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(ASI) Aumenta l’attenzione e la speranza a poche ore dal vertice di Ginevra2, passaggio forse di svolta della crisi siriana e non solo per mettere fine alla guerra per procura tra sauditi e iraniani che rischia di infiammare tutto il medio oriente. Ad oggi, in un Medio Oriente dove l’influenza degli Stati Uniti è sempre più in crisi, nessun mediatore ha avuto il potere sufficiente per limitare il conflitto in atto. Molti sono ancora i dubbi su chi siederà al tavolo diplomatico e non è escluso che si possano registrare sorprese nelle prossime ore.

La prima notizia è che nella tarda serata di sabato 18 gennaio la Coalizione della Rivoluzione e delle forze di opposizione siriana, riunite ad Istanbul, ha deciso di partecipare all’incontro. La presenza della più importante componente politica dell’opposizione siriana in esilio, presieduta da Jarba, era incerta fino a pochi giorni fa. Infatti le condizioni per partecipare ai colloqui di Ginevra2 prevedevano: l’assenza dell’Iran al tavolo delle trattative, l’uscita di scena di Assad, la liberazione dei prigionieri politici, la cessazione da parte del regime delle operazioni militari, la costituzione di un Governo transitorio con pieni poteri (politici, economici, militari e degli apparati di sicurezza), la cessazione degli assedi militari ai quartieri e alle città per far giungere gli aiuti umanitari. Iniziali divergenze interne alla coalizione e alcuni vincoli statutari del movimento impedivano la partecipazione della coalizione in presenza dei rappresentanti del regime di Assad. Nella giornata di sabato però, anche grazie all’intervento dell’Arabia Saudita e alle pressioni di Gran Bretagna, Stati Uniti e Turchia, arrivati a minacciare la sospensione degli aiuti alla Coalizione Nazionale Siriana, quest’ultima ha scelto di prendere parte ai colloqui previsti per il 22 gennaio a Montreux. Un altro elemento che avrebbe influenzato la decisione sarebbero le assicurazioni, fatte giungere da Washington, sull’assenza dell’Iran alla conferenza.

Il panorama dell’opposizione è però assai complesso e la stessa coalizione è stata a lungo accerchiata da attori militarmente organizzati, al Nusra e l’Isis, collegati ad al Qaeda. In particolare l’Isis si starebbe rafforzando in una zona a cavallo tra la Siria e l’Iraq, cercando di mettere in pratica il progetto jihadista transnazionale. Nelle aree controllate dall’Isis si sono inoltre registrate una serie di violenze contro la popolazione civile. L’emergere, lo scorso novembre, di una nuova sigla nel campo dell’opposizione, il  Fronte islamico, sostenuto da Arabia Saudita e considerato un gruppo “moderato”, sta però cambiando i rapporti di forza all’interno dell’opposizione contro Assad.

Se, infatti, a fronte di una Coalizione Nazionale Siriana divisa, di un esercito libero indebolito e dei gruppi collegati ad Al Qaeda, era oggettivamente difficile per l’occidente trovare interlocutori in grado di mettere pressione ad Assad senza troppi imbarazzi, adesso lo scenario sta cambiando.

In primo luogo perché la stessa amministrazione americana ha aperto, secondo fonti vicine all’opposizione siriana, un canale di dialogo con il Fronte Islamico già da dicembre (lo stesso Kerry aveva pubblicamente dichiarato la disponibilità dell’amministrazione americana ad incontrare esponenti del movimento), ribadendo la necessità di allargare la rappresentanza dei siriani in vista di Ginevra2 senza però includere gli estremisti.

In secondo luogo perché il Fronte Islamico ha iniziato a combattere contro l’Isis attaccandolo ad Aleppo e ciò, sempre secondo le fonti dell’opposizione, spiegherebbe perché Assad nelle ultime ore avrebbe offerto un cessate il fuoco limitato alla città di Aleppo, per soccorrere l’Isis in difficoltà.

Il regime ha inoltre annunciato la decisione di far pervenire aiuti umanitari al campo profughi di Yarmouk e anche su questa vicenda molti sono i dubbi delle opposizioni che hanno più volte denunciato come, in realtà, questi aiuti umanitari siano arrivati non tanto alla popolazione, quanto ai collaboratori del regime.

Dal versante libanese, che ormai da più di due anni risente a suon di bombe degli echi non troppo lontani degli eventi siriani, arriva, lo scorso venerdì, una dichiarazione inaspettata dell’ex Premier Hariri che afferma di essere disponibile alla creazione di un Governo di emergenza insieme ad Hezbollah. Pur registrandosi delle divergenze rispetto a questa presa di posizione all’interno della coalizione del 14 marzo, non si può non cogliere il significato e la portata delle dichiarazioni di Hariri. Da giovedì infatti si sta svolgendo il processo a carico dei  4 membri di Hezbollah, accusati di essere responsabili dell’attentato che nel febbraio del 2005 costò la vita a Rafiq Hariri. La prudenza del figlio Saad nell’aspettare il verdetto del tribunale e l’apertura ad Hezbollah fanno pensare a qualcosa di più di una semplice dichiarazione isolata, dietro la quale è possibile intravedere un tentativo di distensione dell’Arabia Saudita in previsione di Ginevra2. È bene ricordare che da più di un anno il Libano non ha un Governo e che una delle condizioni poste dalla coalizione del 14 marzo per la creazione di un Governo di unità nazionale con Hezbollah è il ritiro delle milizie sciite dalla Siria.

Una decisione questa che Hezbollah non può prendere in piena autonomia e che necessariamente dovrà essere presa di comune accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran. Con il disimpegno dalla Siria, Hezbollah potrebbe quindi sbloccare lo stallo libanese, dare vita ad un Governo di unità nazionale che guidi il Paese dei cedri alle elezioni politiche della prossima primavera dalle quali si configurerà il Parlamento che dovrà eleggere il prossimo Presidente del Libano... Ginevra2 permettendo.

Matteo Bressan – Agenzia Stampa Italia

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