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Caso Lusi e finanziamento pubblico ai partiti: cifre da capogiro
(ASI) “Furto con Scout”, lo ha definito qualche commentatore in vena di ironia. L’allusione è al passato di scout di Luigi Lusi, il tesoriere dell’ex partito della Margherita che ha ammesso, davanti ai magistrati di Roma, di aver sottratto 13 milioni di euro alle casse del partito che fu di Rutelli e Fioroni, di Bianco e di Bocci, di Carra e di Parisi.

Per la cronaca, pare che quei proventi siano serviti a Lusi, tra le altre cose, a comprare immobili a Roma e dintorni, ed altre proprietà in Canada. Ora, Lusi si dichiara pronto a restituire il denaro ancora in sua disponibilità (5 milioni) ma le domande che viene spontaneo porsi sono due: come mai i partiti politici, anche quelli estinti, possano disporre di tanti denari; e come mai chi ne ha il maneggio, possa appropriarsene con tanta facilità.

Al secondo quesito è facile rispondere con una battuta all’ingrosso, ma che rende chiara la sostanza delle cose: di fatto, i partiti non devono rendere conto a nessuno di quello che incassano e spendono. Certo, devono presentare i loro bilanci annualmente ai Presidenti delle Camere che li sottopongono all’esame di un apposito Collegio di revisori contabili. Ma si tratta di adempimenti e controlli poco più che formali, che non possono andare troppo a fondo nell’analisi. La legge in materia, infatti, come evidenzia Paolo Barcalini nel suo libro “Partiti S.p.A.”, limita i riscontri al solo “rispetto formale degli obblighi informativi” ed “alla verifica della completezza del contenuto dei documenti”. Il Collegio dei revisori, poi, non ha specifici poteri istruttori atti a rendere penetrante il controllo. Tanto che già anni fa, uno studio di Giancarlo Pagliarini veniva presentato su “Il Sole 24 ore” con un titolo assai esplicatico: “I bilanci non rispettano le regole della trasparenza. Le carte truccate dei partiti, bocciati all’esame di partita doppia”.

Quanto alla prima domanda, i partiti hanno molteplici fonti di finanziamenti leciti, ia partire dalla contribuzione volontaria dei cittadini: il 4 per mille dell’IRPEF è destinabile dai contribuenti ai partiti politici anche se, in verità, questo strumento ha prodotto ben poco, a testimonianza della sfiducia generalizzata verso il sistema dei partiti italiani. A ciò si aggiunge il finanziamento dato alla stampa di partito e le spese ei funzionamento per l’attività svolta dai partiti tramite i loro gruppi nelle istituzioni.

Ma, certamente, la fonte di maggior finanziamento lecito dei partiti è quello pubblico, che nel corso degli anni ha assunto forme e nomi diversi. Fu introdotto nel 1974 con la legge (la n.195) cosiddetta Piccoli, dal nome dell’allora tesoriere della DC. La legge interpretava il finanziamento come puro sostegno al funzionamento delle strutture dei partiti presenti in Parlamento e resistette con difficoltà ad un primo referendum abrogativo dei radicali nel 1978. Ma, quindici anni dopo, sull’onda di tangentopoli, un secondo referendum, sempre promosso dal partito radicale, la spazzò via con un plebiscito di oltre il 90%.

Buttato fuori dalla porta, il finanziamento viene reintrodotto dalla finestra, nel dicembre dello stesso 1993, sotto le mentite spoglie di “rimborso elettorale”, cioè di contributo ai partiti a sostegno delle spese sostenute per le elezioni. La legge ha previsto fondi distinti per le elezioni di Camera, Senato, elezioni europee e regionali. Ciascun fondo è determinato, per ogni anno di legislatura, in ragione di un euro per ogni elettore iscritto nelle liste elettorali (e non del numero dei partecipanti al voto, che sarebbe ovviamente più basso).

L’importo che ne derivava è diviso tra i partiti secondo criteri diversi, ma tutti generosi, per le diverse elezioni. Per esempio, alla Camera partecipano alla ripartizione tutti i partiti che abbiano ottenuto su base nazionale almeno l’1% dei voti, anche se non hanno avuto eletti. Al Senato, basta aver raggiunto il 5% su base regionale o anche solo aver avuto un eletto su base nazionale. La legge del ’93 determinò un ammontare complessivo di 47 milioni di euro (anche se allora c’era ancora la lira) come soluzione unica per la legislatura, che durò solo due anni, dal 1994 al 1996, e si concluse con il ribaltone della Lega.

