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Politica Nazionale

Con la cultura non si mangia

Di Fabrizio Di Ernesto 7 Febbraio 2023 – 09:03 2 min di lettura

(ASI) Vivere con meno di 8 euro l’ora, guadagnandone meno di 15mila in un anno se si è fortunati nonostante una laurea. Questa la triste realtà dei lavoratori dei beni culturali, un settore che potrebbe trainare l’Italia ma che invece troppo spesso è considerato di serie B.

La realtà del comparto è stata fotografata da una ricerca condotta dall’associazione Mi Riconosci che ha come scopo quello di promuovere una migliore gestione del patrimonio culturale

italiano e contribuire alla crescita culturale e civile.

La ricerca ha riguardato un campione di oltre 2500 persone ed ha evidenziato tutte le piaghe che deve affrontare chi opera in questo campo, a partire da retribuzioni al di sotto del salario minimo. Se infatti 8 euro l’ora sono pochissimi chi li prende può ritenersi fortunato visto che il 5,7% del campione intervistato riferisce di guadagnare 4 euro l’ora mentre il 13,7 tra i quattro ed i sei.

Per quanto riguarda i rapporti di lavoro due su tre, il 68,70% risulta lavoratore dipendente – anche se il contratto di settore è applicato solo nel 6% dei casi -, mentre il restante è autonomo e lavora con partita IVA o prestazione occasionale pagata con ritenuta d'acconto. Il 21,88% lavora nella pubblica amministrazione e il 75,47% presso privati; inoltre, un terzo del campione intervistato tra i dipendenti ed il 60% degli autonomi ha più di due collaborazioni in essere.

La situazione attuale è frutto di una situazione che parte da lontano, ovvero dal 1993 quando il Parlamento – l’ultimo della cosiddetta I Repubblica – approvò la legge Ronchey, che stabiliva l’esternalizzazione dei servizi di musei e biblioteche, e sanciva la possibilità di utilizzare volontari a integrazione del personale nei musei, archivi e biblioteche statali. Se oggi il lavoro culturale in Italia è vittima di una precarizzazione imperante – frutto anche di assurde riforme del lavoro iniziate con la legge Treu ndr - sottolinea l’associazione, la colpa originaria è proprio di quella legge, “momento decisivo di peggioramento delle condizioni di lavoro nel settore dei beni culturali italiani” perché funzionale alla deresponsabilizzazione della pubblica amministrazione e fautrice di un sistema contrattuale che può funzionare solo abbassando il costo del lavoro.

Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia

Nota della Redazione

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