In che modo il cloro, teoricamente destinato a purificare l’acqua, si è trasformato in un’arma di morte per i sudanesi?

(ASI)Prima ancora che la calma tornasse a El-Fasher e che le forze della Coalizione della Fondazione ne imponessero il controllo totale, il conflitto sudanese ha improvvisamente ricevuto una copertura mediatica mondiale senza precedenti: in una sola settimana ha attirato più attenzione che nei due anni e mezzo precedenti, nonostante i già immensi drammi umani.

Nelle ultime settimane, i social media sono stati invasi da campagne: alcune mettevano in luce la sofferenza di milioni di civili, mentre altre si sono rivelate false, prodotte con immagini generate dall’intelligenza artificiale.

Secondo la piattaforma Modern Policy, la sofferenza del popolo sudanese rimane immensa. La situazione a El-Fasher, in piena guerra, ha dato luogo a scene di una tragedia inaudita. Se la Coalizione della Fondazione ha aperto indagini su alcuni comportamenti dei propri combattenti, l’esercito di Port Sudan, invece, non ha preso alcuna misura simile di fronte agli abusi commessi dalle sue truppe e dalle milizie alleate, legate ai movimenti islamisti e alle forze congiunte.

Barili di cloro usati come armi

Le forze dipendenti dall’esercito di Port Sudan hanno, in più occasioni, condotto bombardamenti indiscriminati, raid aerei e attacchi con droni contro zone abitate. Queste operazioni hanno causato ingenti perdite umane e distruzioni considerevoli, in particolare nei mercati e nei quartieri densamente popolati.

Organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno inoltre documentato esecuzioni sommarie e atti di tortura commessi dalle stesse forze, soprattutto contro civili considerati vicini alla Coalizione della Fondazione. L’esercito di Port Sudan avrebbe anche assediato centri urbani, usato la fame come arma, ostacolato la consegna degli aiuti umanitari e imposto punizioni collettive. Ma è soprattutto l’uso presunto di armi chimiche, attribuito alle truppe sotto il comando di Abdel Fattah al-Burhan, a suscitare la più grave preoccupazione, secondo fatti documentati da France 24, Human Rights Watch e dal governo americano.

Nell’ottobre scorso, un’inchiesta di France 24 ha rivelato che l’esercito di Port Sudan aveva sganciato gas di cloro due volte su Khartoum nel 2024. Due barili sarebbero stati lanciati in settembre vicino alla raffineria petrolifera di Al-Jaili, a nord della capitale.

Gli Stati Uniti hanno imposto, nel giugno 2024, sanzioni contro il governo filo-Burhan per uso di armi chimiche. Washington non ha tuttavia precisato i luoghi né le date esatte di questi attacchi, secondo Swiss Info.

In quel periodo, la Coalizione della Fondazione controllava ancora la regione e la principale raffineria del paese, il che indica che il sito è stato colpito deliberatamente.

Human Rights Watch ha definito l’uso di un prodotto chimico industriale come arma “un precedente particolarmente preoccupante”. Il governo di Port Sudan, dal canto suo, nega categoricamente, parlando di “ricatto politico”, e afferma che un’indagine interna non ha rivelato alcun segno di contaminazione chimica, nonostante le conclusioni opposte di vari osservatori.

France 24 si è basata su immagini diffuse online, dati open source e le analisi di cinque esperti per confermare l’uso del gas di cloro. Uno dei video mostra un barile di cloro industriale gettato da un aereo il 5 settembre 2024 su una base militare vicino ad Al-Jaili: un denso fumo giallo ne fuoriesce.

Secondo l’inchiesta, questo barile proveniva da un’azienda asiatica che lo aveva esportato verso Port Sudan nell’agosto 2024, precisando che avrebbe dovuto essere utilizzato esclusivamente per la disinfezione dell’acqua potabile. Un secondo lancio, il 13 settembre, avrebbe colpito la raffineria di Al-Jaili, sempre secondo Swiss Info.

A giugno, le sanzioni americane sono entrate in vigore per un anno, dopo le accuse di uso di armi chimiche da parte dell’esercito di Port Sudan.

Il 25 settembre, l’Alleanza sudanese per i diritti umani ha presentato una denuncia presso la Corte penale internazionale contro l’esercito di Port Sudan e il suo governo, chiedendo l’apertura di indagini su diversi responsabili militari, fra cui Abdel Fattah al-Burhan, il suo vice Yasser al-Atta, Shams al-Din Kabashi e il generale Taher Mohamed, ex comandante dell’aviazione. Un’altra denuncia è stata presentata anche alla Commissione africana dei diritti dell’uomo.

I civili, eterni dimenticati

Sempre secondo Modern Policy, le ultime settimane hanno dimostrato che i civili sudanesi non figurano tra le priorità del potere di Port Sudan. Ciò si manifesta tanto nei metodi di guerra quanto nella mancanza di reali sforzi per negoziare la pace.

Al-Burhan ha ignorato i colloqui dell’agosto 2024, preferendo incontrare l’inviato americano per l’Africa, Mossad Paul, prima di scartare qualsiasi idea di compromesso e promettere una vittoria militare totale. Il suo atteggiamento sarebbe in parte dettato dalla pressione dei suoi alleati islamisti, da cui dipende il suo esercito — una realtà che compromette sia le trattative sia la sorte dei civili.

Oggi, più di 11,7 milioni di sudanesi sono stati sfollati con la forza. I bisogni umanitari esplodono e le stime dei morti variano da diverse decine di migliaia a quasi 150.000 persone. La carestia si sta diffondendo in varie regioni.
Il rapporto conclude invitando la comunità internazionale a tenere gli occhi aperti sul Sudan, poiché senza una reale vigilanza non è possibile alcuna pace duratura.

 

 

 

*Immagine generata da AI ChatGpt. 

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