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Politica Nazionale

In Umbria il requiem per il Pd, un partito mai nato

Di Giuseppe Mazza 25 Aprile 2013 – 13:10 2 min di lettura
(ASI) La ribellione, finalmente, c’è stata. Decisa, convinta, durissima. L’ala cattolica, vale a dire i più autorevoli esponenti dell’ex Margherita, la parte centrista e cattolica, che nel 2007, è confluita, formando con i Ds  il Partito Democratico, non c’è l’ha fatta più a sopportare ancora la presunzione, l’arroganza, la prepotenza degli ex (?) comunisti in Umbria, ed hanno stilato un lungo documento per denunciare pubblicamente, a quei pochi che ancora non lo avessero capito, che serve “una nuova classe dirigente che rispetti il pluralismo culturale che è stato la ragione fondamentale del Pd. In questa ottica si pone inderogabile l’esigenza di una chiara visibilità della cultura cattolico-democratica senza la quale  il Pd non esisterebbe. Se occorre “girare la ruota”, questo deve avvenire anche in Umbria e non c’è molto tempo a disposizione. Sensibilità politica vuole che per recuperare  credibilità la classe dirigente offra subito la disponibilità al cambiamento, dimostrando così di aver capito i segnali venuti dai cittadini”. E’ questo uno dei passaggi più importanti e significativi del documento firmato da Bocci, Guasticchi, Polli, Brega, Smacchi, Barberini, Benedetti, Bravi, Castellani, Ciliberti, Cozzari, Lezi, Liviantoni, Mocio, Moretti, Porzi,Tosti e Venerucci, in pratica tutti, che hanno sentito il bisogno, dopo aver analizzato i risultati elettorali dello scorso febbraio, in cui il Pd ha perso 82.000 voti, di dire basta a questa fallimentare, ormai insopportabile gestione del potere. Che il Pd fosse un “partito mai nato” lo aveva detto con un singolare necrologio lo stesso Francesco Rutelli, uno dei fondatori del Pd, come lo era stato Franco Marini, clamorosamente tradito nei giorni scorsi - come è arcinoto - nella corsa al Quirinale.

Dopo gli errori a catena di Pierluigi Bersani, e le macerie lasciate a Roma è veramente giunto il momento che le dimissioni le dia anche Catuscia Marini, la presidente della Regione Umbria, con un bilancio, di questi tre anni, più che fallimentare, non a caso una pupilla di Bersani, della sua segreteria, voluta ed imposta proprio la lui alla guida di una Regione che ora è rossa anche di rabbia e di indignazione, come dimostrano, in maniera inconfutabile, i voti persi. In una ipotetica gara a chi ha fatto peggio, tra Bersani e Marini, è difficile trovare il vincitore, si sanno solo i perdenti: gli italiani e gli umbri.

Giuseppe Mazza - Agenzia Stampa Italia

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