(ASI) Roma - Non un tavolo di incontro, ma un'altra arena di scontro. Il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda e il presidente della regione Puglia Michele Emiliano tornano battagliare sullo spinoso caso dell'Ilva.
Un confronto caldissimo fra due politici che preferiscono seguire la propria strada, piuttosto che venirsi incontro. Da una parte il ministro, che cerca delle garanzie da parte delle regione e del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, sul ritiro del ricorso al Tar. Dall'altra Emiliano, che parla di schizofrenia da parte di Calenda, non soddisfatto né delle offerte del governo né della cordata di Arcelor-Mittal. Gli acquirenti sarebbero pronti a investire sullo stabilimento siderurgico tarantino, un'operazione che salverebbe migliaia di posti di lavoro. ArcelorMittal ha promesso di adeguare gli impianti alle norme ambientali, ma Emiliano non è per nulla convinto di ritirare il ricorso.

Il Ministero per lo Sviluppo economico aveva ribadito, nel corso dell'incontro del 20 dicembre, che il lavoro di copertura dei parchi sarebbe stato completato entro 24 mesi (all'inizio erano 36), e che avrebbe investito oltre un miliardo per la decontaminazione del territorio tarantino. Di questi investimenti, oltre 238 milioni sarebbero spesi da Am Investco Italy, parte della cordata d'acquisto. A meno di svolte nella trattativa fra governo, Regione Puglia e sindacati invece, il 9 gennaio il tribunale amministrativo, secondo la normativa, sarà costretto a richiedere la chiusura dell'Ilva, con tutte le conseguenze che essa comporta.

Il ricorso avrebbe un costo di garanzia di 2,2 miliardi. «Impegno impossibile», ha detto Calenda, «Una cifra che non possiamo pagare solo per mantenere aperto il polo siderurgico, senza che una soluzione definitiva sia stata trovata. L'unica vera risposta alla crisi attuale sarebbe il ritiro del ricorso al Tar da parte del Comune di Taranto e della Regione Puglia».
A una simile azione non pensa minimamente Emiliano, che preferisce accusare Calenda di «allarmismo» e di «essere un ministro pro tempore, privo di un consenso che lo sostenga».
Il titolare del Mise risponde con un «non si fa melina sulla pelle dei lavoratori». Quello del ministro di fatto è un ultimatum, siccome la cordata di ArcelorMittal non accetterà mai di concludere l'acquisto dell'Ilva con il rischio di un processo a loro carico, ancor prima che prendano il controllo del polo siderurgico.
Al tavolo delle trattative era presente anche Maurizio Landini, segretario confederale della Cgil. «Occorre un atto di responsabilità», ha detto il sindacalista. «Non è possibile fare calcoli politici o battere i pugni sul tavolo quando in gioco vi è il destino di oltre 5mila lavoratori, più quello di tutti coloro che fanno parte dell'indotto legato all'acciaieria». Un punto per Calenda, ma non decisivo per vincere il braccio di ferro con Emiliano.

Lorenzo Nicolao - Agenzia Stampa Italia    

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