La “Liberazione” nel deserto: un altro 25 aprile senza futuro

(ASI) “Aprile è il mese più crudele”, scrive T.S. Eliot nella sua magistrale opera “La terra desolata”. Il 25 aprile di ogni anno conferma e dà voce corposa a questa verità. Un altro 25 aprile, l’ennesimo 25 aprile, nel deserto, nel deserto del reale, fra uomini vuoti e rovine storiche.

Lo scandalo dei benpensanti progressisti è un copione universalmente noto: quella festa, la Liberazione, non è più sentita, non è più il cuore della nostra civiltà democratica, non appartiene più al nostro ethos pubblico.

Richiamiamo alla memoria un celebre testo, che molto scandalo destò proprio tra le file dei bigotti resistenzialisti: “Una guerra civile”, scritto da Claudio Pavone, che il carcere fascista lo patì, a suo tempo, anno 1991, un secolo fa. L’Italia, dopo l’8 settembre 1943, entrò nel gigantesco gorgo della storia e la fine della guerra, dopo la “macelleria messicana” (Ferruccio Parri) di Benito Mussolini, con la Petacci e perfino uno dei fondatori del partito comunista italiano, quel tal “impresentabile” Nicola Bombacci, al suo fianco, appeso per i piedi. Qui la “civiltà democratica” celebrò il suo capolavoro “resistenziale”.

La storia conduce fino a un certo punto, dopo sono le decisioni degli uomini a decidere il futuro. Ebbene, circa ottant’anni dopo, si dovrebbero verificare i risultati tangibili della civiltà democratica, il peso specifico della Repubblica “nata dalla Resistenza”. E invece abbiamo alle spalle un golpe chiamato “Mani pulite”, che ha innalzato a distanza di un decennio il livello della corruzione, dopo l’altra “macelleria messicana” ai danni della migliore classe dirigente d’Europa (e qui anche la destra demagogica ci ha messo del suo). Dopodiché abbiamo visto una sequenza sistematica di cosiddetti “governi tecnici”, risultando chiaro anche alle anime più semplici che, nella storia, si danno solo governi politici e il resto è operazione di palazzo e trasmigrazione di élites da un ufficio ad un altro, vittima, sempre il popolo. Già, proprio quel soggetto collettivo demonizzato ad ogni piè sospinto dalla magnifica pattuglia progressista in servizio permanente effettivo. Il battesimo lessicale sigla l’amen finale: “populismo”, e chiudiamola qui. Quindi, abbiamo dovuto digerire un paradossale monstrum fatto di una “democrazia delle regole” alla Bobbio, con tanto di “età dei diritti” (sempre Bobbio) a seguire e questi “diritti”, rigorosamente individuali, perché “la società non esiste, esiste solo l’individuo” (Thatcher), hanno disegnato un profilo di società ad uso e consumo di chi viaggia in Porsche, guadagna al giorno quanto un operaio sottopagato di oggi prende al mese, e inserisce i figli e i nipoti nei consigli di amministrazione di famiglia, alla faccia del parassitismo delle élites, di cui Marx aveva scritto magistralmente. Questo beato “capitalismo dei manager” e dei camerieri della finanza, alleata oggettiva della politica dirigista e costruttivista della Ue, ha, questa sì, “spezzato le reni” alla democrazia della cosiddetta “sovranità popolare”, con buona pace della “Costituzione più bella del mondo” e prosperità della peggiore classe dirigente del mondo occidentale. Fine della corsa.

 

Chiunque abbia un minimo di rapporto con la realtà sa che quando si buttano giù le parole altisonanti occorre che alle parole corrisponda la realtà, è così da duemilacinquecento anni a questa parte e il senso comune ha fatto sua questa verità. Parole come “Resistenza”, “democrazia”, “Costituzione nata dalla Resistenza” in una società in cui “l’uomo materiale della quotidianità” (Lukacs) è fatto a pezzi, colpito nella vita quotidiana, costretto ad autocensurarsi per non subire processi in quanto portatore non sano di “odio” contro questa o quella categoria protetta dai gendarmi dei diritti individuali radical-libertari, la nuova polizia della “democrazia” post-moderna, sanno di truffa e di rancido, non reggono l’urto drammatico con la realtà effettuale. I fatti sono testardi e la risposta a questa deriva collettiva, che asfalta ogni idea di futuro possibile, non sarà mai la retorica un tanto al chilo, né l’egemonia dei padroni del pensiero, ma solo il dibattito franco, aperto e libero, possibilmente con chi ascolta e non ha la voce del padrone a sussurrargli all’orecchio le risposte. Partiamo innanzitutto da un dato storico e oggettivo: finito il fascismo, chiunque saturi l’atmosfera pubblica con la “pappa del cuore” dell’antifascismo ha l’onere della prova: di che si tratta? Perché, alla prova dei fatti, la “democrazia nata dalla Resistenza” chiama, ma il futuro non risponde.

 

Raffaele Iannuzzi   - Agenzia Stampa Italia

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