Dibattiti. Riflessione a margine dell'annullamento del concerto di Valery Gergiev a Caserta

(ASI) Per la rubrica 'Dibattiti' Riceviamo e Pubblichiamo dal Dott. Simone Calienno - Giornalista Pubblicista.

Tante note, poche idee, nessuna musica. Sinfonia della Censura

 Che le amicizie del direttore d'orchestra russo, Valery Gergiev, siano poco raccomandabili; che le sue convinzioni di politica estera risultino quanto meno discutibili, che il bislacco stuzzicadenti da lui sovente ondeggiato coi polpastrelli della destra per comandare i musici sia idealmente puntato contro l'Ucraina, sono questioni su cui è legittimo (se non doveroso) dibattere. Ciò che appare plasticamente illegittimo, in ossequio ai valori democratici e costituzionali della Repubblica Italiana, è decidere tramite processi sommari sul doppio binario di social network, testate giornalistiche ed emittenti radiotelevisive – perlopiù scanditi da volgarissimi effluvi emotivi ed esiziali sproloqui partigiani inaudita altera parte – se un artista abbia il diritto di esibirsi o meno, fondando tale decisione sulla base della porzione di opinioni qualificate il cui ascolto è prediletto, in forza di un'elastica cifra valoriale quotidianamente rideterminata dalle intellighenzie del mondo le quali, non di rado, rappresentano il content marketing di intere cordate politico-economiche e comparti produttivi, ancorché dovessero ascondersi retro le più caste etichette di “accademico”, “scienziato”, “intellettuale”, “giornalista”, “ceo”, “influencer” e, per concludere, “artista” medesimo. Dal 24 febbraio 2022, giorno dell'invasione su vasta scala da parte delle truppe russe in Ucraina, il volto dell'osseto accusato di favorire la propaganda putiniana, è stato ridipinto dai media italiani quale concausa dell'azione militare di Mosca, quasi fosse un Generale dell'Esercito piuttosto che un Direttore d'Orchestra! Gergiev è stato cacciato da ogni teatro e da ogni palcoscenico nazionale su cui aveva l'interesse legittimo di esibirsi, guadagnandosi una damnatio memoriae de facto – sino ad oggi restavano impressi la Scala di Milano e il Petruzzelli di Bari, cui ora si aggiunge la Reggia di Caserta per l'annullamento del concerto del 27 luglio – pur non avendo commesso alcun reato, nonché essendo abituato al proscenio Tricolore sin dagli anni addietro, nonostante il conflitto russo-ucraino risalga al lontano 2014, ed altresì fregiandosi dell'onorificenza di Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana conferitagli il 26 gennaio 2001 su iniziativa del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Stando così le cose, i membri del Governo italiano e tanti esponenti dell'intellighenzia europea e mondiale di cui supra (talvolta tronfia di un Premio Nobel che non è garanzia di onniscienza e imparzialità, bensì indice d'albagia e acredine), non si rendono conto di sacrificare la coerenza democratica della Costituzione materiale sull'altare di un'anacronistica e indefessa propaganda antirussa di derivazione e deviazione atlantista, che fa comodo soltanto alla silloge di piombo dispiegata da Bruxelles a Washington. In ragione di ciò, se è la mera riprovazione morale verso un essere umano con le sue idee, le sue azioni, le sue complessità e le sue mestizie ad atteggiarsi sufficiente per epurarla da un contesto o da una società, l'Italia – e con essa l'Europa – deve fare seriamente i conti con un ritorno dei totalitarismi dalla porta d'ingresso. A conferma di ciò vi è il contestuale annullamento del concerto del “pianista ucraino filorusso” (così lo sbatte in prima pagina la stampa italiana; come se parlasse di un levriero da corsa col pedigree o di una mozzarella di bufala campana D.O.P.) Alexander Romanovsky, che avrebbe dovuto suonare ai Giardini di Porta Europa a Bologna. Ebbene, se il metro morale dovesse sostituire quello laico, cioè legale e giurisdizionale, in Italia da domani i concerti potrebbe tenerli soltanto la Cappella Musicale Pontificia Sistina (che ha sede a Città del Vaticano). Vi è poi il nodo della partecipazione economica pubblica alla riuscita di tali eventi, ma quale norma avrebbero violato le organizzazioni chiamando degli artisti in ragione del ruolo di direttore d'orchestra e pianista che ricoprono funzionalmente su di un palcoscenico? Altra cosa sarebbe se Gergiev e Romanovsky fossero stati interpellati per una lectio magistralis sulla supremazia russa su Kiev (sic!). Allorché, sarebbe curioso scandagliare la moralità, le idee politiche e le convinzioni etiche e, per finire, i cartelloni e i programmi, di tutti i direttori artistici e di tutte le associazioni che prendono soldi pubblici in Italia e organizzano festival e rassegne culturali. In tale eccentrico limbo della morale, non si sa neppure se ritenere corretto o anomalo che tale novella “Buoncostume” non si sia mossa per censurare i concerti estivi dei P38 (gruppo musicale italiano sotto indagine per aver propagandato la rinascita delle Brigate Rosse). E pensare che se si è russi e non si è firmatari morali di una sorta di “Dichiarazione di Distanza Eterna da Vladimir Putin” (come se nella corrente