Pasolini, 50 anni dalla scomparsa di Salvo Nugnes

Il profeta disarmato e disarmante

(ASI) L’amore di Pier Paolo Pasolini per Roma è noto a tutti. La capitale fu la sua Itaca, il porto di arrivo e il punto di non ritorno.

Eppure, la sua vita prima di Roma fu un lungo pellegrinaggio nel Nord Italia, seguendo gli spostamenti del padre Carlo Alberto, ufficiale di fanteria: Bologna, dove nacque il 5 marzo 1922, poi Parma, Belluno, la Sicilia, Idria, Cremona, Scandiano, Casarsa – paese natale della madre Susanna Colussi – e infine Versuta.

L’altra metà della sua esistenza la visse a Roma, dal 1950 al 1975. Vi giunse il 28 gennaio 1950, quasi in fuga, insieme alla madre, all’inizio dell’Anno Santo. Un esilio volontario che si trasformò presto in rinascita.

Dal 1951 al ’53 insegnò a Ciampino: il suo stipendio era di appena venticinquemila lire al mese. Quegli anni difficili, Pasolini li avrebbe poi ricordati con parole laceranti:

“Abitavo allora nella periferia di Roma, a Ponte Mammolo, sulla Tiburtina. Era un periodo tremendo della mia vita. Giunto a Roma dalla lontana campagna friulana; disoccupato per molti anni; ignorato da tutti; divorato dal terrore interno di non essere come la vita voleva.”

Oggi, a cinquant’anni dalla tragica notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, quando venne ucciso all’Idroscalo di Ostia, vogliamo ricordarlo con due immagini simboliche: la celebre foto del corpo senza vita e il murale “La Pietà secondo Pasolini” dello street artist francese Ernest Pignon-Ernest, che trasforma il dolore in arte, la morte in memoria collettiva.

E vogliamo ricordarlo anche attraverso le parole di Alberto Moravia, pronunciate il 5 novembre 1975 a Campo de’ Fiori, durante l’orazione funebre:

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono stati tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe essere sacro.”

Un anno prima della sua morte, nel 1974, scriveva Il romanzo delle stragi, con il celebre incipit:

“Io so, ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.”

Eppure, oggi, noi le prove le abbiamo: sono nei suoi versi, nei romanzi, nei film, nei corsivi sul Corriere della Sera che ancora risuonano come profezie.
Pasolini non è stato solo un intellettuale scomodo: è stato un veggente, un poeta “disarmato e disarmante”, che ha guardato l’Italia negli occhi quando tutti preferivano voltarsi altrove.

A cinquant’anni dalla sua scomparsa, resta la sua voce, la più viva tra tutte.

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta.”
E poeti, davvero, non ce ne sono tanti nel mondo.

Salvo Nugnes

 

 

*"Immagine generata con l'assistenza di Microsoft Copilot, intelligenza artificiale sviluppata da Microsoft."

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