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(ASI) C’è grande fermento all’interno della galassia di associazioni che fanno della tutela della vita umana fin dal concepimento la loro battaglia.

La data del 13 maggio, del resto, è ormai vicina, Roma è pronta ad accogliere l’evento che - per numero d’adesioni e importanza del contesto - ha tutte le credenziali per rivelarsi un forte segnale da inviare a Istituzioni e opinione pubblica. Sarà proprio il cuore della cristianità, infatti, ad ospitare quest’anno la Marcia Nazionale per la Vita: moltitudini di persone provenienti da tutta Italia si daranno appuntamento alle 8.30 sotto al Colosseo, da dove proseguiranno a piedi fino a Castel Sant’Angelo. Le aspettative sono alimentate dal successo della marcia avvenuta l’anno scorso, nel gradevole ma ridotto scenario di Desenzano del Garda. Ora gli organizzatori confidano di poter garantire una più vasta eco alla denuncia per i 130mila aborti annui in Italia e 44milioni di aborti annui nel mondo. Significativo, inoltre, che l’edizione venga dedicata al cinese Cheng Guangcheng, inviso al regime del proprio Paese per aver rivelato, mediante documentate inchieste, che la cosiddetta “politica di pianificazione familiare” si fonda su uno stillicidio criminale quantificabile in centinaia di migliaia di aborti, illegali e coercitivi. Dunque, le mani che i nostri politici implorano affinché sgancino elemosina, tramite investimenti, per rimpinguare le casse asciutte di una sempre più sciagurata Europa (il recente viaggio del premier Monti a Pechino ne dà testimonianza), sono le stesse che inferiscono morte con tale spregevole reiterazione. Questa cultura mortifera, che si innesta all’interno di titanici progetti politici destinati ad implodere (historia magistra vitae), è tuttavia presente ad ogni latitudine, ovunque dissemina i suoi nefasti effetti. La sua diffusione è oggi talmente capillare da aver contaminato il pensiero di molti, trasformando in gesto innocuo, finanche in un diritto del genere femminile, un costume che ogni essere umano degno d’esser definito tale dovrebbe energicamente rifiutare.

Il primo qualificato rifiuto in questo senso compare nondimeno che nella versione originale del Giuramento d’Ippocrate, manuale primario della medicina: “(…) Giammai, mosso dalle premurose insistenze di alcuno, propinerò medicamenti letali né commetterò mai cose di questo genere. Per lo stesso motivo mai ad alcuna donna suggerirò prescrizioni che possano farla abortire, ma serberò casta e pura da ogni delitto sia la vita sia la mia arte”. Queste inequivocabili parole redatte dal padre di tutti i medici certificano una significativa attenzione al tema già nell’Antica Grecia, propulsore di civiltà. Popoli antichi, tuttavia, seppur artefici di meritorie opere umane, perpetuarono lungamente la pratica dell’aborto - persino dell’infanticidio - con cinica spregiudicatezza. L’atroce equivoco si sciolse con l’avvento del Verbo, pronunciato dal Salvatore inviato dal Padre per la salvezza del mondo. Il cristianesimo discese dai cieli come una spada che separa ciò che è vitale da ciò che è mortale, fugando la tentazione del dubbio e il richiamo dell’ambiguità. Su questa pietra d’angolo venne edificata quella granitica fortezza che è la civiltà europea. Per lungo tempo, durante quel medioevo che molti bistrattano definendolo “epoca buia”, la pratica dell’aborto conobbe una notevole regressione grazie a una diffusa - in tutto il Vecchio Continente - cultura per la vita, oltre a severe pene dagli effetti dissuasivi. Purtroppo però, il fenomeno era destinato a riemergere in tutta la sua gravità. San Tommaso d’Aquino, grande santo del medioevo, per l’appunto, ebbe modo di affermare: “Dio permette il male, perché altrimenti le creature non sa­rebbero libere, e perché anche dal male egli sa trarre il bene, per i fini supremi della creazione”. Di questa libertà di cui parla l’Aquinate ebbero di che abusarne gli uomini durante l’umanesimo, epoca in cui un nostalgico rifiorire della classicità diffuse alcuni tra i peggiori aspetti del paganesimo, rivisitati in salsa esoterica. La coscienza umana, privata d’ogni vero riferimento sacrale, divenne per i sacerdoti di questi nuovi culti l’unica linea direttrice da seguire, l’unica valida volontà. Si propagò, infatti, un adagio destinato a sconvolgere il sentiero della storia: ciò che si manifesta nell’uomo (compresi i suoi infimi appetiti) è buono in quanto tale, e va soddisfatto. Ciò che oggi noi conosciamo con il nome di individualismo fu elemento disgregatore dalle capacità esorbitanti, ebbe modo di corrodere solide comunità umane sopravvissute anche alle più sanguinose guerre del passato. E’ in questa epoca che, come conseguenza del diffondersi di una certa cultura, la piaga dell’aborto si inerpicò come una mala pianta su quella fortezza che fu la civiltà europea.

