Est praecutinis in montibus horrida cautes,

Indigenae vocitant Cornu de vertice cujus

Manat aquae gelidus per saxa rigentia torrens

(ASI) Tra qualche giorno, il 24 luglio, ricorre l’anniversario ( sono trascorsi ben 222 anni ) da quando Orazio Delfico, nobile teramano ascese alla vetta più alta degli Appenini, a quella Bella Addormentata di dannunziana memoria, aspra e voluttuosa, che altro non è che il Gran Sasso.

Appartenente a una delle più antiche famiglie teramane, fu autore dei primi studi sulla storia naturale della Provincia di Teramo. Suo padre fu Giovan Bernardino (Giamberardino), fratello maggiore del più noto Melchiorre, e sua madre, che morì nel darlo alla luce, fu Caterina Mazzocchi, appartenente all'illustre famiglia campana., nipote del famoso Alessio Simmaco Mazzocchi

Parla di lui il canonico Niccola Palma che, nella sua Storia di Teramo, gli riserva parole di attenta considerazione:

« Ei si prefisse di misurare il primo l'altezza del monte più elevato della catena degli Appennini, con ragione appellato il gran sasso d'Italia e comunemente Monte-Corno, col metodo barometrico inventato da de Luc: e vi riuscì, dopo essersi arrampicato a gravi rischi sino alla vetta di esso, nel dì 30 luglio 1794. Trovò ... l'elevazione di Teramo sopra il livello dell'Adriatico ... quella di Ornano sopra Teramo ... e quella della cima di Monte-Corno sopra Ornano ... l'altezza di questo sopra il livello del mare viene ad essere di 9577 (piedi parigini). Soddisfatto tale scopo primiero, altre corse eseguì di poi sui nostri Appennini per geologiche investigazioni. »

(Niccola Palma, Storia della città e Diocesi di Teramo, Teramo, Tercas, 1981, vol. V, pp. 371-372.)

Percorrendo, infatti, le horrida cautes del Monte Corno, egli compie un’impresa di eccezionale importanza nell’ambito delle conoscenze dell’epoca, non semplicemente scalando le vette (intento già di per sé estremamente arduo), ma proponendo una missione di carattere scientifico finalizzata alla misurazione della cima del Monte Corno.

Fu Orazio Delfico discepolo arguto e attento, presso l’Università di Pavia, di Barletti per la Fisica Generale, Brusati per la Botanica e la Chimica, Mascheroni per l’Algebra e la Geometria, nonché Spallanzani per la Storia Naturale e Volta per la Fisica Particolare, che nei suoi diari ebbe a scrivere “...iniziato negli studj della natura, giovine curioso e vedendo tutto giorno dalle mie finestre la sommità del Gran Sasso d’Italia, non mi fu possibile il resistere agli impulsi della curiosità e dell’imitazione. Salutato questo Monte solo in distanza dai naturalisti, fui più lusingato dell’impresa e le tenere rimostranze paterne (ben lontano però dall’aver l’aria di dissuasioni) le descrizioni ed i racconti de’perigli, la poca lusinga di riportar novità, il travaglio ed il periglio effettivo a cui mi esponeva, non poterono distogliermi dalla risoluzione...”.

Ebbene...”ai 25 Luglio dell’anno 1794 mi partii per visitare questa Montagna, che veramente torreggia sulla lunga catena de’Monti Appenini...”.

Nel suo diario, meticoloso e pieno di emozioni, il lettore scorge in maniera attenta e religiosa, il rispetto ed una sorta di reverenzialità con cui il Delfico cita il Gran Sasso parlando di Monte o Montagna utilizzando costantemente il maiuscolo, finanche l’appellativo di “Monte Olimpo” regalando una connotazione di sacralità alla “...favolosa opera dei Giganti...;...per salire a quest’Olimpo, la mia prima gita fu ad Ornano...”.

Egli sviluppa, infatti, un proprio modello scientifico di misurazione organizzando meticolosamente il progetto di calcolo sulla base delle conoscenze dell’epoca, non affidandosi alle “...regole della trigonometria, ma per mezzo dei barometri; e conoscendo pure ch’entrambi hanno i loro inconvenienti e difetti, prescelsi il secondo come più facile a rettificarsi, e che io era più a portata di eseguire...”. Si affida, quindi, agli studi dell’importante naturalista ginevrino del diciottesimo secolo, pioniere della Ipsometria e dell’alpinismo: Jean-Andrè Deluc (1727-1817).

La Ipsometria nasce, infatti, in quest’epoca come tecnica mediante la quale la misurazione dell’altitudine di un luogo (o della differenza di altitudine tra due luoghi) viene ricondotta ad una misurazione di pressione atmosferica. Dal valore di quest’ultima si risale all’altitudine mediante la cosiddetta formula ipsometrica. Questa è la relazione che stabilisce l’andamento della pressione atmosferica al variare della quota

E cominciano le misurazioni: Teramo, Ornano , Isola, Ara Pietra e nell’avanzare sulla nuda roccia, il Delfico propone, inoltre, una descrizione di natura geologica. La catena del Gran Sasso è notoriamente costituita da calcari e dolomie che conferiscono alla montagna un aspetto maestoso, con pareti altissime e verticali non riscontrabili in nessun altro settore dell’Appennino.

L’opera del Delfico , si discosta di pochi metri, con approssimazione per quei tempi si ferma a 3100 metri rispetto ai 2912 mt.slm delle rilevazioni del Global Position System.

Il suo viaggio prosegue con osservazioni di Botanica e di ordine faunistico, finanche esprimendo considerazioni sulla evoluzione geologica del massiccio.

A 222 anni di distanza dal manoscritto inviato dal Delfico allo Zio Filippo Mazzocchi (2/03/1796), con il racconto del viaggio e le relative osservazioni, è esigenza naturale di ciascun lettore esprimere meraviglia ed ammirazione nei confronti d’un impresa per l’epoca titanica, tanto meticolosamente strutturata e tanto sorprendentemente vicina, nei risultati, alla realtà.

Francesco Rosati di Monteprandone -  Agenzia Stampa Italia

 

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