(ASI) Dopo il G20 di Amburgo, il volto sorridente del presidente cinese Xi Jinping è diventato definitivamente un emblema del nuovo corso della politica mondiale.
Le idee espresse al Forum Economico Mondiale di Davos, lo scorso gennaio, hanno segnato un decisivo cambio di passo per la governance mondiale, introducendo la nuova visione globale cinese di fronte ad una leadership americana più debole e remissiva già durante l'era Obama ed ora, con Trump, intenzionata a ridurre significativamente il coinvolgimento degli Stati Uniti nel mondo, sino a ridiscutere gran parte degli accordi commerciali conclusi negli ultimi decenni, quando non ad abbandonarli definitivamente, come nel caso del Partenariato Trans-Pacifico (TPP).
Orfana non semplicemente di Obama ma più in generale dell'internazionalismo attivo americano, l'Europa ha trovato così in Pechino una sponda cui appoggiarsi per poter portare avanti in maniera quanto più condivisa possibile i programmi multilaterali su quei temi che, come il commercio e l'ambiente, vedono il nuovo inquilino della Casa Bianca divergere notevolmente da Bruxelles e Berlino. Dal canto suo, la Cina appare assolutamente intenzionata a fornire un sempre più sostanzioso contributo per ridefinire la governance globale e per implementare i piani di riduzione delle emissioni nocive.
Tuttavia, Pechino non farà sconti di alcun genere sul tema, che ritiene centrale, del riconoscimento dello status di economia mercato, su cui la Commissione Europea, chiamata a pronunciarsi lo scorso dicembre, ha di fatto glissato scegliendo di mantenere una forte copertura anti-dumping ed anti-sovvenzioni nei confronti del Paese asiatico, malgrado le trasformazioni e le riforme messe in campo dal governo cinese col 13° Piano Quinquennale. Si tratta, ad ogni modo, di un passaggio fondamentale per concretizzare e portare a compimento i negoziati per l'Accordo Globale sugli Investimenti, nel quadro delle linee-guida indicate dall'Agenda Strategica 2020 per la Cooperazione UE-Cina.
Se Davos ed Amburgo hanno dimostrato chiaramente che la decentralizzazione del potere politico ed economico mondiale è ormai arrivata ad un punto di non-ritorno, l'Europa non può continuare a porsi verso l'esterno con l'approccio di dieci o venti anni fa, ergendosi a modello esclusivo di crescita, innovazione e rispetto dei diritti individuali. Saranno, in generale, l'incontro e la mediazione a produrre risultati positivi nello sviluppo di politiche più condivise e di una cooperazione internazionale più efficace.
La linea di politica estera della Cina porta così avanti i tradizionali cinque principi di coesistenza pacifica, adattandoli alla fase storica, in un clima internazionale senz'altro più sereno. Se i suoi predecessori sono stati più volte descritti dalla stampa occidentale come "autoritari", Xi Jinping è piuttosto considerato un leader autorevole, carismatico, brillante e perfettamente legittimato a condurre una forte battaglia interna anti-corruzione che in passato avrebbe probabilmente sollevato molte polemiche su quei quotidiani generalisti americani o europei che non perdevano occasione per rimproverare alla Cina il suo "ritardo" nell'avanzamento dello Stato di diritto. Eppure, se le critiche del passato erano pretestuose, spesso frutto di vecchi pregiudizi, scarsa conoscenza e sostanziale incapacità di analizzare il sistema politico cinese nel suo contesto, allo stesso modo certi apprezzamenti di oggi rischiano di costituire una vuota ritualità ossequiosa, meramente formale, se non si conoscono le fondamenta del pensiero politico e diplomatico della leadership del Paese asiatico.
Lo scorso 17 luglio, il Consigliere di Stato Yang Jiechi ha pubblicato un corposo approfondimento proprio su questo tema. Ambasciatore negli Stati Uniti tra il 2001 e il 2005, ministro degli Esteri tra il 2007 e il 2013, sotto l'allora presidente Hu Jintao e l'allora primo ministro Wen Jiabao, Yang Jiechi mantiene ancora oggi un ruolo di primo piano nella complessa struttura istituzionale cinese. Secondo Yang, a partire dal 18° Congresso del Partito Comunista Cinese (2012), che vide l'elezione ufficiale di Xi Jinping alla carica di segretario generale, il Comitato Centrale ha potuto «compiere nuovi progressi sia nella teoria che nella pratica diplomatica, mantenendo al contempo coerenza e continuità rispetto alla politica estera della Cina». In questo, l'organismo politico è stato «ispirato dai due obiettivi