Dibattiti. "Marciare, non marcire: la Cina di Xi tra passo dell'oca, Russia e D'Alema" di  Lorenzo Valloreja

(ASI) Per la rubrica 'Dibattiti'  riportiamo un ediotoriale  che ci ha inviato il saggista e analista politico,  Lorenzo Valloreja,  Il testo riflette sulle implicazioni politiche, simboliche e strategiche della recente parata militare a Pechino, mettendo in luce i messaggi impliciti inviati dalla Repubblica Popolare Cinese alla comunità internazionale. Inoltre affronta in chiave critica l'evoluzione dei rapporti internazionali tra Cina, Russia, Europa e Italia.

"Marciare, non marcire: la Cina di Xi tra passo dell'oca, Russia e D'Alema"

Il testo riflette sulle implicazioni politiche, simboliche e strategiche della recente parata militare a Pechino, mettendo in luce i messaggi impliciti inviati dalla Repubblica Popolare Cinese alla comunità internazionale.

 

"Marciare, non marcire: la Cina di Xi tra passo dell'oca, Russia e D'Alema"

Il testo riflette sulle implicazioni politiche, simboliche e strategiche della recente parata militare a Pechino, mettendo in luce i messaggi impliciti inviati dalla Repubblica Popolare Cinese alla comunità internazionale.

Della maestosa parata di Pechino, organizzata da Xi Jinping per celebrare l'ottantesimo anniversario della vittoria della Cina nella guerra sino-giapponese — in cui la Seconda guerra mondiale non fu che l'ultima appendice di un conflitto durato ben otto anni (dal 7 luglio 1937 al 2 settembre 1945) — tutti i commentatori hanno messo in risalto soprattutto i nuovi sistemi d'arma innovativi che l'Esercito Popolare di Liberazione ha voluto mostrare al mondo.

E questo perché, in un momento storico in cui l'ottica edonistica e superficialotta la fa da padrona, l'essenza reale delle cose non riesce più a essere percepita non solo da chi non ha gli strumenti per rivelarla, ma anche da chi, a torto o a ragione, si professa uomo o donna di cultura. Così le questioni basilari sono state completamente bypassate.

Certo, è innegabile che la parata avesse e abbia la funzione precipua di mostrare i muscoli del Paese che la organizza, lanciando il messaggio che la Cina, come non si è piegata ottant'anni fa, non si piegherà neanche oggi di fronte a nessuno e "non sarà mai intimidita da alcun bullo", poiché "la modernizzazione cinese segue la via dello sviluppo pacifico". Infatti, secondo il presidente Xi, "la forza può dominare per un momento, ma il diritto prevale per sempre". Ma questo non è tutto, anzi...

Tanto per iniziare, non è stata la Cina comunista di Mao Tse-tung a sconfiggere il Giappone il 2 settembre 1945, ma piuttosto la Cina di Chiang Kai-shek e del Kuomintang, che però di lì a poco, a seguito di una furibonda guerra civile, fu costretta ad abbandonare la Cina continentale nel 1949 per rifugiarsi sull'isola di Formosa, meglio conosciuta oggi come Taiwan.

Dunque, mostrando le insegne del Partito Comunista e dell'Esercito Popolare di Liberazione, Xi, vestito come Mao, ha voluto riscrivere la storia per creare una propria pedagogia nazionale, avallata da tutti i leader presenti. Così ha posto anche ufficialmente la parola fine all'antica polemica secondo la quale, al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, in qualità di membro permanente, non dovrebbe sedere Pechino ma Taipei. Invece, con quella parata e con quelle bandiere, agli occhi del mondo è stato Mao ad aver vinto la guerra. Ergo, davvero Taiwan è una provincia ribelle e, come tale, deve, per il diritto internazionale, tornare alla madrepatria senza l'opposizione internazionale di alcuno, compresi gli Stati Uniti e i loro alleati.

In secondo luogo, l'elemento veramente determinante sotto il profilo delle forze mostrate non è stato quello delle macchine — gli incredibili cani-robot in grado di sparare dal dorso, i droni spettacolari portati in trionfo, gli innovativi laser intercettori o addirittura la poderosa triade nucleare (terra-cielo-acqua) — quanto, piuttosto, quello del patrimonio umano esibito.

Infatti, dei 12 mila militari che hanno marciato davanti alla Città Proibita, erano presenti anche 400 donne. Un dato simbolicamente rilevante, perché in Cina le donne sono complessivamente poche rispetto agli uomini: uno squilibrio demografico ereditato da decenni di politiche nataliste e selettive, che in futuro rischia di generare gravi tensioni sociali. Proprio per questo la loro presenza è preziosa, e vederle sfilare in uniforme ha voluto comunicare che la Cina è pronta a sacrificare anche ciò che, demograficamente e umanamente, ha di più raro e caro.

