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Premesso che il sistema politico statunitense ha due principali partiti: democratici e conservatori, che sebbene, apparentemente, si differenziano fra loro, nella sostanza, sorreggono lo stesso sistema unipolare ultra liberista.

 

Per cui,  le scelte strategiche sono sempre condivise dai due partiti e prese all’unanimità (bipartisan). Cosa differenzia una forza politica dall’altra? Semplici sfumature che non intaccano minimamente i principi, le idee forza e la struttura su cui si basa il sistema nord americano. Un apparato socio-economico e politico ingessato, statico che non prevede la possibilità di alternativa a se stesso, arrogandosi la pretesa di essere il migliore dei modelli possibili, l’esempio da esportare o imporre “democraticamente” … con le armi. Invece la realtà ci ha mostrato l’esatto contrario.  Infatti ricordiamo che negli Usa è ammesso ed è legale il lobbismo, ossia l’ azione esercitata da lobby economiche o da corporazioni su pubblici funzionari, su uomini politici, sulle istituzioni pubbliche per orientarne a proprio vantaggio le decisioni.  Senza contare che queste strutture diventano decisive nella lotta elettorale perché  finanziano, di volta in volta, e , a seconda delle convenienze, questo o quell’altro partito .

Siamo di fronte ad una logica dell’alternanza, basata concretamente su chi favorisce meglio gli interessi della lobby . Ma si può considerare democratico e pluralista un sistema che permette per legge di ricevere “le mazzette” dei potentati economici per favorire i loro piani industriali e finanziari? Il Governo e lo Stato degli Usa sono davvero liberi di assolvere al loro mandato istituzionale? Oppure sono fortemente condizionati da chi  finanziariamente li sostiene? Siamo di fronte ad un sistema poco chiaro, in cui non si sa chi, in effetti comandi,  c e chi, dipenda da chi.  Invito i lettori ad soffermarsi s questi aspetti e ad approfondire meglio l’argomento.

Per  le motivazioni che ho scritto, anche se sono fortemente scettico, mi piacerebbe sapere come negli Stati Uniti,  le prossime elezioni, cosiddette di “Midterm”, possano cambiare in meglio le cose. Anche perché l’americano medio non va a votare e le percentuali dei votanti sono bassissime. Una disaffezione  pericolosa perché, materialmente, si delega il potere  a rappresentanti a “costo zero” e, questo permette ai politici di non cambiare  radicalmente il sistema, che  è così accettato passivamente, molto spesso subito dai cittadini.

Però gli andamenti in Usa e l’esito delle votazioni si percepiscono anticipatamente non solo dai sondaggi che vedrebbero diminuita sensibilmente la popolarità di Obama, ora al 39% e il 54% è insoddisfatto del suo operato.  Ma i risultati elettorali si prevedrebbero, soprattutto seguendo dove vengono convogliati i sostanziosi  finanziamenti per sostenere le campagne elettorali dei partiti. In particolare verificando da quale parte politica (repubblicana o democratica) vengono  elargiti  i  maggiori fondi  per le campagne elettorali da parte delle multinazionali ,dai potentati finanziari e dai grossi miliardari statunitensi, cioè quelli che in gergo vengono definiti i “Big donors”(Grandi donatori-sostenitori).

Allora scopriamo che i “big donors” del petrolio e della finanza, in vista delle elezioni di metà mandato stanno appoggiando questa volta i repubblicani .  E’ interessante consultare a proposito questo articolo del New York Times (http://www.nytimes.com/imagepages/2010/10/22/us/politics/22chamber-g.html?ref=politics). Infatti se i repubblicani, alias conservatori, dovessero vincere nei prossimi ludi cartacei, renderebbero la politica “riformista”, ma per alcuni aspetti sociale, anche innovativa di Obama, impossibile da realizzarsi. In pratica, mi sorge il dubbio, peraltro suffragato da riscontri, che l’attuale presidente sia stato fatto eleggere all’apice della crisi economico e finanziaria e nel picco più alto della sfiducia popolare nei riguardi del sistema ultra liberista statunitense, per far intervenire lo Stato, unicamente per socializzare le perdite e risanare il sistema con i soldi dei contribuenti. Poi, fatto il compitino assegnato, il suo mandato finirebbe.

Questo spinge a prendere in esame gli effetti della politica americana, indifferentemente da chi l’abbia governata, ed affermare che gli Usa sono in piena crisi, come dimostrano le percentuali alte  delle disoccupazioni e delle povertà  raggiunte in questi tempi. Questi dati dovrebbero farci riflettere meglio che il modello tanto decantato americano non è così buono e che le sue ricette socio-economiche e che anche il sistema politico non sia proponibile a tutti gli stati.

Infatti con il mondo globale, gli effetti indesiderati  degli Usa e le risultanze delle speculazioni finanziarie del mercato, si riverberano nel pianeta e propagano la sua   infezione negativa che sta mandando in crisi tutte le nazioni

Infine, se si continua passivamente ad accettare questo sistema ultra liberista, poi non ci si stupisca, anche in casa nostra che Marchionne faccia certe affermazioni marchiane e detti le sue ricette ultra liberiste, perché è insito proprio del sistema turbo capitalista  la delocalizzazione;  i processi di produzione,  si spostano dove la mano d’opera costa meno, si tagliano i posti di lavoro. Il tutto finalizzato per fare maggiori profitti.

Proprio in questi casi lo Stato italiano deve dimostrare che esiste e tutela i lavoratori  e i suoi principi fondanti (art.1 della costituzione) minacciando, se ciò che afferma Marchionne fosse vero, anche la nazionalizzazione e socializzazione della Fiat.

Per fare ciò occorre cambiare mentalità e  dimostrare che lo spirito nazionale in politica non esiste solo quando si sente l’inno del proprio paese.

 









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