(ASI) Con la recente rielezione all'unanimità, il presidente cinese Xi Jinping è stato confermato nel proprio ruolo dai membri dell'Assemblea Nazionale e può ora accingersi a cominciare il suo secondo mandato alla guida della Repubblica Popolare. Pochi, pochissimi organi di informazione occidentali hanno effettivamente seguito il dibattito delle Due Sessioni di quest'anno in Cina, limitandosi praticamente a sottolineare una sola novità per interpretarla secondo sensibilità e criteri non pienamente applicabili al contesto cinese. Poste in prossimità fra loro, la Conferenza Politico-Consultiva del Popolo, massimo organo consultivo, e l'Assemblea Nazionale del Popolo, massimo organo legislativo, hanno espresso le necessità e gli indirizzi politici di questa fase, arricchendo o sviluppando quanto emerso dal 19° Congresso del Partito Comunista Cinese, andato in scena lo scorso mese di ottobre.
Le linee-guida espresse proprio allora dal presidente cinese Xi Jinping nella sua relazione di apertura dei lavori, avevano ampiamente sottolineato la volontà della classe dirigente di riformare la governance, non limitandosi soltanto alla lotta alla corruzione ma allargando lo sguardo anche ai criteri di selezione della classe dirigente a tutti i livelli. La campagna dei Tre Vincoli e delle Tre Onestà, lanciata nel 2014 da Xi, aveva e ha come obiettivo proprio quello di porre rimedio a tutte quelle disfunzioni e a quelle mancanze ancora presenti nella scelta dei funzionari pubblici e nel funzionamento efficace di una governance fondata sullo Stato di diritto.
Questa grande riforma interna si applica ad un sistema politico complesso, dove i meccanismi di rappresentanza devono venire incontro alle aspirazioni e alle necessità di oltre 1,3 miliardi di persone, di cui oltre la metà appartenenti alla classe media o medio-alta. La stessa Assemblea Nazionale del Popolo, ovvero il Parlamento cinese, si compone attualmente di poco meno di 3.000 deputati, eletti attraverso quattro passaggi intermedi. L'elettorato può scegliere la composizione delle assemblee popolari locali, i cui membri eleggono, a loro volta, i delegati delle assemblee popolari distrettuali; quest'ultimi eleggono i deputati delle assemblee popolari provinciali, che eleggono infine i deputati dell'Assemblea Nazionale.
In tale schema socio-politico, per sua natura molto diverso da quelli europei, c'è anche spazio per elementi di pluralismo, in virtù della presenza di altri otto partiti e di personalità indipendenti che possono presentare la propria candidatura ed essere elette all'interno di una Camera in cui la maggioranza è sì ad appannaggio del Partito Comunista, ma dove tutti gli altri candidati possono dire la loro, ed appoggiare, arricchire o criticare nel merito le proposte presentate dal Comitato Permanente o da un quinto dei deputati dell'Assemblea, esattamente come è avvenuto lo scorso 11 marzo per la riforma costituzionale, quando una maggioranza qualificata superiore ai due terzi (necessari per legge, in base all'art. 64 della Costituzione) dell'Assemblea ha approvato una serie di modifiche al testo, tra cui la discussa eliminazione della dicitura «il Presidente ed il Vice-Presidente della Repubblica Popolare Cinese devono servire per non più di due mandati consecutivi».
Ben 2.958 dei 2.964 deputati hanno detto sì all'emendamento che, oltre alla modifica sui termini del mandato presidenziale, ha introdotto in Costituzione il riferimento al Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era e alla Visione Scientifica dello Sviluppo (principale eredità ideologica dell'ex presidente Hu Jintao), la citazione del proposito di «lavorare per costruire una comunità dal futuro condiviso per tutta l'umanità», la creazione della Commissione di Supervisione quale nuovo organo dello Stato e la menzione dei «valori socialisti fondamentali».
Non è la prima volta che la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese viene modificata. Il testo fondamentale, redatto ed approvato nel 1982, sotto la leadership di Deng Xiaoping è infatti giunto a registrare il quinto emendamento. Anche i quattro precedenti, approvati tra il 1988 ed il 2004, avevano sancito cambiamenti e svolte importanti nel Paese, come ad esempio l'introduzione dei concetti di protezione dei diritti e degli interessi degli operatori economici «non-pubblici» (1988), di economia socialista di mercato (1993), di sviluppo parallelo tra proprietà pubblica e altre forme di proprietà (1999), di inviolabilità della proprietà privata, di compensazione in caso di esproprio per interesse pubblico e di protezione dei diritti umani (2004).
Malgrado i titoli cubitali dei giornali di casa nostra, insomma, in Cina non è prevista alcuna "presidenza a vita" ma, più verosimilmente, una temporanea rimozione del limite dei due mandati, in modo che Xi Jinping possa, se sarà ritenuto necessario, ottenerne un terzo per concludere le riforme e i progetti avviati nel biennio 2013-2014. Nulla di strano se consideriamo che la cancelliera tedesca Angela Merkel, dopo qualche mese di empasse per la crisi interna all'SPD, ha appena ricevuto il suo quarto mandato consecutivo, mentre il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ne ricevette ben cinque di fila da primo ministro del Lussemburgo, per un totale di diciotto anni di governo (1995-2013).
Qualora Xi dovesse restare presidente e dunque, come ormai da consolidata prassi sin dai tempi di Jiang Zemin, anche segretario generale del Partito Comunista Cinese, per altri cinque anni dopo le naturali scadenze delle due cariche nel 2022 e nel 2023, potrebbe aprirsi un quinquennio di transizione sino al 2027-2028 che, sulla base di una «società moderatamente prospera» a quel punto pienamente realizzata (obiettivo previsto nel 2021), concluda le riforme necessarie a raggiungere il traguardo del Sogno Cinese di rinnovamento nazionale. Spetterebbe poi alla sesta generazione, quella guidata dai successori - ancora da selezionare - di Xi Jinping e dell'attuale Ufficio Politico, il compito di proiettarsi verso il 2035, termine della prima delle due fasi indicate al 19° Congresso del Partito, entro cui la Cina dovrà completare la «modernizzazione socialista» e raggiungere importanti traguardi quali la leadership globale nell'ambito dell'innovazione, un pieno Stato di diritto ed una piena capacità di governance, una maggiore attrattività internazionale, una più forte riduzione del divario tra fasce sociali e tra regioni, un più marcato miglioramento dei servizi pubblici di base ed una sempre più netta riorganizzazione socio-economica del Paese per garantire una crescita sostenibile ed il pieno rispetto dell'ecosistema.
 
 
Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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