(ASI) Come i leader degli altri partner per il dialogo dell'ASEAN, anche il primo ministro cinese Li Keqiang ha raggiunto lunedì scorso Singapore per prendere parte al 33° Vertice Generale dell'organizzazione che raccoglie dieci Paesi del Sud-est asiatico, ma che estende la sua tela diplomatica a tantissimi altri interlocutori grazie ad una serie di forum, sessioni e consessi correlati, a carattere regionale o internazionale.

La visita del premier cinese a Singapore è stata anche l'occasione per ribadire l'importanza del Partenariato Economico Regionale Globale (RCEP), un'area di libero scambio in via di definizione che andrà a coinvolgere tutti i Paesi membri dell'ASEAN, la stessa Cina, il Giappone, la Corea del Sud, l'India, l'Australia e la Nuova Zelanda. Dopo sette anni di incontri preliminari e negoziati, a partire dal 19° vertice ASEAN di Bali, i partecipanti sono ormai entrati nella fase finale dell'accordo, che dovrebbe vedere la definitiva ufficializzazione entro la fine del 2019. I numeri sono impressionanti e già da soli rendono perfettamente l'idea di cosa sarà questa nuova aggregazione economica, che racchiude il 46% della popolazione del pianeta, il 39% del PIL mondiale ed il 27% del commercio globale.

Il summit di Singapore ha così potuto mandare in archivio il 2° Vertice dei Leader della RCEP, seguito a quello dello scorso anno a Manila. «Dobbiamo cogliere l'impulso ed assestare un'ultima forte spinta, impegnandoci per concludere l'accordo entro il 2019», ha detto Li Keqiang - citato da Xinhua - ai suoi interlocutori, notando che appena un anno fa meno della metà dei negoziati erano stati completati, mentre ora siamo a circa l'80% del lavoro. Secondo quanto affermato dal primo ministro cinese nel suo intervento in sala, gli obiettivi dell'accordo sono chiari: sostenere il commercio e gli investimenti, promuovere l'integrazione economica regionale e creare condizioni benefiche per i cittadini di tutti i Paesi aderenti.

La gestazione, non troppo lunga ma particolarmente complessa, di quest'accordo è riconducibile ad un approccio che intende rafforzare le dinamiche della globalizzazione economica, senza tuttavia ignorare o sminuire le caratteristiche e le necessità di ogni singolo Paese. Non di una "fusione a freddo" si tratta, dunque, ma di un accordo che prevede diversi modi e tempi di liberalizzazione da Paese a Paese, nell'ottica della salvaguardia delle filiere locali, particolarmente sensibili nelle economie meno avanzate.

Grande soddisfazione per il livello raggiunto nelle trattative è arrivato anche dal padrone di casa, il primo ministro singaporiano Lee Hsien Loong. La città-Stato di Singapore, che nel corso dell'anno ha assunto la presidenza rotativa dell'ASEAN, è uno degli attori-chiave all'interno della regione del Sud-est asiatico grazie al suo cruciale ruolo di hub logistico, finanziario e tecnologico, che ne fa il secondo mercato al mondo per facilità di fare impresa, il terzo per competitività, il sesto per evoluzione digitale, il quarto centro finanziario globale ed il quarto esportatore internazionale di prodotti hi-tech. «Sono rincuorato dalla solida volontà politica dimostrata e dai sostanziali progressi compiuti nei negoziati», ha detto Lee - citato dal The Straits Times - che, facendo eco al suo omologo cinese, ha aggiunto: «Siamo ora nella fase conclusiva dei negoziati» che «sembrano pronti per poter chiudersi entro il 2019».

Oltre all'impegno profuso dalle tante delegazioni tecniche e politiche che si sono susseguite nel corso del tempo, a spingere la RCEP sono stati anche due fattori congiunturali: uno, interno, è senz'altro rappresentato dall'oliata macchina di lavoro dell'ASEAN+6, il vertice che da diversi anni mette allo stesso tavolo di confronto i dieci Paesi membri dell'ASEAN e i sei giganti che, assieme a loro, hanno dato vita al progetto RCEP; l'altro, esterno, è stato il ritiro unilaterale, deciso da Donald Trump pochi giorni dopo il suo insediamento ufficiale, dal Partenariato Trans-Pacifico (TPP), un accordo di libero scambio già prefigurato nel 2005, che Barack Obama aveva poi cominciato a costruire per spostare il baricentro dei flussi commerciali più vicino al Continente americano, isolare la Cina e consolidare la leadership statunitense nella regione.

Il progetto transpacifico resta operativo nel quadro dell'Accordo Progressivo e Globale per il TPP, sottoscritto nel marzo scorso da Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Perù, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam. Tuttavia, sette di questi undici Paesi sono già coinvolti nella RCEP mentre gli altri quattro, liberi dal "veto" statunitense sulla Cina, potranno facilmente avviare trattative per fare ingresso nella nuova, gigantesca area di libero scambio o comunque cercare con questa accordi separati.

Nelle parole pronunciate da Li Keqiang a Singapore traspare così nuovamente la volontà della Cina di farsi interprete di un'inedita fase della globalizzazione, dove le opportunità di sviluppo cominciano ad essere più equamente distribuite nel mondo, a pochi giorni dalla conclusione del primo China International Import Expo (CIIE) di Shanghai, l'evento che ha sancito, non solo simbolicamente, l'inizio di una nuova stagione di grande apertura dell'economia cinese a beni e servizi provenienti dal resto del mondo per soddisfare la domanda interna di una sempre più folta ed esigente classe media.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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