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Ogni tampone rosso un incendio

Una grande mostra a Bonn racconta quanto profondamente gli orrori della prima guerra mondiale l'abbiano proiettata nella modernità. Gli artisti dipingevano solo cannoni - e documentavano dolore e angoscia

 

(ASI) - Che cosa ci fa la guerra con l'arte - e l'arte con la guerra? La domanda si pone se pensiamo alla prima guerra mondiale, cade nel periodo di massima fioritura delle avanguardie e si inoltra nelle rispettive comunità, come tutto il resto. Eppure questa domanda viene raramente posta, se pensiamo alla storia dell'arte. Le ricerche di guerra hanno sinora nascosto le avanguardie - sebbene ciò non volga per un pittore come Otto Dix, la cui brutalità brucia direttamente dal cavalletto al cannone.

La mostra si trova ora nel complesso della Bundeskunsthalle di Bonn. E non poteva che esser così, in quanto l'arte è di per sé una sfera, un mondo libero, invulnerabile - e questo è già un merito. E così, abbiamo trovato gli artisti dell'avanguardia: caddero sul campo, molti morirono, altri furono profondamente feriti nel corpo e nell'anima. Ma loro, con pennello e matita avevano tra le mani uno strumento di espressione. E prima della guerra, ebbero un'esperienza privilegiata: i pittori e gli scultori conoscevano colleghi di tutti i paesi Europei, come tedeschi viaggiarono regolarmente a Parigi,  vendevano come francesi a Berlino oppure esponevano a Colonia.

Le loro opere erano internazionali quanto il loro stile, e il loro nemico comune prima del 1914 altri non era che una sorta di società civile fossilizzata.

Ma proprio l'ottimismo e lo spirito rivoluzionario spinse molti artisti nel 1914 nelle trincee. Il pittore Max Liebermann considerava "nel 1914 la guerra necessaria per la pace, per offrire una rigogliosa deriva al materialismo". Come molti colleghi, possedeva grandi ideali, che avrebbero dovuto portare la società a dei livelli spirituali più elevati. In primo luogo l'arte, poi la guerra, ed infine le vaghe speranze che lui e i suoi contemporanei diffondevano.

Ma tutto ciò non poteva che andar male. In particolar modo, Franz Marc favoleggiava su come il conflitto "spazzasse via" la vecchia Europa, versando il "sangue malato". Marc morì il 4 marzo del 1916 sul campo di battaglia.

Altri furono ambivalenti sin dall'inizio. Max Beckmann volle chiudere (con i suoi modelli artistici) sia con i francesi che con i russi (i connazionali del suo idolo Fjodor Dostojewski). Così divenne medico - e nel 1915 ebbe un grosso esaurimento nervoso, simile a quello di Ernst Ludwig Kirchner, che tuttavia non appariva tale, come quelli visibili, e fu considerato inadatto alla linea del fronte. La propaganda era molto più facile rispetto alla vita sul fronte. Pittori di primo piano svilupparono dall'arte astratta nuove tecniche di camuffamento. Entusiasti della loro improvvisa importanza nella società, artisti tedeschi, inglesi e francesi appendevano per i ponti delle città dei teloni, atti a ricoprirli. E questi imperversavano anche esteticamente sugli aerei, così come sulle fabbriche. Marc parlò in termini molto entusiastici, della rappresentazione del camuffamento dell'arte storica da "Sviluppo da Monet a Kandinksy"; Pablo Picasso deve aver detto circa i canoni di decorazione del cubismo: "questo abbiamo realizzato".

Nel frattempo, in Russia, Kasimir Malewitsch sprecava il suo talento realizzando attraenti manifesti colorati, nei quali contadine russe malmenavano i portatori degli elmetti chiodati prussiani, e i soldati tedeschi tagliati comicamente mentre volano in aria. I futuristi italiani gioivano molto "delle folli sculture che la nostra ispirata artiglieria foggia nelle masse nemiche (Filippo Tommaso Marinetti, 1915)". E nella pubblicazione tedesca Kriegszeit (tempo di guerra, ndt), Liebermann pubblicò un'illustrazione per la guerra, con la didascalia: "Marsch, marsch, hurrah!". Käthe Kollwitz è l'unica tra i molti e ben noti illustratori di guerra, che riuscì ad infondere tristezza grazie ad una foto rappresentante una figura terrorizzata con gli occhi chiusi ("La paura").

Ben presto, gli artisti, furono accolti da urla e applausi. Otto Dix si mostrava ancora, nel 1915, in apparenza eroico come il dio della guerra Marte, in grado di respingere con il suo elmo tutti i colpi. Il suo volto è immobile, simile più ad una maschera che ad un viso, esprimendo una sorta di estrema durezza artistica. Nello stesso anno esegue un suo autoritratto "come bersaglio" (Schießscheibe, nell'originale), e si può immaginare, quale paura lo sguardo fisso nasconda. Anche Kirchner lo si vede in un autoritratto del 1915, quale soldato con una splendente uniforme blu, il viso pallido, gli occhi due buchi neri. Alla figura manca la mano destra. La questione circa la quale un artista ferito debba essere rappresentato nudo nella sua interiorità, rimane aperta.

Non sappiamo che cammino avrebbe intrapreso la modernità senza la guerra. Significativamente, nella mostra curata da Ude Schneede e colleghi, si può comprendere quanto profondamente il grande terrore si possa ascrivere all'arte moderna. In precedenza, aveva la tendenza a frammentarsi e a sciogliersi in diversi corpi e forme. Ma tra queste immagini ora vince una nuova amara emergenza. Nemmeno Paul Klee ora riesce a divertirsi con vedute cittadine dai colori annidati  - e sempre nel mezzo è presente un'esplosione di colori.

Le opere in bianco e nero sono solamente il cibo della sua scelta. E Wassily Kandinksy, come ha anche ammesso, ha compiuto un grande sforzo per mantenere la sua astrazione, senza pensare ad un incendio, ogni volta che prendeva un tampone rosso. Beckmann nel frattempo diveniva sempre meno classico. Niente più cura per il mondo, e la pittura ancora meglio della fotografia, può cogliere l'atteggiamento fatalista della vita.

Molto concentrata, la mostra spazia dall'arco temporale dalle diverse tinte antecedente alla grande guerra, al militarismo del 1914, parla delle tragiche esperienze del fronte e del crollo di ogni ideologia, sino alle nuove correnti artistiche negli ultimi anni di guerra. Soltanto al termine della mostra, gli argomenti cambiano. Di diverso c'è la spiegazione degli avvenimenti che sono accaduti nei vari paesi europei dal 1917. La radicalità del Dada avrebbe necessitato di una sezione a sé, ma essa non deriva necessariamente dalle avanguardie antecedenti il conflitto. Infine i dadaisti da Zurigo, tra cui alcuni rifugiati di guerra, non volevano rinnovare la pittura classica, al contrario, la volevano abolire, e con essa tutti i valori civili. Volevano distruggere la distruzione. Questa risulterebbe però, una mostra a sé.

1914. Die Avantgarden im Kampf - Le avanguardie in lotta

fino al 23 febbraio www.Bundeskunsthalle.de

 

di Kia Vahland -  © Süddeutsche Zeitung

Traduzione di Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

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