(ASI) Roma - «Il libro di Jole Garuti, “In nome del figlio. Saveria Antiochia, una madre contro la mafia”, racconta la vita di Saveria Antiochia, mamma di Roberto Antiochia, giovane poliziotto che, nonostante fosse già stato trasferito a Roma, mentre era in vacanza si trovò di fronte al fatto drammatico dell’uccisione da parte della mafia di Beppe Montana e così ha deciso di tornare a Palermo e fare una parte di vacanze insieme al giudice Cassarà, che sapeva di essere minacciato dalla mafia e di essere obiettivo esattamente come Montana. Roberto Antiochia e Cassarà si trovavano insieme quando i mafiosi spararono contro di loro. Si tratta, quindi, di una storia importante, segnata anche dalla solitudine in cui in quella fase gli investigatori a Palermo combattevano la mafia, spesso isolati, senza avere vicino l’opinione pubblica, con un grande senso dello Stato e un grande senso del dovere. La storia di Saveria Antiochia non è legata solo alla morte del figlio ma anche al fatto che è una donna che ha capito questa situazione e ha capito che combattere la mafia non era solo lasciare alle forze dell’ordine un compito difficilissimo ma era anche spiegare che cos’è la mafia, costruire un movimento ampio e studiare perché in assenza di una grande mobilitazione di popolo, difficilmente sarebbe stato ed è tutt’ora possibile sconfiggere le mafie». Lo ha detto il senatore Franco Mirabelli, Vicepresidente del gruppo PD al Senato e capogruppo PD in Commissione Parlamentare Antimafia, in apertura della presentazione del libro “In nome del figlio. Saveria Antiochia, una madre contro la mafia” della prof.ssa Jole Garuti avvenuta Palazzo Giustiniani in Senato con la partecipazione di Don Luigi Ciotti e il magistrato Antonino Di Matteo.
«Non possono essere solo le forze dell’ordine e gli investigatori a contrastare le mafie, serve che ci sia una forte consapevolezza dell’opinione pubblica della necessità di mettersi in campo per combattere le mafie. – ha proseguito Mirabelli - Viviamo un momento in cui la mafia non è sconfitta ma anzi, oggi le mafie sono forti e pericolose, suscitano poco allarme sociale e quindi c’è il rischio che non ci sia attenzione, che i muri necessari per sconfiggerle e contrastarle sempre più bassi. Penso al Nord e penso a quanto le mafie riescano oggi a penetrare nell’economia. Stiamo cominciando a registrare anche al Nord fenomeni di omertà, di costruzione di un clima anche di disponibilità o comunque di non contrarietà alle mafie in molti mondi importanti, come quello delle imprese. Questo dice che il lavoro di sensibilizzare, spiegare, educare alla legalità è un lavoro che diventa sempre più importante e sempre più fondamentale».
«E’ chiaro che non bastano gli investigatori e non basta neanche fare delle buone leggi se non c’è un’attenzione da parte di tutti e se non c’è una cultura della legalità, se non c’è la consapevolezza che le mafie ci sono, che bisogna saperle guardare negli occhi, saperle combattere. Serve una grande mobilitazione civile e sociale per contrastare le mafie. - ha detto ancora Mirabelli, in polemica con l’attuale Governo - Non voglio entrare nel merito di vicende recenti ma deve essere chiaro che serve l’educazione alla lotta alle mafie per sconfiggerle: non serve annunciare che tra pochi mesi la mafia sarà sconfitta o definire i mafiosi con parolacce. Ci vorrebbe un’attenzione maggiore a togliere acqua alle mafie, ad esempio non aumentare a 150mila euro la soglia al di sotto della quale si possono assegnare gli appalti direttamente senza gara o non cancellare l’unico strumento di tracciabilità dei rifiuti che è il SISTRI e che quando il Decreto Semplificazione sarà approvato non ci sarà più».
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