ASI) "Finalmente. Finalmente, dopo undici lunghi giorni di violenze, di distruzioni e di lutti, è arrivato il cessate di fuoco tra Israele e Hamas. Un passo che l’insieme della comunità internazionale chiedeva a gran voce e che, grazie soprattutto agli sforzi di mediazione dell’Egitto, è diventato realtà. Sappiamo che è ancora una fragile tregua e che c’è bisogno nell’immediato di uno sforzo straordinario sia sul piano umanitario che su quello politico-diplomatico.


Ora che le armi tacciono è necessario riflettere su come si è arrivati a questa nuova esplosione di violenza, la più grave dal 2014, e su cosa sia possibile e utile perché si creino le condizioni per un efficace dialogo su una pace duratura.


Da settimane le manifestazioni a Gerusalemme Est - originate dalla possibilità che le autorità giudiziarie israeliane sancissero lo sfratto di alcune famiglie palestinesi dalle case di Sheikh Jarrah - segnalavano una tensione crescente tra i Palestinesi che in questi anni hanno visto, nella disattenzione sostanziale della comunità internazionale, l’aumento continuo degli insediamenti israeliani nei Territori della Cisgiordania e nei dintorni di Gerusalemme, una modificazione radicale delle condizioni sul terreno che sta configurando una sorta di annessione strisciante e mettendo in discussione la fattibilità di una pace fondata sul principio “Due Popoli, due Stati”.

Se a questo si aggiunge la crisi economica e sociale aggravata dal Covid 19, il moltiplicarsi di episodi di demolizioni nei Territori, il tentativo di sfratto delle famiglie dello storico quartiere di Sheikh Jarrah, il rinvio delle elezioni palestinesi, è abbastanza chiaro il cocktail di frustrazione e rabbia diffuso tra i Palestinesi. L’ingresso delle forze armate israeliane nella Spianata delle Moschee durante il Ramadan ha dimostrato ancora una volta quanto il tema di Gerusalemme e dei Luoghi Santi abbia un impatto simbolico e susciti forti reazioni. In questo contesto Hamas decide di attaccare Israele con i razzi lanciati da Gaza, provocando la reazione militare di Israele. Non è difficile leggere in questa escalation violenta la scelta “politica” di Hamas di strumentalizzare le legittime proteste dei Palestinesi per accreditarsi come gli unici difensori dei diritti del popolo palestinese e di Gerusalemme. Allo stesso modo non è difficile cogliere come le operazioni militari israeliane contro Hamas, oltre a rispondere al sacrosanto diritto di difendere il proprio territorio, abbiano consentito indirettamente a Netanyahu di spezzare il filo sottile di dialogo che Lapid aveva avviato sia con la destra di Bennett che con la Joint List degli Arabi Israeliani per la formazione di un governo senza Bibi. D’altra parte in questi giorni di violenza abbiamo visto per la prima volta scontri e disordini nelle città israeliane tra arabi ed ebrei, un campanello d’allarme che dovrebbe sicuramente preoccupare chiunque abbia a cuore la convivenza pacifica tra i cittadini israeliani.

Israele contro Hamas, Hamas contro Israele: questa sintesi dunque racconta solo una parte della realtà. È indispensabile saper vedere anche le implicazioni, le complessità e le differenze nei due campi per cercare di superare una retorica che, da una parte e dall’altra, non lascia altrimenti spazio a nessuna prospettiva di pace. Hamas vuole distruggere Israele e Israele vuole distruggere Hamas: se ci fermiamo a questa constatazione dobbiamo rassegnarci all’idea che le armi possano tacere per il periodo necessario a ricostruire gli arsenali e riorganizzare le forze per ricominciare.
Oppure? Oppure si cerca di individuare gli spazi, i margini anche esigui, gli attori e gli strumenti per riattivare un processo politico.

