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(ASI) I test Invalsi che il Ministro Gelmini ha intenzione di ampliare, introducendo dal prossimo anno anche una terza prova, cioè quella relativa alla lingua inglese, sono stati boicottati, o lo saranno nei prossimi giorni, in diverse scuole di tutta la Penisola, sia dai Dirigenti scolastici, sia dai docenti, sia dagli studenti.

In particolare i test proposti da quest'anno anche nelle seconde classi del biennio delle scuole secondarie di II grado hanno suscitato più di una perplessità, per la formulazione non idonea dei quesiti di Matematica, considerati da "terza media", o non in linea con i programmi di seconda superiore o per la richiesta di "mettere crocette", come risposta ai quesiti relativi alla prova di Italiano. Le ragioni dell´opposizione? Le più svariate, alcuni hanno posto l'accento sull'aspetto economico: non ci sono i soldi per gli straordinari (gli Invalsi costano comunque 8 milioni); la correzione prevede, inoltre, uno stressante lavoro a carico dei docenti, retribuito, nella migliore delle ipotesi, come compenso accessorio a carico del già "esangue", più che esiguo,

 Fondo di Istituto delle Scuole. Pochi spiccioli per un lavoro burocratico che viene imposto dall'alto, senza che tuttavia il Ministero preveda fondi aggiuntivi. La critica di carattere non economico riguarda invece l'equità dei test, se si pensa di poter ridurre una prova culturale e logica a un quiz, i test uguali a Milano ed Enna, per un classico e un industriale, sono offensivi e serviranno per classificare scuole, docenti, studenti e differenziare le buste paga degli insegnanti (con il rischio che prove somministrate non da esterni, ma dagli stessi professori potrebbe indurre qualche docente a dare il classico aiutino, magari per far fare bella figura alla propria scuola; il sospetto che questo avvenga o sia avvenuto in qualche regione è più che legittimo). Il Ministro ha ribadito che sui test Invalsi non tornerà indietro: l´Europa fa così. «Il prossimo anno introdurremo una prova nazionale in inglese e i test alla maturità». Il suo Ministero esclude che chi si è opposto avrà riduzioni nei voti né, tanto meno, rischierà bocciature. Ma il Ministro, secondo noi, dovrebbe anche riflettere sull'utilità di spendere 8 milioni di euro per delle prove, come quelle per le classi prime della Secondaria che, personalmente, non riteniamo significative né a livello statistico né a livello di "sondaggio" sulle conoscenze disciplinari (magari parte di quei 8 milioni di euro si potrebbero spendere per dotare di lavagne multimediali le scuole o solo per poter fare qualche fotocopia per i compiti in classe, invece che far acquistare la tessera al prof.).

Non si tengono in debita considerazione, secondo noi, alcuni elementi fondamentali: la presenza sempre più abbondante di stranieri (anche con più di un anno di permanenza in Italia), con scarse competenze linguistiche, non rende possibile lo svolgimento dei programmi (per esempio quelli di Matematica) in modo uniforme in tutto il territorio nazionale, il fatto che i docenti dovrebbero rinunciare alla libertà di insegnamento per finalizzare lo svolgimento dei contenuti in funzione dei quiz previsti nelle prove, test che, non solo in Italia ma in tutta Europa, tendono a valutare capacità diverse da quelle che una buona scuola dovrebbe fornire, e comunque non corrispondenti a ciò che gli insegnanti trasmettono. Nel successo ai test oggi in voga pesano troppo la velocità mentale e troppo poco capacità come ragionamento, astrazione, organizzazione mentale, sensibilità estetica, senso critico. Non si capisce se siano test di valutazione dell'apprendimento o delle conoscenze acquisite. C'è il rischio che alcuni docenti diventino allenatori dei propri alunni, in funzione dei test, rinunciando al loro ruolo di insegnanti.

 Nelle domande che dovrebbero saggiare la cultura, la capacità di comprensione, la ricchezza lessicale, la finezza argomentativa, compaiono esercizi di problem solving come mettere i simboletti delle nuvole e del sole in una cartina dato un testo di previsioni atmosferiche, usare una piantina di una città per andare ad un concerto o amenità simili. Gli insegnanti (come il sottoscritto) che si rifiutano di fare gli allenatori, mettono a rischio la prestazione dei loro allievi ai test, con conseguenze paradossali: tendenzialmente un allievo di un insegnante «normale» saprà più matematica e italiano dell'allievo di un insegnante-allenatore, ma in compenso andrà peggio ai test. Se ci si mette nelle condizioni di inseguire i test si finirà per modificare le materie in funzione delle prove come hanno ben intuito le Case editrici che sfornano libri di Italiano e Matematica piene zeppe di test Invalsi e di quiz di ogni genere.

Va bene che siamo sommersi da programmi televisivi in cui quiz, domande a risposta multipla e indovinelli la fanno da padroni, ma non è questa la Cultura. I test rischiano di accelerare lo svuotamento e la banalizzazione dei contenuti dello studio, come certi programmi televisivi banalizzano il "sapere" e la Cultura con la "C" maiuscola. Ultima critica, ma non per questo meno importante, il discutibile "anonimato" delle schede, comprese quelle in cui lo studente deve riportare dati sensibili relativi alla propria famiglia. Ma se tutto deve essere in forma anonima, perché tutto il materiale è pieno zeppo di codici e riferimenti agli alunni, alle classi e alle scuole? A che serve tutto ciò? Meditate gente, meditate!

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