Operazione Midnight Hammer: cosa resta dopo i raid americani sui siti nucleari iraniani

(ASI) Il 22 giugno 2025 resterà come una data spartiacque nel confronto tra Washington e Teheran. In poco più di venti minuti, sette bombardieri B-2 decollati dagli Stati Uniti e decine di missili da crociera lanciati da un sottomarino hanno colpito tre siti simbolo del programma nucleare iraniano: Fordo, Natanz e Isfahan.

L’operazione, battezzata “Midnight Hammer”, ha fatto irruzione in un conflitto già acceso tra Iran e Israele, portando sul terreno il peso militare diretto degli Stati Uniti.

Al centro del raid c’erano i bunker buster GBU-57, ordigni da 13 tonnellate capaci di perforare decine di metri di roccia e cemento prima di esplodere. È la prima volta che queste armi vengono utilizzate in combattimento.

Progettate per anni con un unico obiettivo – penetrare le montagne che nascondono Fordo – sono state rilasciate in quattordici esemplari, aprendo crateri visibili nelle immagini satellitari e, secondo il Pentagono, “obliterando” le capacità di arricchimento iraniane.

Trump non ha perso tempo nel rivendicare il successo: “Monumentale danno”, “spettacolare operazione”, “obliterazione” sono le parole usate nelle sue dichiarazioni. Per il presidente americano, questa prova di forza dovrebbe costringere Teheran a tornare al tavolo dei negoziati, con la minaccia esplicita che “ci sono molti altri obiettivi” se l’Iran non si adeguerà.

Eppure, al di là della retorica, la realtà appare più sfumata. Il Pentagono parla di un programma nucleare arretrato “di uno o due anni”, mentre rapporti trapelati dai servizi di intelligence ridimensionano ulteriormente l’impatto, parlando di un ritardo di pochi mesi.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), pur non rilevando aumenti di radioattività all’esterno dei siti colpiti, non esclude che parte del materiale fissile sia stato danneggiato o spostato. Teheran, dal canto suo, sostiene di aver evacuato gli impianti prima dell’attacco e minimizza le perdite.

Il bilancio umano, invece, è pesante. Secondo fonti iraniane, oltre 400 persone sono morte dall’inizio delle ostilità con Israele, che a sua volta ha subito decine di vittime nelle ondate di missili lanciati da Teheran. Il bombardamento statunitense ha aggravato una spirale che il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha definito “una pericolosa escalation” e “una minaccia diretta alla pace e alla sicurezza internazionali”.

La portata simbolica dell’operazione resta comunque enorme. Fordo, scavata sotto centinaia di metri di roccia, era il cuore più protetto del programma nucleare iraniano: vederla colpita da armi concepite apposta per quel bersaglio significa dimostrare che nessun rifugio è intoccabile. Ma il prezzo politico è altissimo: l’Iran ha sospeso la cooperazione con l’AIEA, oscurando agli ispettori ogni informazione sullo stato attuale del programma.

Resta la domanda più difficile: e adesso? Teheran ha promesso una risposta “proporzionata”. Alcuni analisti temono che possa colpire basi americane in Medio Oriente o minacciare lo Stretto di Hormuz, vitale per il traffico petrolifero mondiale. Washington, pur insistendo di non cercare una guerra più ampia, ha già ventilato l’ipotesi di un “regime change” se l’attuale leadership iraniana non cederà.

L’operazione Midnight Hammer è stata salutata dal Pentagono come “storicamente riuscita”, il frutto di quindici anni di studi, test e preparativi. Ma oltre la retorica celebrativa e le immagini spettacolari dei bombardieri invisibili, resta un atto di guerra che semina distruzione e altra violenza.

Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia

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