot.

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