I semi del pensiero individualista - prodotti nei salotti intellettuali, nei laboratori alchemici e nelle logge massoniche durante l’umanesimo - produssero i suoi più amari frutti durante il XIX e il XX secolo, con l’affermazione di società sempre più impregnate di volontà di potenza e materialismo. Un altro determinante colpo inferto ai principi tradizionali avvenne compiutamente con la sostituzione del potere economico a quello politico, così da privare gli Stati nazionali di sovranità e permettere ad apolidi gruppi d’interesse di diventare il motore degli avvenimenti umani. L’avvento dei mezzi di comunicazione di massa - controllati da questi gruppi - consentì di imporre nella coscienza collettiva, quando strumentale ad obiettivi non certo filantropici, ogni tipo di nefandezza, libertà d’aborto compresa. La famiglia Rockefeller, espressione più emblematica di suddetti gruppi, fin dagli albori della sua epopea finanziaria si adoperò al fine di pianificare l’aborto su scala globale per controllare le nascite: nel 1970, infiltrandosi nelle amministrazioni statunitensi, Nelson Rockefeller appoggiò pesantemente una legge a favore dell’aborto; nel 1973 l’allora presidente della “fondazione Rockefeller”, tale John Knowles, affermò testualmente la necessità di “fare una politica volontaristica per l’aborto di massa”.

Una regia mondialista occulta, per affermare su scala globale i suoi progetti ignobili, si deve servire però di vari strumenti, tra i quali quelli apparentemente più insospettabili. Lo stesso papa Giovanni Paolo II, nell’Enciclica “Evangelium vitae” del 1995, scrisse chiaramente che siamo “di fronte a un’oggettiva congiura contro la vita che vede implicate anche Istituzioni internazionali, impegnate a incoraggiare e programmare vere e proprie campagne per diffondere la contraccezione, la sterilizzazione e l’aborto”. L’Onu vi è coinvolto con tutte le scarpe. L’agenzia pakistana “Online” riportò nel 2002 che l’Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per Popolazioni) distribuì ai profughi afghani nei campi di Pakistan e Iran oltre a cibo e coperte, anche “kit” per l’aborto. L’Unicef sul proprio “Libro dell’infanzia”, pubblicato nel 1972, espresse così il proprio pensiero in tema di diritto alla vita dei nascituri: “(…) non si otterrà una diminuzione del tasso delle nascite senza ricorso all'aborto, legale o illegale(…) Gli aborti provocati hanno un effetto molto più efficace per diminuire il tasso di natalità che l’utilizzo dei metodi contraccettivi”. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) si propone di intervenire affinché gli aborti siano “clinicamente sicuri”, così accettando la pratica come un dato di fatto.  Ma l’idea del controllo della popolazione è insita all’interno di tutta quella miriade di gruppi che agiscono dietro le quinte della politica internazionale: Banca Mondiale, Gruppo Bilderberg, Commissione Trilaterale, massonerie: documenti dimostrano che tutti costoro convengono nel proporre ai governi politiche finalizzate a ridurre le nascite. Ufficialmente il problema deriva da un incremento eccessivo della popolazione che queste fondazioni vorrebbero arrestare. Il fine umanitario è però presto smontato da ben più qualificati studi che dimostrano quanto la denatalità, al contrario, stia minacciando la sopravvivenza di intere popolazioni come quelle europee. Nel 2002, infatti, un approfondito studio dell’Onu fece una previsione secondo la quale “nel 2050, l’80% della popolazione mondiale non avrà abbastanza figli per il ricambio generazionale”. Alla luce di questi studi, gli esperti Onu furono costretti ad ammettere, durante una riunione sul tema dell’infertilità avvenuta a New York nello stesso anno, che dal 1970 avevano sistematicamente gonfiato le loro previsioni demografiche.

Quale scopo si prefigge dunque una così turpe e meticolosa campagna a favore dell’aborto? Quello individuato durante l’umanesimo, per il quale furono dispensati semi dagli amari frutti sorti secoli più tardi. Ovvero, distruggere le società sacrali e tradizionali per affermare, una volta per tutte, la libertà di coscienza come suprema e unica guida. Il progetto luciferino passa, necessariamente, dalla demolizione della colonna portante di queste società: la famiglia. In sua sostituzione, vengono proposti modelli pluralistici e trasgressivi come omosessualità e sessualità libertina, svincolata da impegni di coppia. La diffusione di droghe, consumismo e pornografia diventano, a questo punto, degli accessori oltremodo efficaci a rendere ancora più fragili, controllabili e soli gli individui. Il piano potrà dirsi attuato completamente quando non vi sarà più nessun argine al suo cospetto. E’ per questo che la massoneria, erede di quelle conoscenze segrete sviluppatesi nell’umanesimo, è impegnata a combattere ciò che ritiene corrispondere a questo ostacolo ai suoi progetti: il cristianesimo. La massoneria vuole eliminare dalle coscienze la cultura cristiana per la vita, per farlo riversa tra le masse i più abominevoli costumi dipingendoli come diritti individuali usando i suoi mezzi più subdoli, quelli di comunicazione di massa.

La frase verso cui, tuttavia, si scontra inesorabilmente questo piano di distruzione è il “non praevalebunt”(Mt 16,17) che il Salvatore pronunciò facendo riferimento alle porte degli inferi. Il popolo che domenica prossima marcerà a Roma mantiene salda la fiducia che queste due parole suggeriscono ai suoi cuori. Consapevole che “una nazione che uccide i propri figli è senza futuro” (Giovanni Paolo II), quindi della necessità di dover incidere, con le proprie proposte di vita, nella società anche a livello culturale, questo popolo è pronto a non esaurire l’impegno in questa pur intensa e importante giornata romana. Infine, il pensiero verso quei 5milioni di innocenti che lo Stato italiano ha soppresso, per mezzo della legge 194 del 1978, non può non procurare un alone di mestizia. Le Scritture lo dipanano, pertanto, con un altro incoraggiamento fondamentale: “Se anche tua madre non ti volesse, io ti voglio, perché ti conosco e ti amo” (Is 49,15).

Federico Cenci - Agenzia Stampa Italia


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