democrazia fantoccio della Federazione Russa vi fosse libertà d'opinione scevra di ritorsioni dal Cremlino), non serve neppure un'indagine a proprio carico per essere purgati dalla scena! Eppure, i totalitarismi del '900 hanno ben insegnato che v'è una linea fragilissima fra la censura che si può comodamente appioppare a un noto direttore d'orchestra e l'intimidazione ideologica che – prima o dopo – colpisce il singolo cittadino per la sua cogente aderenza ad un nuovo sistema ordinamentale che, ovviamente, si presenta sempre quale buono, alternativo e rivoluzionario ma, invero, più antico della prima alba. A nessuno verrebbe mai in mente (o forse sì), di voler destituire Ignazio La Russa dal ruolo di Presidente del Senato della Repubblica (e Seconda Carica dello Stato), semplicemente perché ha un busto di Mussolini in un angolo buio di casa: bisognerebbe prima assumersi l'incomodo di dimostrare che egli possiede quell'oggetto in quanto utile alla ricostituzione di un partito di stampo fascista. È bene, quindi, che una democrazia come quella italiana osteggi ogni forma di guerra mantenendo saldi i nervi della certezza del diritto ma, al contempo, non si comprende perché tale posizione debba acquisire la somatica di una rottura della fratellanza fra il popolo italiano e quello russo; fra la cultura italiana e quella russa, censurando la musica dal vivo. Il popolo italiano, dal Secondo Dopoguerra, è sempre stato amico di tutti gli altri popoli del mondo; anche di quelli in guerra tra loro, incarnando il maggior esempio virtuoso di civiltà della pace. Nel suo concerto borbonico, c'è poi da sottolineare, Gergiev avrebbe diretto l'Orchestra Filarmonica Salernitana con i solisti del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, in un programma che avrebbe funto, almeno per una notte, da ponte metafisico in un'Europa dilaniata dal sangue. Nessuno, in questo scenario impietoso, si è domandato come stessero vivendo la burrasca mediatica i filarmonici che, se avessero dovuto soggiacere alla lettura maggioritaria, sarebbero meschinamente risultati anch'essi filorussi, soltanto perché avrebbero suonato con uno dei più grandi direttori d'orchestra viventi. In questo clima iconoclastico, non è un bel periodo per chi conserva in soffitta le incisioni di Herbert von Karajan, inarrivabile direttore d'orchestra austriaco del Novecento, purtroppo convintamente nazista. Il programma casertano, ad ogni modo, avrebbe previsto l'Overture da “La forza del destino” di Verdi; la “Sinfonia n. 5 in Mi minore Op. 64”  di Čajkovskij e il “Bolero” di Ravel. Le prime due composizioni ruotano attorno al tema centrale del destino, mentre l'ostinato d'ispirazione spagnola ha come tema l'ossessività. Chissà se non sarebbe stato più interessante scrivere di queste tre esecuzioni quali pietre significanti di un divenire ineluttabilmente segnato e ribadito dagli stessi che ne orbano la libera fruizione. Eziandio, è ignoto perché dalla Russia non possa trapelare più nulla (né il gas, né le persone, né la musica), quando da Israele possono cascare le bombe sui civili palestinesi conquistando, di merito, l'impunita apertura dei telegiornali di ogni mattina sulla scorta morale della lotta al terrorismo di Hamas. Sovviene il dubbio che vi sia una pericolosa parzialità nel metro di giudizio adottato per decidere chi possa suonare o meno. Siamo, forse, dinanzi ad una “morale di vertice”, in un periodo storico in cui è legittimo dilaniare le trame della Bandiera della Vittoria issata sul Reichstag di Berlino in onore di un'altra più “trendy”; a Stelle e Strisce, che in piena autodichia si decide causa, conseguenza e Vangelo della sussistenza europea. Censurare l'arte è sempre sbagliato e, nella storia, ha sempre rappresentato l'inizio della fine di enormi processi. Chiaro è che la forza pubblica debba perentoriamente intervenire laddove la rappresentazione artistica entri in conflitto con le norme dell'ordinamento ma, ogni altra forma di negazione dell'arte, è pura usurpazione di un diritto fondamentale dell'essere umano, oltre che della Repubblica Italiana: quello all'autodeterminazione dell'individuo. Il popolo russo non è espressione di Putin, come quello israeliano non è espressione di Netanyahu, come quello palestinese non è espressione di Hamas, e gli italiani questo lo sanno meglio dei loro governanti. Viene altresì il dubbio che, a morti seppelliti, il popolo ucraino possa essere o meno larga espressione di Zelensky. Si può censurare un evento, una dichiarazione o una persona, ma la musica trova sempre il modo di portare avanti le sue rivoluzioni; anche quand'esse ineriscono il destino ostinato. Ce l'ha insegnato Sixto Rodriguez da Detroit, cantando per la classe operaia statunitense e foraggiando inconsapevolmente la lotta all'Apartheid del Sudafrica con il suo primo disco. Della serie: esistono anche americani liberi, ma oggi quegli americani non siamo noi che ci permettiamo di sederci dall'unico lato giusto. Dal lato della pace.

Dott. Simone Calienno - Giornalista Pubblicista

Taranto 22/07/2025

 

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