(ASI) - Torna alla ribalta parlamentare la polemica sul “fine vita” come centro del confronto parlamentare. Il testo di base adottato dalle Commissioni riunite Giustizia e Sanità del Senato, è stato adottato il 2 luglio; da allora l’iter procede difficoltosamente tra contestazioni e richieste di modifica.
Le opposizioni hanno votato contro e parlano di testo restrittivo rispetto ai paletti fissati dalla Corte costituzionale. Il testo disciplina l’accesso alla “morte volontaria medicalmente assistita”, ossia una procedura in cui una persona secondo le condizioni previste dalla legge, si somministra un farmaco letale per mettere fine alla propria vita, tramite assistenza sanitaria.
Nel testo base ciò che ha acceso le polemiche non è soltanto la modifica all’articolo 580 del codice penale (che punisce l’aiuto al suicidio), ma l’inserimento di un nuovo requisito: affinché il paziente possa ottenere assistenza per la morte volontaria medicalmente assistita, dovrà essere «inserito nel percorso di cure palliative», risultato di compromessi parlamentari: non era presente in molte bozze iniziali, ma è stato inserito nella mediazione del testo base come condizione di accesso. La maggioranza sostiene che l’obbligo di cure palliative serva da “filtro” e da ulteriore garanzia che non si passi troppo rapidamente alla fase finale, richiamando il diritto alla vita e la necessità di “tutelare” l’intero processo.
Inoltre, alcune parti del testo affermano che il trattamento non potrà utilizzare risorse del Servizio sanitario nazionale (SSN), ossia: le strutture, il personale, i farmaci del SSN non potranno essere impiegati per l’assistenza al suicidio assistito, questo per rafforzare l’ipotesi che il requisito palliativo sia un passaggio indispensabile prima dell’atto finale. Tuttavia le sentenze costituzionali che hanno dato il via libera al suicidio assistito (sentenza n. 242 del 2019) non impongono l’obbligo dell’inserimento nei percorsi palliativi e su questo punto, si basa la critica delle opposizioni, in quanto il testo base “aggiunge” un vincolo che non discende automaticamente dalla giurisprudenza costituzionale.
In sintesi, il Parlamento dovrà decidere se confermare l’approccio restrittivo che è stato recentemente impiantato o riallineare la norma ai precedenti costituzionali, focalizzando competenze, tempi e garanzie, per il rispetto del diritto alla vita.
Carlo Armanni - Agenzia Stampa Italia



