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(ASI) Si fanno più chiari i contorni degli attacchi, due per l’esattezza, che nella giornata di domenica 28 settembre alle 13.24 ore locale hanno colpito la Direzione della Sicurezza di Erbil, nel Kurdistan iracheno, causando la morte di 6 agenti di sicurezza e ferendone altri 62.

Di certo le dinamiche dell’attacco, un minibus con attentatore suicida, un commando armato ed un secondo veicolo imbottito di esplosivo, lasciano intendere che l’obiettivo era quello di penetrare nella struttura, cosa che è stata impedita dalla risposta delle guardie.

Gli attacchi, avvenuti il giorno successivo all’annuncio dei risultati delle quarte e libere elezioni del Kurdistan iracheno, hanno particolarmente spaventato la popolazione proprio perché, la regione autonoma, pur risentendo del flusso di profughi siriani e delle costante tensione nell’Iraq, è considerata un’area pacifica e stabile.

Tale stabilità è certamente dovuta all’omogeneità etnica del Paese e dall’efficiente controllo adottato ai confini dai Peshmerga, le disciplinate milizie curde.

Eppure è proprio la rottura di questa apparente tranquillità che desta preoccupazione, proprio perché l’obiettivo preso di mira dal  gruppo di guerriglieri ha un forte valore simbolico poiché ad essere colpita è stata  la sede dei servizi segreti Asayish di Erbil .

Questa agenzia ha in questi anni sventato diversi attacchi sul territorio del Kurdistan iracheno, svolgendo un efficiente ruolo di prevenzione. Non è da escludere pertanto che l’azione armata di domenica sia da leggere non solo come un gesto di vendetta ma anche un modo per colpire l’immagine dell’agenzia stessa.

Matteo Bressan – Agenzia Stampa Italia

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