Partendo dalle condizioni di vita delle popolazioni civili, e dai Palestinesi in particolare. La ricostruzione a Gaza deve essere lo strumento attraverso il quale la comunità internazionale fa sentire concretamente alle famiglie rimaste senza casa, e soprattutto ai giovani che vivono in quel fazzoletto di terra, che il loro futuro ci sta davvero a cuore, che non saranno i razzi a garantire loro più libertà e diritti. Non si tratta dunque di ricostruire solo case ed edifici, ma anche di portare servizi sociali, sanitari, educativi, culturali; in poche parole ricreare fiducia nella possibilità che la pace sia migliore della guerra. Anche il Sistema della Cooperazione Italiana può e deve fare la sua parte e il Governo italiano sta lavorando in questa direzione.

Il secondo terreno, più politico, riguarda il ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese che per noi rappresenta un interlocutore indispensabile e che va aiutata a recuperare peso e credibilità nei confronti dei suoi cittadini. La possibilità di tenere in un tempo ragionevole elezioni democratiche, parlamentari e presidenziali, è un passaggio ineludibile. Garantire che le elezioni possano coinvolgere anche i Palestinesi residenti a Gerusalemme Est credo sia a questo punto interesse di tutti coloro che aspirano al rilancio del ruolo dell’ANP. E’ auspicabile che le vicende drammatiche di questi giorni possano anche riaprire una riflessione nel campo moderato e magari facilitare una ricomposizione delle divisioni all’interno di Fatah. Così come è evidentemente auspicabile che i Paesi arabi che hanno sottoscritto gli “Accordi di Abramo” possano far pesare questa loro scelta sia nel rapporto con Israele che con le diverse fazioni palestinesi, incluse quelle che non hanno mai accettato l’esistenza di Israele e abbandonato la violenza.

Anche in Israele, dopo le quarte elezioni in due anni, vediamo una forte incertezza politica: non sappiamo se ci sarà un nuovo governo e guidato da chi, mentre a breve si dovrà anche trovare il successore del Presidente Rivlin. La comunità internazionale, e soprattutto i Paesi amici di Israele, credo possano e debbano spingere perché chiunque avrà la responsabilità di governare Israele mandi un segnale ai palestinesi moderati dell’ANP, intensificando la cooperazione – per esempio sul piano sanitario e della lotta al Covid19 – e sospendendo tutte le scelte – a partire da Sheikh Jarrah – che possono acuire le tensioni con e tra i Palestinesi. L’indebolimento dell’ANP e la forza che oggi Hamas può rivendicare, agli occhi soprattutto delle nuove generazioni palestinesi, non sono solo figli degli errori – che pure ci sono stati nel corso dei decenni – della leadership di Fatah ma anche del prevalere nella destra israeliana di una politica che ha abbandonato sostanzialmente la prospettiva dei Due Stati.


In questa direzione dovrebbero agire sia gli Stati Uniti, che con la nuova Amministrazione Biden oggi sono nella condizione di dare buoni consigli ad Israele, sia l’Unione Europea, che però purtroppo in questa ultima vicenda si è mostrata ancora una volta debole e incapace di parlare con una voce sola. Non ce lo possiamo permettere. C’è bisogno del Quartetto e, in quel formato, c’è bisogno dell’Europa. Come ha dimostrato quest’ultima fiammata di odio e di violenza, non ci sarà mai pace e stabilità nella regione se non si rispetterà la legalità internazionale e se non si darà una risposta giusta ai diritti del popolo palestinese, e Israele non sarà mai sicura nei suoi confini se il processo di normalizzazione con i Paesi arabi alla base degli Accordi di Abramo si fermerà. La prospettiva “Due Popoli Due Stati” si è molto offuscata nel tempo ma al momento alternative praticabili e giuste non sono sul tappeto, da lì occorre ripartire. Solo la ripresa di negoziati diretti tra le Parti può rimettere in moto la ricerca di una soluzione che riconosca i diritti di entrambi i popoli a vivere in pace e sicurezza, uno a fianco all’altro. A questo scopo mira l’iniziativa congiunta che Italia e Spagna hanno lanciato nei mesi scorsi che, attraverso il coinvolgimento dei diversi attori regionali e internazionali, mira a promuovere “misure di fiducia reciproca” tra israeliani e palestinesi e a rilanciare il ruolo dell’Unione Europea per la ripresa del Processo di Pace in Medio Oriente." Così dichiara Marina Sereni del PD nella suo blog.

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