Bruxelles e Varsavia ai ferri corti: aperta una nuova procedura d’infrazione

(ASI) Bruxelles – Un’ulteriore frattura si apre sul fronte delle già complesse relazioni fra Polonia e Unione europea. C’entrano, questa volta, le interferenze russe e una nuova legge statale approvata dalla Camera bassa del Parlamento polacco. E Varsavia rischia grosso.

Andiamo con ordine. A fine maggio, sulla scia degli sviluppi bellici in Ucraina, il governo nazionalista e conservatore presieduto da Mateusz Morawiecki – uno dei più acerrimi oppositori dell’invasione russa – è riuscito a far passare all’Assemblea nazionale un provvedimento che vorrebbe proteggere il paese dalle infiltrazioni malevole del Cremlino.

Nello specifico, è stata istituita una Commissione speciale per indagare se e in che misura i funzionari pubblici in carica fra il 2007 e il 2022 abbiano agito sotto influenza russa, danneggiando gli interessi nazionali. I membri della Commissione, di nomina parlamentare, avranno poteri assai ampi. Potranno, infatti, ottenere informazioni classificate o modificare gli atti dei tribunali amministrativi. Soprattutto, potranno impedire a determinati individui di ricoprire cariche statali nella gestione di fondi pubblici per un periodo fino a dieci anni.

In sostanza, quindi, un organo di designazione politica inserito nell’amministrazione statale potrà passare ai raggi x l’operato dei personaggi pubblici – dai funzionari ai politici – fino a sanzionarli o addirittura privarli dell’accesso alla vita pubblica. Un fatto, questo, che ha subito allarmato Bruxelles e Washington.

Al punto che l’8 giugno, dopo una serie di infruttuose negoziazioni con le autorità nazionali, la Commissione europea ha deciso di aprire una nuova procedura d’infrazione contro la Polonia. Secondo la Commissione, la legge viola pesantemente numerosi principi comunitari sottoscritti da Varsavia al momento dell’adesione ufficiale all’Unione.

Innanzitutto, dicono a Bruxelles, il provvedimento “interferisce indebitamente” con i basilari valori democratici, in quanto potrebbe ledere l’immagine delle persone o limitarne i diritti politici senza peraltro aver definito precisamente cosa significhi agire sotto influenza russa.

Sorgono problemi anche con il concetto europeo di non retroattività, poiché nel mirino delle indagini potrebbero finire attività compiute dai soggetti incriminati sin dal lontano 2007. In tal caso, quindi, le sanzioni andrebbero a punire attività che erano perfettamente legali nell’epoca in cui sono state compiute.

Bruxelles sostiene, poi, che prerogative investigative talmente potenti da consentire l’esame di documenti classificati infrangano diverse normative comunitarie in materia di riservatezza, ivi compreso il Regolamento GDPR sulla protezione dei dati personali. “La misura non fornisce né un'adeguata base legale né le necessarie garanzie per il trattamento dei dati sensibili”, si legge in una nota della Commissione.

L’Europa boccia, altresì, la clausola per cui le decisioni della Commissione speciale saranno sottoposte al solo controllo di tribunali amministrativi. Questi, per loro natura, giudicano esclusivamente la forma – e non il contenuto – di un’eventuale incriminazione.

A turbare l’Unione e i suoi alleati occidentali vi è il terribile sospetto che la maggioranza di Morawiecki voglia solo sbarazzarsi dei sempre più numerosi oppositori interni. Non è certo un caso che parte della stampa abbia sin da subito ribattezzato il provvedimento “legge anti Tusk”.

Il riferimento è alla presenza ingombrante di Donald Tusk e del suo partito “Piattaforma civica”. D’altronde l’ex Primo ministro polacco, già presidente del Consiglio europeo dal 2014 al 2019, è oggi tra i più ferventi critici della coalizione di estrema destra guidata da Morawiecki.

Coalizione che – va ricordato – negli ultimi anni è più volte entrata in rotta di collisione con Bruxelles per via delle sue controverse ideologie sulla separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, l’accoglienza dei migranti, le libertà delle donne, la tutela degli omosessuali e delle minoranze etniche e religiose.

Nemmeno i polacchi sembrano aver gradito la norma. Domenica 4 giugno, mezzo milione di cittadini sono scesi in piazza sventolando bandiere europee e gridando a gran voce contro quello che considerano un governo autoritario. A convocare la manifestazione è stato proprio Donald Tusk, che ha potuto contare persino sulla presenza dello storico capo di “Solidarnosc”, Lech Walesa.

Ciononostante, il governo tira dritto. In un comunicato emesso a ridosso dell’approvazione della legge, il Ministero degli Esteri ha bollato come “interpretazioni errate” le preoccupazioni di Bruxelles e Washington. Varsavia ha assicurato che le eventuali indagini saranno condotte con la “massima trasparenza”, seguendo un “processo giusto” e una “procedura equa”. Ha garantito, poi, che i membri della Commissione saranno selezionati fra tutti i partiti presenti in Parlamento.

Il Ministero si è detto pronto a chiarire qualsiasi dubbio degli alleati. Tuttavia, ha lasciato intendere che non rinuncerà alla propria sovranità: “Sottolineiamo con forza che la legislazione in materia rimane di competenza nazionale”.

Il braccio di ferro è solo all’inizio. La Polonia ha ventuno giorni di tempo per negoziare con Bruxelles. Se le cose non cambieranno e i richiami della Commissione continueranno a cadere nel vuoto, il caso potrebbe approdare alla Corte di giustizia europea, per poi culminare, se necessario, con l’imposizione una multa salata ai danni di Varsavia.

Marco Sollevanti – Agenzia Stampa Italia

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