(ASI) "Le immagini che abbiamo visto ieri da Barcellona e dai principali centri della Catalogna provocano sentimenti di sconforto e di angoscia. Tra tutte, una domanda mi si presenta martellante: ma come è possibile che si sia arrivati a questo?

Il referendum proposto dagli indipendentisti catalani secondo la Corte Costituzionale spagnola non era legale, le loro rivendicazioni neppure tutte sensate e condivisibili. Ma le “contromosse” del governo di Rajoy non hanno fatto altro che esacerbare gli animi, aumentare il consenso per le posizioni secessioniste e la voglia dei cittadini di partecipare al referendum. Il ricorso alla violenza – che pure non ha impedito a milioni di catalani di recarsi ai seggi ed esprimere il proprio voto – è apparso del tutto incomprensibile perché rivolto verso cittadini inermi, famiglie, anziani, ragazzi.

Come è possibile che si sia arrivati a questo? Se non proviamo a rispondere a questa domanda non credo saremo neppure in grado di aiutare la soluzione di questa crisi istituzionale e politica gravissima che coinvolge (e sconvolge) un Paese importante dell’Unione Europea come la Spagna. La mia risposta è brutale: sono prevalsi in entrambi i campi gli estremismi e si è perso il ruolo della politica come confronto tra idee e interessi diversi, come mediazione e costruzione del compromesso. Cosa avrebbe dovuto e potuto fare l'Europa in questa situazione? I protagonisti istituzionali di questo conflitto hanno davvero avuto a cuore il futuro delle comunità che amministrano oppure hanno pensato fin qui solo a consolidare o ad accrescere il loro consenso elettorale? Siamo di fronte ad un paradosso che sempre più spesso vediamo manifestarsi nelle nostre democrazie. Nei sistemi democratici il voto dei cittadini legittima parlamenti e governi ma, in questa fase, è più facile ottenere consensi cavalcando le posizioni più radicali piuttosto che dimostrando di saper trovare delle sintesi, delle soluzioni di compromesso. La concezione muscolare della politica, che sembra sempre più spesso avere la meglio in diversi contesti, sta mettendo a dura prova la qualità e il funzionamento dei sistemi democratici e sta proponendo su scala internazionale nuove tensioni e rischi di conflitto.

Come ne usciamo? Nello specifico - nello scontro in atto tra autorità spagnole e catalane - nessuno crede davvero che possa esistere una soluzione che veda prevalere le ragioni degli uni e soccombere quelle degli altri. Aprire un dialogo vero, magari con l'aiuto delle istituzioni europee, è l'unica via percorribile. Sarà un negoziato difficilissimo! Avviarlo oggi - dopo gli scontri di ieri - non sarà certo più semplice che averlo tentato seriamente prima...

Qualche commentatore ha citato in queste ore, paragonandole alla vicenda catalana, le consultazioni previste in Lombardia e in Veneto nelle prossime settimane. Si tratta in verità di percorsi del tutto diversi. Non sono tra coloro che plaudono all'iniziativa referendaria che i governatori Zaia e Maroni hanno voluto sull'autonomia delle loro Regioni. Si tratta di un modo più propagandistico che sostanziale di porre il tema di maggiori competenze per le due regioni, evocando peraltro un federalismo fiscale che può dividere anziché unire il Paese. Ma la consultazione si svolgerà sulla base di una legge validata dalla Corte costituzionale e dentro una dinamica di confronto istituzionale fisiologico tra Regioni e Stato centrale. Non è una differenza da poco.

Semmai questo paragone ci porta ad allargare lo sguardo all'Europa. Il malessere che serpeggia nel nostro continente riguarda aree sociali - ceti medi e medio-bassi - che hanno avvertito più di altri i colpi della crisi e che si sentono minacciati dalla globalizzazione. Ma questo malessere sembra essere anche variamente concentrato "territorialmente" mettendo in discussione la capacità degli stati nazionali di rappresentare l'insieme delle loro comunità. Questo tema dovrebbe essere parte della riflessione sulle riforme necessarie a livello di Unione Europea. La parola "convergenza" è stata per decenni una bussola importante delle politiche europee: essa ha consentito di ridurre il divario nello sviluppo tra aree ricche e aree povere, facendo si' che tanti cittadini, imprese, comunità locali sentissero la "vicinanza" dell'Europa. Di questi meriti europei in troppi hanno purtroppo perso la memoria e in ogni caso quel meccanismo ha esaurito probabilmente la sua funzione "politica". Un'Europa che rassicura, include, protegge i suoi cittadini non potrà fare a meno di tenere in considerazione le differenze territoriali che permangono e le domande di autonomia che possono convivere con una dimensione unitaria più ampia come quella europea". E' quanto scrive sulla sua newsletter (Bollettino informativo) la Vice Presidente della Camera dei Deputati, nonché deputata del PD Marina Sereni.

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