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(ASI) Nel 2011 e nel 2012 le uniche aziende con i bilanci in attivo  sono quelle che hanno esportato almeno il 20% del loro fatturato (dati Istat), una tendenza che proseguirà anche nel 2013. Se da un lato ripudiamo le barriere, dall'altro ripudiamo anche gli interventi economici – finanziari a senso unico. Come spesso accade, il governo nazionale e quello europeo, si stanno dimenticando dei piccoli imprenditori italiani.

Obama deve essersi accorto, anch'esso, che una politica improntata sulla tassazione non genera alcun profitto, ma solo vittime e così, tra Usa e Europa, sbuca l'idea di un patto: la costituzione del T.T.I.P. (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un'area di libero scambio tra le due sponde dell'atlantico. Un patto che eliminerebbe dazi, quote o costi  su molti (o addirittura su tutti) i beni tra  loro scambiati.  La più grande zona franca del mondo (480 miliardi di euro di interscambi commerciali nel 2012) che consentirebbe alla UE di uscire dal suo isolamento e agli USA di arginare la concorrenza dei paesi BRICS. Peccato che queste   relazioni e partnership internazionali sono normalmente precluse alle piccole e medie imprese. Proprio quelle che oggi meriterebbero l'attenzione e tutte le energie da parte della classe politica. Nel 2012 registriamo: 12.000 fallimenti, 2.000 procedure non fallimentari e 90.000 liquidazioni: oltre 104 mila imprese sono entrate in crisi o hanno dovuto chiudere i battenti. Il 2013 non promette nulla di buono in quanto, all'orizzonte, non si delinea nessuna politica in linea con l problematiche e le esigenze di questa enorme fetta di Pil italiano.  Approfondiamo l'argomento e trattiamo l'enorme pianeta delle imprese zombie:

Spa, srl a volte snc, che la crisi ha ridotto in una condizione di povertà finanziaria.

L’impresa-zombie ha un fardello di debiti scaduti spesso superiore al fatturato, perchè non importa quanto hai guadagnato, importa che, secondo lo Stato, attraverso gli studi di settore, profitto o no, devi pagare tanto e in tempo.

I debiti sono quasi sempre verso l'affamato Erario e banche: spesso il loro totale è di dimensioni tali che, non possono essere riassorbiti neppure in 10 anni di duro lavoro.

L’arretrato del debito verso più istituti di credito ha innescato nelle banche tutto il repertorio delle tipiche azioni di recupero del credito: la revoca del fido, la messa in mora, decreti ingiuntivi, a volte ipoteche giudiziali anche sui beni personali, l’azienda che è soggetta ad azioni legali di questo tipo ha cessato di essere un "cliente", per assumere la configurazione di "una pratica" dell’ufficio recupero crediti.

Queste imprese ed i loro debiti scaduti da tempo verso le banche sono le famose "sofferenze" di cui tanto si parla e che sono arrivate a quasi 100 miliardi di euro.

Se da una parte il quadro finanziario dei debiti verso banche e fornitori segnala la morte-finanziaria, dall’altra l’impresa come animale-economico è assolutamente viva.

Spesso incurante del rischio di essere dichiarata fallita,testarda nel continuare a produrre, cerca clienti e fattura, muove il PIL nazionale ogni giorno, si nutre di illusioni sulle possibilità di rimettere in sesto la baracca.

Ed è questo ciò che colpisce chi incrocia e visita piccole imprese in crisi. Tecnicamente morti per le banche, assolutamente vivi nel loro quotidiano.

Le imprese-zombie telefonano, viaggiano, prendono aerei per la Cina o per Palermo, acquistano con fatica materie prime, rilasciano assegni postdatati ai fornitori, resistono dentro capannoni gravati da ipoteche di tre gradi successivi.

Resistono a un destino che è quasi sempre inevitabile.

Ecco l’Italia in preda a una lunga crisi industriale e finanziaria.

Perchè mentre per le grandi aziende esiste la ristrutturazione del debito, per i piccoli imprenditori non ci sono Santi, solo carnefici.

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