Oltre 10 mila militi, contro i circa 5.000 italiani che sfilano abitualmente lungo i Fori Imperiali a Roma ogni 2 giugno, o i circa 6.600 militari statunitensi che hanno marciato il 14 giugno scorso per il duecentocinquantesimo anniversario della fondazione dell'Esercito americano. Dodicimila soldati che rappresentano un apparato complessivo di oltre 2 milioni di effettivi, ai quali si aggiungono riserve e forze paramilitari, portando il totale vicino ai 3 milioni. Una cifra enorme, se paragonata ai 2 milioni degli americani, al milione e mezzo dei russi e agli appena 170 mila italiani in servizio attivo (circa 300 mila includendo Carabinieri e altre componenti).

Militari, quelli cinesi, che marciano a passo dell'oca — come è giusto che sia presso l'ultima entità statuale totalitaria esistente — simbolo di fatica, dedizione e disciplina assoluta, e che, nello sparare le salve d'onore con l'artiglieria, sembravano più robot che esseri umani. Ed è proprio questo il punto, una nota dolente che sottolineo ormai da anni: Paesi come la Cina, la Russia, la Corea del Nord possono fare le guerre perché hanno uomini e donne disposti a morire ciecamente per la loro causa. L'Occidente no.

E anche se disponessimo di un armamento tecnologicamente e numericamente dieci volte superiore a quello dei Paesi Brics, non vi sarebbe comunque partita, perché siamo — e restiamo — del tutto carenti sotto il profilo umano. Nessuno qui è disposto a morire per il "pan cotto", figuriamoci per la Patria.

Ma detto questo, il terzo elemento fondamentale che nessuno ha colto è il modo in cui la Russia si è presentata al mondo non come socio di minoranza dei cinesi, ma come l'unica seconda potenza mondiale ancora esistente che, grazie alla propria spregiudicatezza e a un pizzico di fortuna (vedi la rielezione di Trump), è riuscita a penetrare in Africa a discapito della Francia e della stessa Cina, con accordi a vario titolo con più di 40 Paesi del Continente nero, ed è riuscita a giocare su più tavoli. Si veda l'ultimo vertice in Alaska con gli Stati Uniti, dove non si è discusso solo di Ucraina, e il successivo vertice SCO del 31 agosto – 1° settembre 2025 a Tianjin, dove Mosca è stata la grande protagonista tra India e Cina. Insomma, la Russia è tornata sul palcoscenico mondiale più grande e potente di prima, al di là di ogni più rosea previsione di Putin e, con molta probabilità, a seguito dell'ottima prova sostenuta durante la guerra in Ucraina, dove, grosso modo da sola, ha resistito a una quarantina di Paesi democratici ben attrezzati, si troverà anche nella condizione di non riuscire a soddisfare le future ingenti richieste di vendite delle proprie armi.

Altri due Paesi tornati alla ribalta in quel di Pechino sono stati la Corea del Nord, che da paria internazionale è stata trattata come vera e propria star, e la piccola Slovacchia di Robert Fico, unico leader di un Paese UE presente alla parata, che potrebbe assurgere al ruolo di interlocutore e mediatore verso il "Celeste Impero" per l'intero vecchio continente.

Ma la sorpresa più grande di tutta la parata l'ha riservata Massimo D'Alema, che pur non essendo più un capo di governo, né mai essendo stato un capo di Stato, è riuscito — come gli ex primi ministri della Nuova Zelanda, Helen Clark e John Key — a essere invitato ufficialmente dalle autorità cinesi e dunque a diventare unico vero possibile interlocutore italiano per eventuali futuri rapporti con la Repubblica Popolare Cinese. Una vera e propria risorsa per il nostro Paese, al di là di come la si possa pensare, sia su D'Alema che rispetto al regime cinese.

Mi fa dunque specie leggere sui quotidiani italiani commenti negativi verso "Baffino", specie se provenienti da sinistra. Se da destra possono essere giustificati, per quanto miseri, da un necessario gioco delle parti, da sinistra ciò è veramente intollerabile, anche perché simili dichiarazioni ci danno la misura di quanto pericolosamente il nostro Paese sia ormai legato mani e piedi a una carrozza che corre verso il baratro.

Comunque sia, io non mi stancherò mai di chiedermi, forse ingenuamente: come mai, se la Russia può giocare su più tavoli, se la Turchia può fare "lo scivola e casca" e se persino la Slovacchia può fare la furba, l'Italia, da sempre machiavellica e contorsionista, negli ultimi dieci anni ha perso questa sua caratteristica e libertà in favore di una cieca quanto insostenibile lealtà all'Europa e alla Francia in particolare?

Ai posteri l'ardua sentenza!

Lorenzo Valloreja

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