Nel 1999, il meccanismo viene “perfezionato” con la legge n. 157, che, pur conservando l’orpello del “rimborso elettorale”, di fatto reintroduce un finanziamento pubblico vero e proprio. Infatti, il “rimborso” non ha più alcuna attinenza con le spese sostenute, ma solo con i voti presi. Tanto che, come documentato dalla Corte dei Conti, per le cinque elezioni svoltesi dal 1993 in qua (’94, ’96, 2001, 2006 e 2008) i partiti hanno rendicontato spese per 579 milioni di euro mentre hanno avuto rimborsi elettorali per complessivi 2.700 milioni di euro, che è, tanto per dare un’idea, più della metà dei circa 5 miliardi di euro incassati dallo Stato con l’imposta sui capitali rientrati dall’estero (il cosiddetto “scudo fiscale”).

Con la legge del ‘99, inoltre, viene aggiunto un ulteriore fondo per i referendum e si fissa una rata annuale di 193 milioni in caso di legislatura politica completa: cioè, in pochissimi anni, rispetto ai 47 milioni iniziali, la cifra quasi quintuplica!

Ma non finisce qui. Passano tre anni e, nascoste tra i commi del decreto “mille proroghe” del 2002, vengono introdotte altre modifiche di non lieve conto. L’ammontare in caso di legislatura completa, stavolta, più che raddoppia (da 193 arriva a 468 milioni) e si prevede che, in caso di interruzione di legislatura, i partiti comunque continueranno a percepire l’ammontare annuale. Con il risultato che, in caso di interruzione, i partiti che ne avevano acquisito diritto, continueranno a prendere i “rimborsi” per tutti e cinque gli anni di durata prevista (non importa se effettiva) della legislatura, anche se non rientreranno in parlamento con loro eletti.. E, per i partiti ammessi alla ripartizione sia nella legislatura interrotta prima della scadenza naturale, sia in quella successiva, il rimborso sarà doppio: sia quello della vecchia legislatura (fino alla scadenza naturale del quinto anno); sia quello della nuova. Per esempio, il rimborso della legislatura iniziata con le elezioni del 2006 (pari a 476 milioni) è stato erogato fino al 2011. Ma, negli anni dal 2008 al 2011, si è sommato a quello della legislatura 2008 (pari a 503 milioni) che sarà erogato comunque fino al 2013. Per cui, se l’attuale legislatura dovesse interrompersi prima della scadenza del 2013, si sommerebbe anche quello della legislatura successiva!

Dati della Corte dei Conti evidenziano che il rimborso elettorale è stimabile in 500 milioni per ogni legislatura per Camera e Senato; 200 milioni per le regionali e 230 per le europee. Il “Referto sulle elezioni politiche del 2008” della Corte dei Conti evidenzia che il rimborso elettorale percepito dai partiti in quel solo anno è stato complessivamente di 291,5 milioni, come somma della terza rata annuale del rimborso per la legislatura del 2006 (99,9 milioni); della prima rata annuale del contributo per le elezioni politiche del 2008 (100,6 milioni); della quarta rata delle elezioni regionali del 2005 (41,6 milioni); e della quinta rata del contributo per le europee del 2004 (49,4 milioni).

E questi soldi, come si sa, vanno anche ai partiti che non sono più rappresentati in parlamento o che, addirittura, come nel caso della Margherita, politicamente non esistono più. Per esempio, Rifondazione comunista, dal 2008 non è più presente in Parlamento, ma ha continuato a percepire il rimborso (quasi 7 milioni l’anno) fino al 2011, anno di scadenza naturale della legislatura 2006, l’ultima in cui il partito di Bertinotti elesse propri rappresentanti alle Camere e acquisì il diritto al rimborso elettorale.

Per di più, se lo Stato eroga in ritardo le somme, deve versare ai partiti anche gli interessi, norma fortemente stigmatizzata dalla Corte dei Conti nel citato Referto. Questa e molte altre critiche (in prima linea, e quasi da soli, quelle dei radicali italiani, che da sempre dell’opposizione al finanziamento pubblico dei partiti ne hanno fatto una loro bandiera) hanno indotto la “Casta” a cedere qualcosa. Nel 2010 il meccanismo del rimborso erogato comunque per tutta la durata legislatura, anche se interrotta, è stato cancellato, ma solo a decorrere dalla prossima legislatura.

Magra concessione, rispetto alle cifre che circolano e, soprattutto, in rapporto alla qualità del lavoro prodotto in termini di rappresentanza politica. Ma se, come si domanda Bracalini nel suo libro, questo finanziamento pubblico servisse almeno a rendere marginale il ricorso a quello illecito o occulto, si potrebbe sopportare meglio. Invece, l’autore stima che il volume di “mazzette e falsi appalti” sia sempre consistente, con un valore stimabile intorno ai 50-60 miliardi di euro l’anno. “Una vera e propria tassa immorale e occulta” come l’ha definita Furio Pasqualucci, Procuratore Generale della Corte dei Conti.

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