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Politica Nazionale

Abolizione del numero chiuso nelle Facoltà di Medicina: le reazioni alla proposta del governo

Di Lorenzo Nicolao 21 Ottobre 2018 – 17:43 3 min di lettura

universita palermo copy(ASI) «Si abolisce il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina, permettendo così a tutti di poter accedere agli studi». Il governo lega-stellato lo ha inserito nel decreto fiscale e nella manovra 2019 appena varati. Nell'arco di un giorno, i tanti temi divisivi di questa finanziaria hanno ceduto il passo alle reazioni dell'intero mondo accademico e della Sanità, dei professori, degli studenti e dei medici.

Addio agli impossibili test per entrare nella facoltà, dove pochi bravi e fortunati sono stati ogni anno in grado di accedervi, ma per il governo Conte, hanno precisato da Palazzo Chigi, si tratterà di un obiettivo di medio periodo, dopo che il ministro dell'Istruzione Marco Bussetti aveva candidamente ammesso di non saperne nulla. Nella situazione attuale molti impiegati nel settore sanitario potranno andare in pensione dal prossimo anno grazie alla quota 100, ma per tanti giovani l'accesso è già ora difficoltoso, dati i numeri al limite dei candidati.
Per diversi medici il problema viene solo rimandato, aumentando il rischio che tanti ragazzi si fermino a metà. «L'imbuto sarà la scuola di specializzazione», sono convinti. «Senza quella non si può fare nulla nel mondo della sanità. Ci vuole una selezione più accurata secondo le reali necessità di settore, in quali ambiti il personale è più carente, in quali meno».
Allo stesso modo pensa Emanuele, studente di Medicina presso l'Università dell'Aquila, per il quale questa scelta ha bisogno di una correzione che incrementi il numero delle borse per le specializzazioni: «I laureati ci sono, ma tanti rimangono nel limbo del privato e delle guardie mediche».
C'è chi è disposto a rimandare il problema ai nuovi iscritti nelle facoltà di medicina, come se nel corso dei 6 anni di studio il percorso stesso provvederà alla selezione. Altri, fra gli studenti, sollevano la questione del numero delle borse di studio, nettamente inferiori al numero dei ragazzi, oltre il fatto che non tutti in partenza hanno la determinazione di intraprendere una carriera lunga e difficoltosa come medicina. «C'è chi impiega 15 anni a laurearsi, figuriamoci quali saranno le conseguenze togliendo lo sbarramento iniziale», ha detto ad Agenzia Stampa Italia, Andrea, laureato in Biotecnologie, ora in Germania per un dottorato ad Amburgo.
Lavinia è invece infermiera presso l'ospedale di Treviso, dopo aver sognato anni di poter fare il medico: «Al momento sono felice, ma devo confessare che ci penso. Giusto aprire le porte a chi vuole studiare medicina, ma è anche necessario mettere uno sbarramento successivamente, se non subito. Chi è bravo e determinato saprà andare avanti e non saranno così consentiti ritardi negli studi».
Edoardo, diversamente, pone l'attenzione sull'offerta italiana agli studenti di queste facoltà: «Le strutture nelle università pubbliche sono carenti e allo stesso modo negli attuali ospedali sarebbe impossibile accogliere tanti studenti da formare. Un numero eccessivo potrebbe far parcheggiare molti all'università, senza dare loro un futuro lavorativo. Mi pare anche un'ingiustizia verso chi questo test lo ha superato, verifica che trovo necessaria in un indirizzo di studi come questo».
Ma alla fine, almeno fino a quando la proposta del Governo non sarà applicata, ci sono anche ragionamenti più concilianti, da parte di chi ritiene la questione molto complessa.
Giulia è studentessa di Medicina nella facoltà dell'Università di Perugia, dopo aver sostenuto il test diverse volte senza successo: «Credo di base l'ingresso a qualsiasi facoltà debba essere aperto. I problemi che toccano medicina sono dovuti al numero esorbitante di chi si vuole iscrivere, ritenendo il lavoro del medico una delle poche forme di reddito rimaste. Altro inconveniente è la lunghezza del percorso: circa 11 anni che non permetteranno ai laureati, dopo l'abolizione del numero chiuso, di sopperire alla carenza di medici che potrebbe essere dovuta in futuro al ricambio generazionale. Infine, ha concluso Giulia, «la verità è che anche il test, se non abolito, va almeno rivisto e migliorato, essendo condizionante verso i candidati in modo quasi definitivo. L'opportunità di fare volontariato presso le strutture sanitarie, sono convinta, farebbe ricredere molti in partenza, invece di lasciare loro attraenti illusioni».
Alla diffusione di un giorno dell'hashtag #Medicina su Twitter, sarà da vedere quanti altri ne serviranno per dar seguito alla proposta. Un obiettivo di medio periodo, ma il breve si presenta al governo Conte già pieno di insidie, all'alba della sua prima manovra economica.       

Lorenzo Nicolao - Agenzia Stampa Italia

Nota della Redazione

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