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(ASI) "Il cessate il fuoco non deve essere finalizzato a dividere la Libia in due". E’ l’opinione del Ministro Franco Frattini, che ha fatto il punto sulla crisi libica in un’intervista a Corriere.tv.

Se il cessate il fuoco fosse fatto oggi, ha aggiunto, sarebbe “uno strumento con cui il regime potrebbe rafforzare il suo pezzo di territorio”.

Secondo il Ministro, con l’intensificarsi delle pressioni della NATO, "ci sono segnali di dissoluzione" e della "apertura di una breccia", che è quello che "speravamo", ovvero che "la situazione implodesse dall'interno del regime". "Abbiamo visto molte bandiere della nuova Libia a est di Tripoli - ha aggiunto - e l'altro ieri un nipote di primo grado di Gheddafi, il figlio di un fratello o della sorella della tribù Qaddafa, ha fatto un appello da Doha perché l'opposizione vada avanti, chiedendo che i Qaddafa non lo supportino più". Inoltre, "a Tripoli ci sono interlocutori possibili, anche dentro il governo di Gheddafi, che potrebbero essere considerati anche dal Cnt di Bengasi per un governo di unità nazionale".

Con l'incriminazione da parte della corte penale internazionale - attesa entro fine maggio - per Gheddafi i margini "di trattativa verrebbero meno", ha quindi ricordato Frattini, spiegando come nel momento in cui il procuratore della Corte dell'Aja dovesse depositare l'incriminazione, "scatterebbe per tutti gli stati, anche quelli vicini, l'obbligo di arrestare" il leader libico. E nel dossier che sta preparando la Corte Penale, secondo Frattini dovrebbe entrare anche l’utilizzo da parte del regime dei migranti come "uno strumento criminale" per fare pressioni.

Quanto alla sorte del leader libico, Frattini ha sottolineato che “la pressione internazionale ha verosimilmente provocato la decisione da parte di Gheddafi di mettersi al riparo in un luogo più sicuro”, fuori da Tripoli “ma non dal Paese”. Il Ministro ha tuttavia puntualizzato che uccidere Gheddafi “non è possibile” perché “non lo prevede il mandato della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite”.

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