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(ASI)Il giornalista Brad Plumer del Washington Post lo scorso 10 settembre ha pubblicato l'intervista a due ricercatori che da anni si occupano delle correlazioni fra cambiamenti climatici e sicurezza politica.

Francesco Femia e Caitlin Werrell, co-fondatori del DC-Centro per il clima e la sicurezza, da qualche anno si stanno concentrando in particolare sul conflitto in Siria e la sua coincidenza con la grave siccità che affligge la regione.

Le radici ambientali della guerra civile, a detta dei due studiosi, sono da imputare non solo al quadro politico ma anche a quello geografico.

Quando due anni fa nella città di Daraa scoppiavano le prime scintille della guerra civile, il 60% della Siria viveva la più grave siccità della storia moderna.

Mentre 1.5 milioni di siriani migravano nel paese e nelle nazioni attigue a causa della siccità, il governo siriano provvedeva alla cura delle coltivazioni di grano e cotone per portare avanti l'economia.

Entrambe le coltivazioni necessitano di una gravosa quantità di acqua, che sono andate ad intaccare la limitatissima risorsa nazionale.

I pastori e gli agricoltori siriani con il peggioramento del cataclisma hanno perso del tutto il sostentamento.  Circa l'80% degli allevatori ha perso il bestiame.

Le condizioni climatiche hanno così portato ad una eccessiva sovrappopopolazione delle zone urbane, già gravate dalla migrazione di rifugiati palestinesi ed iracheni in cerca di accoglienza.

In Siria si sarebbe attuata ciò il geografo Rolf Sternberg ha definito “globalizzazione dei rischi”: la siccità dell'area è stata aggravata dai cambiamenti climatici, causando un impatto drastico del cataclima a migliaia di chilometri di distanza.

Nell'instabile quadro politico siriano, quando le differenti sette religiose sono andate a collidere, gli analisti politici non hanno preso in dovuta considerazione le varibili di sicurezza alimentari, ambientali e climatiche.

In Siria si è potuto osservare direttamente come le questioni dell'alimentazione e dell'acqua siano state acceleratori dei disordini sociali in atto.

La teoria dei cambiamenti climatici come “moltiplicatori di di minacce” prevede infatti che un cataclisma possa aggravare un disordine sociale e peggiorare situazioni stabili.

L'International Food Policy Research Institute ha previsto per la Siria una riduzione delle colture dal 29 al 57% entro il 2050 a causa dell'effetto serra.

Stesso livello di attenzione in tema di sicurezza politica è riservata ad esempio all'Egitto.

Il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici ha proiettato come entro il 2100 il delta del Nilo subirà un innalzamento del livello del mare pari a 59 centimetri.

La politica egiziana sarà dunque chiamata ad occuparsi del futuro allagamento delle aree urbane e dell'infiltrazione di acqua salata nelle falde acquifere nella regione che produce il 34% dell'agricoltura nazionale.

La Comunità internazionale dovrà  monitorare le conseguenze dell'effetto serra in quegli “Stati fragili” che sono lesi da minore o maggiore quantità di acqua, a seconda del clima arido o monsonico.

Alcune ricerche hanno mostrato come le nazioni che soffrono di problematiche a causa dell'acqua sono, nella risoluzione di conflitti,  più propense alla collaborazione che alla guerra.

L'insicurezza in passato è stata un fattore di cooperazione fra le nazioni, e la questione climatica dovrebbe unire le competenze infrastrutturali fra paesi più o meno sviluppati.

A detta di Francesco Femia e Caitlin Werrell le nazioni più all'avanguardia, come gli Stati Uniti, dovrebbero provvedere a trasformare le proiezioni di minaccia in istituzioni di prevenzione.

La volontà di aggressione militare alla Siria da parte di Barack Obama è parsa svantaggiosa all'opinione pubblica mondiale a causa della rapidità con cui il presidente ha accelerato gli eventi.

Dopo due anni di conflitto siriano il Presidente americano ha ristretto le dinamiche diplomatiche in poche settimane, una strategia fallimentare che gli è costata la collaborazione di alleati di guerra storici come l'Inghilterra.

Anche alla luce degli studi in tema di cambiamenti climatici, sarà lecito chiedersi nel lungo periodo e a conflitto risolto se Obama non abbia voluto approfittare della grave siccità siriana.

Maria Giovanna Lanotte- Agenzia Stampa Italia

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