(ASI) Il Trattato di Maastricht ha posto a fondamento i principi liberisti su cui si è fondata la nascita dell’euro. Il primo la stabilità dei prezzi per favorire la crescita economica ed il secondo l’adozione di una moneta che avrebbe fatto confluire crescita e reddito pro-capite dei paesi aderenti nella stessa direzione. I fatti hanno invece evidenziato come non ci sia alcuna correlazione positiva tra crescita ed equilibrio di bilancio.

Questi principi non trovano alcun riscontro nell’analisi economica e non è assolutamente vero che la riduzione del Pil aiuti la crescita. E’ importante invece osservare come con la lira il reddito procapite dal 1968-1998 era cresciuto del 104%, mentre dal 1999 (anno in cui viene fissato il cambio irreversibile con l’ euro di 1936,27 lire) al 2016 è invece calato. Come abbiamo già scritto nel 1991 il Corriere della Sera riportava che l’Italia era la quarta potenza mondiale e nel 1995 riferiva che grazie alla Lira la bilancia dei pagamenti (che registra importazioni ed esportazioni) non era mai andata cosi bene.

Prima dell’entrata nell’Eurogruppo la nostra bilancia commerciale esponeva numeri senza precedenti, il Made in Italy volava a dispetto della Germania, i cui dati non erano mai scesi così in basso. La potenza dell’export Italiano surclassava le economie di tutti i paesi europei. Oggi a distanza di vent’anni l’Italia è diventato il fanalino di coda dei paesi europei, l’economia è ai minimi storici e le famiglie sono sul lastrico. Ascoltando i filo-europeisti la colpa non è dell’euro ma di noi italiani che non siamo stati in grado di accettare le nuove sfide poste dalla globalizzazione. La verità è invece un’altra, abbiamo condiviso con gli altri paesi europei una moneta con un cambio fisso (rinunciando all’opzione della svalutazione) ma non abbiamo avuto alcuna contropartita in termini di redistribuzione fiscale. In sintesi abbiamo condiviso la moneta ma non il debito e questo ci ha comportato un costo di 35 miliardi di euro all’anno. Se noi oggi ci troviamo con la povertà crescente questo è dovuto proprio alla costruzione dell’euro. L’inflazione dell’Italia nei primi anni dell’euro era più alta della Germania, ma il fatto di non poter operare una svalutazione del cambio, non ha permesso di recuperare terreno nei confronti della produzione industriale tedesca. Ma smontiamo la fake dell’inflazione che cresce se torniamo alla Lira, utilizzata da molti per continuare a sostenere questa finta Unione Europea.

E’ bene chiarire che la svalutazione è un deprezzamento del tasso di cambio nominale verso un’altra valuta, mentre l’inflazione è l’aumento su base annua di un determinato paniere di beni scelto come riferimento dall’Istat. Pertanto la parabola dell’inflazione che cresce se torniamo alla Lira è una fake smentita dagli stessi avvenimenti che si sono susseguiti nel tempo. Basti citare la svalutazione della lira verso il marco del 1992, quando la nostra moneta era legata allo SME. Dal 1992 al 1995 nonostante la lira si sia svalutata del 50% nei confronti del Marco, l’inflazione era addirittura scesa dal 5,2% nel 1992 al 4,1% nel 1994, per poi ritornare al 5,2% nel 1995. Lo stesso si è verificato anche per la svalutazione giapponese nel 2012 o quelle di Gran Bretagna e Svezia nel 2008. Si conferma pertanto il principio che la svalutazione di per sé di una moneta non produce l’ incremento dei prezzi. Anzi dobbiamo sottolineare che tutte le volte che l’Italia si è legata in un cambio fisso (o assimilabile a fisso) è stato un massacro sia per l’economia che per i suoi cittadini.

Leggendo i giornali del 1992 emerge una tecnica manipolatoria ben precisa (sostenuta anche dai politici dell’epoca) ossia: fare terrorismo mediatico, mediante l’utilizzo di mantra che si ripetono costantemente anche ai giorni nostri; uno di questi: “se usciamo dall’euro l’inflazione crescerà e sarà un disastro”. Il sistema monetario europeo, che era entrato in vigore il 13 marzo 1979, sottoscritto dai paesi membri dell’allora Comunità Europea (ad eccezione della Gran Bretagna entrata nel 1990) fu un accordo nato per il mantenimento di una parità di cambio prefissata che poteva oscillare entro una fluttuazione del ± 2,25% (del ± 6% per Italia Gran Bretagna, Spagna e Portogallo) avendo a riferimento un'unità di conto comune (l’ECU) determinata in rapporto al valore medio dei cambi del paniere delle divise dei paesi aderenti. In realtà, l'art. 109 del Trattato di Maastricht prescriveva come già due anni prima dell'ingresso nella Unione Monetaria, fissato per il 1º gennaio 1999, che i paesi candidati non avrebbero più potuto svalutare la propria moneta rispetto all'ECU. Nel 1992 la svalutazione della lira (allora con un ECU si compravano 1 587 lire, oppure 2,02 marchi tedeschi), nel 1997 per acquistare un ECU ne occorrevano 1 929,66, molto vicino al futuro cambio fisso di 1 936,27. Basti ricordare che prima del 1992 il cambio fisso Lira Marco tedesco era di 750 lire per ogni Marco. Entrare nell’euro è stato quindi un vero e proprio inganno. L’Italia non doveva partecipare all’unione monetaria, un disastro già sperimentato nel 1992 in cui ci raccontavano un fiume di falsità sullo SME (basta leggere i giornali dell’epoca), le stesse falsità che ci vogliono vendere oggi coloro che non vogliono l’uscita dall’euro. Lo dichiara ad ASI il Coordinatore Nazionale dell’Organizzazione Politica Italia nel Cuore (MIC).

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