del secolo» e «dal sogno cinese di rinnovamento nazionale». I due obiettivi fondamentali del Paese datano 2021 e 2049. Le scadenze non sono casuali ma si riferiscono rispettivamente ai centenari della fondazione del Partito Comunista Cinese (1921) e della proclamazione della Repubblica Popolare (1949): nel primo caso, il traguardo, ormai prossimo, sarà il completamento della costruzione di una «società moderatamente prospera», secondo i criteri socio-economici del concetto confuciano di Xiaokang; nel secondo, invece, l'obiettivo è «trasformare la Cina in un moderno Paese socialista che sia prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso». Il «sogno cinese» è probabilmente il concetto più noto all'estero tra quelli espressi dal presidente Xi Jinping e racchiude in sostanza tutti i grandi obiettivi di crescita, prosperità, stabilità e sostenibilità indicati dalla dirigenza in un generale rinnovamento del Paese.
«Su queste basi - scrive Yang - si è formato e stabilito il pensiero diplomatico di Xi Jinping». Il paradigma di questa diplomazia si sviluppa intorno all'impegno per «la pace, lo sviluppo e la cooperazione dal mutuo vantaggio». «Saremo coinvolti nello sviluppo pacifico», dice Yang, ma allo stesso tempo «sosterremo con decisione la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo, preservando ed estendendo l'importante periodo di opportunità strategiche per lo sviluppo della Cina», proprio allo scopo di raggiungere i due obiettivi secolari e il generale rinnovamento nazionale. Ovvia, dunque, l'intransigenza mantenuta su questioni territoriali come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale che Pechino, su solide basi storiche e giuridiche, ritiene a pieno titolo affari di politica interna.
Per quanto riguarda l'approccio e l'atteggiamento che la Cina sta tenendo in politica estera, Yang Jiechi sottolinea in particolare due qualità di Xi Jinping: il «senso di responsabilità nei confronti dell'intera umanità» e «l'avere in mente il progresso storico della società umana». è in quest'ottica che il presidente cinese «ha fatto appello per la costruzione di un nuovo modello di relazioni internazionali che includa la cooperazione dal mutuo vantaggio e promuova congiuntamente una comunità di destino condiviso per l'umanità». Questo appello rappresenta, secondo Yang, la «visione globale della Cina nel perseguimento sia del proprio sviluppo che di quello mondiale», a dimostrazione che la Cina «è pronta ad assumersi la sua responsabilità come Paese principale».
È forse questo il passaggio più importante dell'intero scritto del consigliere di Stato. L'idea della complementarietà tra la costruzione di una società armoniosa (héxié shèhuì) in patria e la realizzazione di un mondo armonioso (héxié shìjiè) nel suo insieme, che fu alla base del concetto di ascesa pacifica (hépíng juéqǐ) durante la presidenza Hu Jintao, si fa oggi più concreta e palpabile, dinnanzi all'indispensabilità internazionale della Cina a livello politico-economico, assurgendo a visione globale, esposta e riaffermata con sempre maggiore autorevolezza ed influenza «in importanti consessi multilaterali come l'ONU e il Forum Economico Mondiale».
Passando allo specifico dei progetti messi in campo, la prima menzione spetta logicamente all'iniziativa Belt and Road, con cui la Cina sta ricostruendo in chiave moderna le antiche direttrici terrestri e marittime della Via della Seta, attraverso i due piani congiunti della Cintura Economica della Via della Seta e della Via della Seta Marittima del XXI Secolo. «Oltre 100 tra Paesi e organizzazioni internazionali hanno espresso il loro sostegno o partecipato all'iniziativa, e sono stati lanciati molti progetti epocali dal profondo impatto».
I grandi vertici organizzati in patria, come l'APEC a Pechino nel 2014 o il G20 a Hangzhou nel 2016, e quelli esteri a cui la Cina ha preso parte nel corso degli ultimi anni, hanno consentito alla leadership di affermare ai massimi livelli il proprio contributo e la propria posizione in termini di governance globale: «Xi Jinping - sostiene Yang Jiechi - ha esposto una serie di nuove idee e soluzioni in tema di governo, sicurezza, sviluppo, giustizia, interessi e globalizzazione finalizzati a promuovere un sistema di governance globale che sia più giusto, più equo, inclusivo ed equilibrato».
 
Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia
 
 
 

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