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(ASI) Giornalmente 35.000 persone muoiono per malattie come malaria, AIDS, dissenteria, tubercolosi; tutte conseguenze della povertà e dell’avidità delle case farmaceutiche. Queste approfittano della situazione in modo doppio: non solo vendono farmaci a prezzi alti da renderli inaccessibili alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, ma sfruttano i poveri come cavie per la sperimentazione e la ricerca. La povertà è la più grave malattia del mondo: ogni 15 secondi un bambino muore di dissenteria perché non ha accesso all’acqua potabile.

 Ogni anno milioni di persone muoiono di malaria perché non possono permettersi una visita medica o i farmaci. Inoltre la ricerca sulla malaria procede molto a rilento, poiché i malati in Africa, Sudamerica, Asia sono clienti troppo poveri per attirare l’interesse delle case farmaceutiche. Queste preferiscono investire nella ricerca contro piaghe più importanti, come la caduta dei capelli, i problemi di erezione, problemi di sovrappeso, che consentono loro di guadagnare più denaro. Anche le epidemie di AIDS, epatite, tubercolosi mietono milioni di vittime, che non possono permettersi misure di prevenzione e cure. Degli oltre 40 milioni di persone che hanno contratto l’AIDS, tre quarti non ricevono cure adeguate o non vengono curati affatto. Solo in Sudafrica ci sono 1,8 milioni di bambini affetti dal virus dell’HIV: nel continente nero l’AIDS è la principale causa di morte. La produzione di gran parte dei medicinali non è così dispendiosa; tuttavia i gruppi farmaceutici insistono sul pagamento di salate tasse sul brevetto, affermando di dover rientrare nelle spese sostenute per la ricerca. In realtà spendono più per la pubblicità che per la ricerca. Inoltre le case farmaceutiche realizzano ogni anno miliardi di profitti, la maggior parte dei quali nei ricchi Paesi industrializzati e, come se non bastasse, ricevono anche sovvenzioni statali. Non hanno alcun bisogno delle tasse sul brevetto dai Paesi poveri. Molti Paesi cercano di difendersi dalla disumana logica orientata al profitto delle multinazionali farmaceutiche. Dal 1972, ad esempio, l’India ha eliminato la tutela brevettuale e rifornisce pazienti in tutto il mondo di farmaci generici, copie spesso identiche, ma al tempo economiche, dei medicinali più cari.

Ci si riferisce all’India come alla “farmacia dei poveri”: i produttori indiani di farmaci generici sono riusciti a ridurre la spesa media per la cura di un paziente malato di AIDS da 10.000 dollari a 100.000 dollari all’anno. Ora però, dal 2005, l’accordo TRIPS sul diritto brevettuale dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) vieta la contraffazione dei medicinali. La “farmacia dei poveri” rischia in questo modo di chiudere i battenti. Uno dei pochi farmaci disponibili per la cura dei bambini malati di AIDS e la nevirapina. Da anni le ditte indiane di farmaci generici producono lo sciroppo di nevirapina a costi vantaggiosi e lo esportano nelle aree povere del mondo. Il gruppo tedesco Boehringer Ingelheim, produttore del farmaco originale, ha tuttavia richiesto la tutela brevettuale. Se la richiesta verrà accolta, milioni di bambini non avranno più accesso ai medicinali da cui dipende la loro vita. Un’altra multinazionale farmaceutica, la Novartis, ha intrapreso un’azione legale contro le autorità indiane, colpevoli di aver respinto la richiesta di brevetto per il Glivec, un farmaco per la cura dei tumori del sangue, che colpiscono ogni anno 20.000 indiani. Nei Paesi in cui la Novartis ha potuto brevettare il farmaco, un trattamento costa circa 2.600 dollari al mese, mentre con i farmaci generici indiani il costo non supera i 200 dollari. La causa intentata dalla casa farmaceutica ha provocato un fiume di proteste in tutto il mondo, ancora più comprensibili se si considera che in India l’80% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Di fronte all’opinione pubblica, la Novartis sottolinea orgogliosa il proprio senso di responsabilità sociale: in India 6.700 pazienti malati di leucemia ricevono il Glivec gratuitamente. Ciò che la Novartis si guarda bene dal dire è che nel 2006, con 7.2 miliardi di dollari, l’azienda ha realizzato utili record per la decima volta di fila. Meno della metà di quella cifra sarebbe sufficiente a fornire Glivec a tutti i 100.000 malati di leucemia del mondo, e a coprire i pesanti costi del brevetto.

