(ASI) L'indice PMI manifatturiero cinese di luglio raggiunge quota 51,1 punti, superando le previsioni e conservandosi in territorio espansivo per il quinto mese consecutivo. Ad affermarlo è il Dipartimento Nazionale di Statistica del Paese asiatico con i dati diffusi nella giornata di oggi. Nello stesso periodo, l'indice relativo alla produzione è aumentato di 0,1 punti percentuali a quota 54, mostrando una netta ripresa dopo il crollo di febbraio e le incertezze tra marzo e maggio.

Per quanto riguarda i nuovi ordini, l'indice specifico segna 51,7 punti (+0,3% su giugno), in crescita per il terzo mese consecutivo, evidenziando una ripresa sia della domanda interna che di quella estera. Anche l'import-export, secondo quanto afferma Zhao Qinghe, capo-analista del Dipartimento, ha infatti continuato «a migliorare dal momento che le principali economie mondiali stanno gradualmente riavviando le attività produttive e la Cina ha messo in campo una serie di politiche e provvedimenti mirati a stabilizzare il commercio estero».

Secondo un analista del colosso giapponese Nomura, citato da CGTN, sono stati proprio gli ordini dall'estero a trainare il PMI manifatturiero cinese di luglio, dal momento che il sottoindice relativo è balzato a 48,4 dai 42,6 punti di giugno. Restano, tuttavia, i rischi associati all'incertezza sull'andamento dell'emergenza Covid-19 in molti Paesi stranieri: un'eventuale nuova esplosione del contagio, specie all'interno della regione Asia-Pacifico, potrebbe minacciare la domanda estera e costringere le aziende cinesi a rivedere nuovamente i loro piani.

Permane ancora in terreno negativo (sotto i 50 punti), inoltre, l'indice PMI relativo alle piccole imprese, attestatosi a quota 48,6 nel mese di luglio. In questo caso, però, alle criticità dovute all'epidemia si sono aggiunte le inondazioni causate nelle ultime settimane dalle violente piogge abbattutesi sulla Valle dello Yangtze (Fiume Azzurro), una regione economica altamente produttiva, compresa tra le megalopoli di Chongqing, ad Ovest, e Shanghai, ad Est. I danni da dissesto idrogeologico hanno costretto il governo a mettere in campo le Forze Armate, paralizzando per diverso tempo le attività e i trasporti nelle aree colpite dai nubifragi.

Ripartono con forza invece i servizi e la cultura, settore che a luglio ha interrotto cinque mesi consecutivi di contrazione dovuti alle limitazioni agli spostamenti: grazie all'allentamento delle misure imposte in musei, siti archeologici, teatri, cinema e luoghi di intrattenimento, l'indice dell'industria culturale risale di 6,1 punti percentuali, a quota 51,9, consentendo al PMI non-manifatturiero di restare in terreno espansivo (54,2) nonostante una leggera flessione di 0,2 punti percentuali rispetto a giugno (54,4).

Sul piano geopolitico, non si placano - tutt'altro - le forti tensioni con l'amministrazione Trump. Nonostante la pandemia costituisca ancora un fiume in piena negli Stati Uniti, la scorsa settimana, Mike Pompeo è tornato a tuonare durante un discorso presso la Richard Nixon Presidential Library and Museum di Yorba Linda, in California. Molto aggressivo e ben poco diplomatico, il segretario di Stato americano ha accusato Pechino un po' su tutti i fronti: diritti umani, diritti delle minoranze etniche, Covid-19, Iniziativa Belt and Road, Hong Kong, Taiwan, Mar Cinese Meridionale e Huawei/5G.

Di certo, il clima elettorale negli Stati Uniti, dove Trump, proprio per l'inefficace gestione dell'emergenza sanitaria, rischia seriamente di perdere il confronto con lo sfidante Joe Biden, sembra aver definitivamente compromesso il passaggio alla Fase 2 dei negoziati, dopo la conclusione della Fase 1 a metà gennaio, quando le prime due economie mondiali apparivano vicinissime alla positiva conclusione di un nuovo accordo commerciale, come per altro auspicato da larga parte del mondo industriale ed agricolo statunitense, raccolta sotto l'insegna dell'associazione Americans for Free Trade, che sta chiedendo da molto tempo la fine della guerra dei dazi.

Abbandonato l'approccio "pseudo-nixoniano" che aveva caratterizzato, pur tra le immancabili incomprensioni, le relazioni bilaterali per buona parte dello scorso anno a seguito della tregua sancita durante il G20 di Buenos Aires alla fine del 2018, con la firma del cosiddetto Hong Kong Human Rights and Democracy Act del 27 novembre scorso, sei mesi prima che l'Assemblea Nazionale del Popolo approvasse la nuova legge sulla sicurezza nazionale per l'ex colonia britannica, il presidente statunitense si è ormai saldamente riposizionato su istanze neoconservatrici, non solo per quanto riguarda la Cina ma anche rispetto alla questione iraniana e al conflitto israelo-palestinese.

La forte polarizzazione internazionale innescata dalle decisioni e dalle dichiarazioni dello stesso Trump e di Mike Pompeo, fin'ora, non hanno fatto che distanziare Washington da gran parte del resto del mondo. Ne sono conseguenza, diretta o indiretta: 1. Le trattative per quello che si sta configurando come un mega-accordo economico e strategico venticinquennale tra Pechino e Tehran; 2. Il rafforzamento dell'asse tra Xi Jinping e Vladimir Putin; 3. Le ritrosie di storici alleati, come Berlino [fedele alla linea non-ingerentista del Wandel durch Handel], Tokyo e Seoul, ad unirsi alla "crociata" anticinese sia su Hong Kong che sulle origini della pandemia.

A quest'ultimo proposito sembrerebbero perdere definitivamente quota le pesanti accuse rivolte nei mesi scorsi all'Istituto di Virologia di Wuhan - che qualche giorno fa, per voce della direttrice Shi Zhengli, ha chiesto le scuse ufficiali alla Casa Bianca - dopo le recenti scoperte della comunità scientifica internazionale, secondo cui il SARS-CoV-2 potrebbe in realtà aver compiuto il salto di specie molto prima dello scorso inverno e comunque non a Wuhan. Nel giugno scorso, infatti, l'Università di Barcellona ha individuato tracce del virus in un campione di acque reflue della città catalana acquisito il 12 marzo 2019. Il microrganismo sarebbe dunque rimasto a lungo "inattivo" per poi diventare patogeno soltanto lo scorso autunno.

L'emergenza in tutto il Continente americano e le imminenti elezioni presidenziali sembrano non concedere né lo spazio né il tempo necessari ad una ricucitura diplomatica. La strada intrapresa da Trump appare ormai irreversibile e porterà inevitabilmente Washington, sempre più in preda al "panico da sorpasso", a finire nella cosiddetta trappola di Tucidide. Le accuse, le provocazioni e le ingerenze hanno ormai da tempo superato il limite accettabile per Pechino. Un eventuale, ennesimo colpo di scena del tycoon dopo le elezioni, molto probabilmente stavolta non basterebbe per rimettere a posto le cose.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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