A tutto questo si aggiunga il fatto che spesso i nuovo farmaci vengono testati nei Paesi più poveri, dove è più facile trovare persone disposte, in cambio di pochi soldi, a mettere a disposizione il proprio corpo e la propria salute per sperimentare nuove sostanze. Talvolta i pazienti non vengono neppure informati che verranno utilizzati come cavie umane, e non è raro che alcuni di loro paghino con la vita questo ruolo. Durante un’epidemia di meningite in Nigeria nel 1996, ad esempio, la casa farmaceutica americana Pfizer permise test illegali su circa 100 bambini ai quali venne somministrato l’antibiotico Trovan, all’epoca non ancora omologato. I genitori non vennero informati dei potenziali rischi dell’esperimento, credendo si trattasse del normale protocollo terapeutico. Undici bambini morirono in seguito alla sperimentazione, altri subirono danni cerebrali e si ammalarono gravemente. Un anno dopo, l’uso del farmaco venne comunque autorizzato negli Stati Uniti, ma solo per gli adulti. Due anni dopo l’impiego del farmaco venne ulteriormente limitato, poiché poteva provocare danni epatici anche mortali. In Europa la vendita del Trovan è stata definitivamente vietata nel 1999 dall’agenzia europea per i farmaci.

Nel 2007 la Pfizer ha risposto alle accuse di sperimentazione illegale, affermando di aver svolto un buon lavoro e che i test erano stati approvati da una commissione etica. Tale approvazione tuttavia si è rivelata falsa come la commissione etica che l’avrebbe rilasciata. Lo ha scoperto una commissione d’inchiesta nigeriana, sebbene il rapporto, rimasto segreto per 5 anni, sia venuto alla luce solo grazie a un informatore che ha fatto pervenire i documenti al Washington Post, portando così alla luce i tentativi di insabbiamento della Pfizer. Le famiglie coinvolte nella vicenda e il governo dello Stato nigeriano di Kano, nel 2007, hanno intentato una causa miliardaria contro la casa farmaceutica. L’azienda, in un comunicato stampa, ha chiarito che la sperimentazione è avvenuta con il pieno appoggio del governo nigeriano, secondo quanto riportato dal quotidiano “Die Welt”. Tutte le accuse a carico della multinazionale sarebbero “semplicemente false”. L’azienda respinge tutte le accuse. Un quarto dei farmaci viene ritirato dal mercato perché presenta effetti secondari sospetti. Numerosi medicinali hanno addirittura provocato la morte di migliaia di persone e tuttavia sono ancora in commercio.

Molti medici prescrivono sconsideratamente ogni sorta di farmaco e in cambio ricevono dalle case farmaceutiche varie forme di compensi materiali o finanziari. Molte aziende, è stato comprovato, pagano professori affinchè decantino le virtù dei farmaci senza averli mai testati. Anche sceneggiature di serie televisive, addirittura, vengono riscritte per permettere alle case farmaceutiche, dietro pagamento in contanti, di pubblicizzare i loro prodotti. Le aziende influenzano, tra l’altro, la formazione ed il perfezionamento dei medici. La conseguenza di tutto questo è che, anziché puntare sulla prevenzione e su terapie olistiche, spesso ai pazienti vengono prescritti trattamenti talvolta inutili. Per scopi pubblicitari e di marketing, i produttori di medicinali spendono in media il 30% del loro budget, una cifra maggiore di quella stanziata per la ricerca. Per le aziende farmaceutiche vale la pena, ma intanto le consistenti spese per i farmaci minano le fondamenta dei sistemi sociali pubblici. In questo panorama la cosa meno importante sembra essere la nostra salute.

 

Davide Caluppi Agenzia Stampa Italia

Fonte: www.msf.it

www.medico.de

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Il libro delle multinazionali” di Klaus Werner Lobo

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